Aeroporto di Berlino. Il dottor Martin Harris (Liam Neeson), professore americano di botanica, è appena giunto nella capitale tedesca, insieme all’ affascinante consorte Elisabeth (January Jones), per presiedere ad una importante conferenza.Salgono su un taxi diretti al loro albergo e una volta a destinazione Harris si accorge della mancanza tra i bagagli della sua valigetta: senza dire nulla alla moglie, prende un altro taxi per tornare indietro, ma resta coinvolto in un terribile incidente, salvandosi solo grazie all’ intraprendenza della conducente.

Risvegliatosi in ospedale dopo 4 giorni di coma, privo di documenti, Harris è confuso, i ricordi si affastellano nella mente, si rammenta della conferenza, ma una volta rientrato in albergo ecco l’amara sorpresa di non essere riconosciuto da Elisabeth e vedere al suo fianco un tale (Aidan Quinn) che sostiene di essere lui Martin Harris; solo e braccato, senza un’identità, gli saranno d’aiuto nel venire a capo della sconvolgente verità la sua salvatrice, Greta (Diane Kruger), immigrata clandestina, Ernst Jurgen (Bruno Ganz), ex agente della Stasi ed ora investigatore privato, l’amico, e collega, Rodney Cole (Frank Langella), precipitatosi in Germania dopo aver ricevuto il suo messaggio d’aiuto…

Tratto da un romanzo di Didier van Cauwelaert, Fuori di me (ora edito da Baldini Castoldi Dalai Editore col titolo del film), premio Goncourt, sceneggiato da Oliver Butcher e Stephen Cornwell, diretto con buona mano da Jaume Collet-Serra (Orphan ), Unknown-Senza identità è strutturato, efficacemente, come un classico thriller, giocando sul tema del doppio, in quanto ognuno dei protagonisti si rivelerà, nel bene e nel male, diverso da come appare e la stessa Berlino si presenta, visivamente, ma non solo, ancora divisa tra zona ovest e zona est; le varie scene d’azione, inseguimenti compresi, appaiono coinvolgenti e funzionali al plot narrativo, per quanto a volte possano apparire eccessivamente concitate e confuse.

“Classico” in tal caso sta però a significare, essenzialmente, che Collet-Serra attinge, cinematograficamente parlando, a semplice livello d’ispirazione, un po’ dappertutto, dal caro vecchio Hitchcock (Intrigo internazionale, ’59; L’uomo che sapeva troppo, ‘56) al Polanski di Frantic, ’89, passando per Intrigo a Stoccolma, ’63, di Mark Robson e senza dimenticare un pizzico della saga di Bourne ed anche de Il fuggitivo, Andrew Davis, ’93, mescolando il tutto con sicuro mestiere ma accumulando troppi colpi di scena, evidenziando il limite primario della credibilità, conferendo in sostanza la patina della plausibilità esclusivamente, facile ironia, al sottotitolo italiano del film.

Valide le prove interpretative, Jones e Kruger in testa, con una menzione particolare per la caratterizzazione di Ganz, mentre Neeson mi è sembrato esprimere più una sorta di allucinatorio spaesamento che propriamente l’angoscia di chi non sa più chi diavolo possa essere, trasferendola, probabilmente, visti i citati rimandi filmici, a regista e sceneggiatori, ai quali auguro pronta guarigione.

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