Così vicino, così lontano, il nuovo libro di Claudio Sottocornola disponibile dallo scorso novembre per i tipi della Editrice Velar, enuncia  già dal  titolo la linea narrativa che andrà a svilupparsi nel corso delle tre parti in cui l’opera è suddivisa, Brevi, Sviluppi, Exit, ovvero dare adito all’urgenza avvertita dall’autore di porre in evidenza come all’interno dell’odierna società ci si sia allontanati, colpevolmente distratti dal canto di tante, troppe, sirene, da quella spiritualità idonea a rendere il contatto con “l’altro da sé”, il prossimo evangelico, non solo fonte di una auspicabile condivisione propriamente umana, ma anche, se non soprattutto, foriero di una vicinanza con quell’Entità suprema volta a trascendere tutte le cose, infondendo loro congruo significato. Nell’ambito dell’arida modernità odierna, materialmente tangibile nel suo effimero “tutto alla portata di tutti”, tra culto smodato della personalità ed efficientismo tecnico, quasi sempre orfana di una concreta evoluzione, Sottocornola individua tra gli elementi stranianti in primo luogo il dilagare, all’interno di una cornice costituita da uno schermo dalla variabile misura, di un cicaleccio procedente per slogan, assecondamento di luoghi comuni e della cultura dominante, evitando quindi qualsivoglia articolazione riguardo lessico e sintassi, così da assecondare ed estendere con rapidità quel desiderio smodato di vedere, sentire, godere quanto il mondo pone a disposizione dei nostri sensi.

(La Capanna del Silenzio)

In questo modo i rapporti umani non possono che rivelarsi effimeri, nell’assecondare una visione della vita volta al consumismo e all’edonismo, per cui ci si sente realizzati tramite l’acquisto compulsivo di merci, mossi da una pulsione satisfattiva. Si va a perdere così quell’amabilità che consentiva, all’interno di determinati limiti morali e naturali, la riaffermazione di uno  sguardo teocentrico idoneo  a varcare i citati confini, ma anche quella libertà che a loro era confacente, ormai ridotta a psiche, un insieme di bisogni da soddisfare nella scia di un efficientismo  tecnico depauperato di valori quali familiarità, cura, attenzione. Qualità quelle elencate che dovrebbero ritenersi naturali da fomentare, almeno una volta che si sia riacceso il contatto con la nostra cognizione interiore, attraverso i rapporti con i nostri simili ma anche quelli con la vastità che ci circonda, nel suo insieme di natura animata e inanimata. Occorrerà allora, spiega Sottocornola, “recuperare l’anima e restituire ad ogni cosa la sua anima”, andando a riscoprire proprio nella totalità di ciò che circonda e ci sovrasta la presenza animatrice dello spirito divino, così da “farci guidare dalla sua vitalità, creatività e santità”.

(Consapevolezza Dinamica)

Secondo l’autore, poi, i tempi sarebbero idonei a dar vita ad una spiritualità che possa considerare la complessità acquisita da un punto di vista scientifico-speculativo non quale importuno ostacolo, ma piuttosto come preziosa opportunità. Possono essere d’aiuto al riguardo figure di riferimento quali Yehoshua Ben Yosef, Gesù, e la di lui madre Myrhiàm, Maria, considerandone le rispettive accettazioni di una volontà mutuata dall’alto, così da recuperare quella consapevolezza della propria dimensione creaturale. Per il tramite di quest’ultima sarà poi possibile dar vita ad una rete di rapporti umani che riconquistino il loro slancio vitale “nell’apertura e nell’accettazione, nell’equilibrio e nella benevolenza, nel rispetto e nella disponibilità propria di una differenziazione ontologica-esistenziale”. Saremmo così di fronte ad un’alterità da riconoscere quale strutturale e preziosa, in quanto attuativa di una trascendenza verso l’altro e gli altri, in nome di una rinnovata vitalità connotata da toni esistenziali e concreti, idonei a smarcarsi da quegli approcci intellettualistici e tecnici volti a legare il sapere alle pastoie delle procedure e delle connessioni astratte, fino a confinarlo nel perimetro di una mortificante autoreferenzialità, dove l’altro verrà considerato solo quale funzionale ingranaggio atto a muovere il tutto.

