Historias Menores (2010, Colombia) – Miglior cortometraggio – Il regista Daniel Mejia (1982), nativo di Bogotà, Colombia, ha studiato Cinema e Fotografia presso l’Unitec della sua città natale e attualmente frequenta il corso di regia del Centro sperimentale di Cinematografia a Roma.
Oltre ad aver lavorato come aiuto regista per Rhayuela Films, Imaginaria Films e in alcuni lungometraggi, ha al suo attivo molti cortometraggi, come Cuando toca ir, toca ir, Indecepciones, Artefacto, co-diretto con l’ amico e collega Luis Fernando Villa, e Historias Menores, già vincitore in vari concorsi, del quale Mejia è autore anche della sceneggiatura, che si rivela opera pregevole, in particolare per riuscire a descrivere con forte efficacia, toni lievi e poetici, in soli 13’, il tema della facile influenzabilità dei bambini in un mondo multimediale e spesso non a loro misura, con adulti incapaci di comprenderne esigenze ed eventuali disagi.
Alejandro (Josè David Fuentes) ed Esteban (Jefferson David Garzon), due bimbi di 9 anni, sono letteralmente stregati dalla pubblicità televisiva delle caramelle Ha-Ha; lasciati soli in casa, dopo l’ennesima visione dello spot, decidono di uscire, avventurandosi nel caos cittadino per poterne comperare un pacchetto…
Ben diretto, con inquadrature volte ad evidenziare simbolicamente il gigantismo di una realtà estranea al mondo dell’infanzia, Historias Menores visualizza con naturalezza l’estrema innocenza e spontaneità dei “piccoli”, destinata a scontrarsi con la materialità espressa dai “grandi”, costretti giocoforza al quotidiano, trovando, dolente ossimoro, nella reciproca incomprensione l’unico punto di contatto.
Habibi (Italia, 2010) – Miglior Mediometraggio – David Del Degan, regista, nasce a Trieste, nel 1968, la laurea in Scienze Politiche e poi gli inizi come cameraman e montatore, sino a divenire assistente alla regia ed assistente di produzione.
Dal 2000 studia al Drama Acting Center di Ljubijana, mentre dal 2002 collabora come regista di documentari, cortometraggi e produzioni teatrali con varie case di produzione ed agenzie.
Tra le sue realizzazioni, premiate in festival nazionali ed internazionali, i corti Il prigioniero (2007), Interno 9 (2004), Favola zingara (2009) e il recente Habibi, vincitore di numerosi premi, tra i quali risalta il Nastro d’Argento 2010-11 attribuitogli dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, del quale è autore anche della sceneggiatura.
Habibi, “amore mio” in arabo, vocabolo comunque volto ad indicare un legame di affetto, d’amicizia, come quello esistente tra i due protagonisti, prende avvio dal ricordo di un vecchio pescatore (Omero Antonutti), in virtù del quale veniamo trasportati indietro nel tempo, in un paese in guerra, dove due bambini, indicativamente 8 e 13 anni, sembra non abbiano perso alcunché della loro giovanile spensieratezza, vivendo alla giornata, arrangiandosi anche con piccoli furti; un giorno l’incontro con un tale che chiede loro aiuto si rivelerà decisivo, probabile avvio di un nuovo futuro…
L’autore sceglie funzionalmente come location il Libano, ai fini narrativi, per decontestualizzare la storia e dargli portata e valenza universale, un monito contro tutti i conflitti e le loro vittime, riuscendo ad imprimere un tocco estremamente sensibile, quasi pudico.
Fa leva su toni onirici o comunque immaginifici, nel visualizzare le problematiche di due ragazzini, i quali, costretti dagli eventi, accettano una realtà che comunque non appartiene loro (emblematica la sequenza nella quale, alternandosi uno sulle spalle dell’altro, guardano oltre il muro la ruota panoramica di una giostra poco distante), invitando noi adulti a morire in quanto tali e rinascere nella nostra primigenia purezza, per poter comprendere finalmente pienezza ed importanza di parole come “amore”, “amicizia”, “fratellanza”.
Magna Istria (Italia, 2010) -Miglior Documentario- Cristina Mantis (Cristina Felicetti all’anagrafe, Cassano allo Jonio, 1970), diplomata alla Scuola Internazionale di Teatro e alla Fattoria dello Spettacolo, ha lavorato a lungo come attrice, in primo luogo teatrale (le prime esperienze nel Centro Teatrale Meridionale, la maturazione e il perfezionamento conquistati negli anni nell’ambito del teatro sperimentale e d’impegno sociale) e poi cinematografica (La vera leggenda di Tony Vilar, Giuseppe Gagliardi, 2006) e televisiva (La squadra, 2006), per accostarsi negli ultimi anni all’esperienza di regista, realizzando opere come Il carnevale di Dolores, 2008, miglior documentario italiano al Tekfestival.
L’ultima sua realizzazione, Magna Istria, della quale ha anche scritto la sceneggiatura, insieme a Francesca Angeleri, la protagonista, e Daniela Piu, è un docufilm estremamente interessante, sia da un punto di vista contenutistico che puramente formale, l’uno non disgiunto dall’altro.
Un semplice pretesto narrativo, il racconto del viaggio attraverso l’Italia, sino a raggiungere l’Istria, di Francesca, giovane donna torinese, nipote d’esuli istriani, nel tentativo di ricomporre il libro di ricette della nonna che ha perduto, la porterà (e ci porterà) a conoscere una realtà dolorosa, ignorata o trascurata dai libri di storia, la cessione dell’Istria dall’ Italia alla Yugoslavia come debito di guerra e il conseguente esodo giuliano – dalmata verso il nostro paese.
Il tutto senza imporre giudizi o esternare critiche, ma semplicemente raccontando, tramite un morbido intarsio alternante filmati d’epoca, testimonianze dirette tanto dei profughi, spesso bollati come “fascisti in fuga”, che di quanti sono rimasti, immagini silenti della campagna, con i ruderi delle case abbandonate, delineando la tragedia di una terra di confine, rappresentata da più etnie, che fatica a trovare una propria identità.
Uno stile asciutto, che fa leva sull’ essenzialità della forza visiva e su un efficace montaggio, per sottolineare la volontà di ricongiungere passato e presente, con più di una possibilità di riconciliazione, riacquistando semplicemente la consapevolezza delle proprie radici, un viaggio, anche interiore, che diviene il nostro viaggio, spinti dalla necessità di comprendere, lasciando semplicemente che gli eventi confluiscano in noi, al di fuori di ogni ideologia o pregiudizio.





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