(Outsider News)

Le barriere contro le quali si andrà a sbattere nell’attuazione dei descritti intenti saranno ancora una volta rappresentate dalle artificiose rappresentazioni virtuali e mediatiche, nel cui ambito anche parole quali carità o compassione possono rivestire i caratteri della simulazione e della programmaticità. La quotidianità rituale di una visione egoistica e claustrofobica andrà dunque ad investire anche la religione, la fede, la spiritualità, fino a far vacillare l’idea propria di una Trinità comportante trasporto relazionale e propensa ad offrire quell’opportunità in forma di sfida apportante, ove venisse colta, un rinnovato slancio esistenziale, “consentendo di trasfigurare la verità effettuale nelle logiche della comunione, del dono e della relazione come estasi”. Vi si aggiunge poi la constatazione di come la riscoperta dell’elemento religioso nel ventunesimo secolo  sia nata sotto il segno dell’integralismo intollerante a livello universale, manifesto o subliminale ed occulto, nell’esprimere la rischiosa tendenza a generare strumenti identitari comportanti un protervo senso di appartenenza, tendente a sfociare nell’aggressività criminale.

(Informare Online)

Non è più bastevole al riguardo, sottolinea l’autore, ricorrere alla pur sempre benvenuta pratica del dialogo e dell’incontro, essendo invece più proficuo e necessario affrontare la consistenza offerta da una differente consapevolezza del fatto religioso, mantenendosi distanti da un realismo teologico teso ad opinare la garanzia ad una sorta di accesso esclusivo all’essenza divina, preferendogli invece una conquistata sapienza nel cogliere la trascendenza divina rispetto alla propria religione o spiritualità: qui si rivela illuminante quanto prospettato da San Tommaso D’Aquino, ovvero l’accettazione dell’inaccessibilità essenziale di Dio, considerando che le perfezioni individuate a partire dalla Natura sarebbero in Lui in un modo propriamente divino, ovvero “del tutto diverso ed altro da come si rinvengono nelle cose“. Solo operando in tal guisa non si andrà a servirsi del divino quale paravento di un potenziamento identitario, delimitato dai confini del relativismo e del consumismo o della rivalsa sociale in nome delle ingiustizie, sopraffazioni e privazioni subite, generatore di un politeismo planetario nel cui ambito ognuno ha facoltà di scegliere, tra i tanti orientamenti possibili, quello culturalmente più rassicurante per sé, una sorta di “circolo esclusivo” cui è precluso l’accesso all’altro.

(Non di Solo Pane)

Occorrerà allora, conclude Sottocornola, non solo vivere in attesa dell’eternità “qui e ora”, abbandonando quindi l’idea di una simbolica procrastinazione, ma prepararsi adeguatamente per un inedito Natale, una nuova nascita ancor prima che una resurrezione, ritornando consapevoli “di quanto si sia cresciuti e di  quanta forza si sia acquisita negli anni” una volta che sia optato per l’apertura alla vita, finalmente edotti della sua trascendenza ed alterità, tesaurizzando “ogni prova, ogni insegnamento che  abbiamo dovuto decifrare per individuare il sentiero da percorrere verso la Verità”. Da buon cinefilo, mi sovviene quale simbolo di questa nuova nascita l’immagine finale del feto vagante nello spazio di 2001: A Space Odyssey, Stanley Kubrick, 1969: un’umanità protesa alla continua ricerca di nuove scoperte ed inedite speranze, volta a conferire un determinato significato alla propria esistenza, confidando in un’ Entità che la sovrasta ed ispira, ottenendo come unica risposta la necessità, non spiegabile razionalmente, di un eterno fluire, nell’universo e oltre l’infinito, dei cicli di nascita, morte e rinascita, per poi dover sempre e comunque fare i conti con se stessa e i propri limiti, pur con tutto lo scibile acquisito durante il cammino.

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