
“La prima vittima della guerra è l’innocenza”, “Coloro che hanno sofferto il turpe tentativo di cancellare il proprio popolo dalla terra sanno che non si può negare a un altro popolo il diritto a uno Stato”, rispettivamente la frase di lancio del film Platoon (Oliver Stone, 1986) ed una citazione tratta dal discorso del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella nel corso delle celebrazioni per la Giornata della Memoria, mi si sono stagliate in mente durante la visione del bellissimo ed intenso documentario Innocence, scritto, diretto e montato da Guy Davidi, presentato nel 2022, in concorso, nella sezione Orizzonti della 79ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e recentemente distribuito nelle nostre sale con il patrocinio di Amnesty International.
Un’opera necessaria, al contempo cruda ed elegiaca, la cui realizzazione ha richiesto dieci anni, coraggiosa nel mettere in luce una situazione particolare, l’obbligatorietà del servizio di leva in Israele, riguardante tutti i cittadini ebrei, con una durata di 32 mesi per gli uomini e 24 per le donne, che si ammanta poi di una concreta universalità nel toccare la problematica relativa alla costruzione e conseguente vendita delle armi. Emblematico al riguardo quanto udiamo dalla voce narrante nel leggere ciò che scrisse nel suo diario il ventenne Halil Givati Rapp, morto suicida: “Questo mondo è pieno di malvagità, ingiustizia, dolore. Una volta entrato nell’esercito, sono diventato parte di ciò che crea tutto questo”.

Innocence vede rincorrersi, in soppesata alternanza, immagini e dialoghi, ricorrendo nel primo caso tanto a materiale di repertorio quanto a scene di vita quotidiana e nel secondo alle poesie e ai diari opera di ragazzi e ragazze nel corso del servizio di leva, prima della decisione di farla finita, evitando la panacea di una medaglia alla memoria per una eventuale morte nel corso di qualche missione, da definirsi “eroica” solo dopo il suo tragico compimento, in esecuzione di ordini imposti dall’alto.
Il succedersi di sequenze relative all’addestramento e ad operazioni militari in genere, e di altre intese ad evidenziare come sin da bambini, all’interno delle scuole, all’insegnamento dei diritti umani o alla commemorazione delle vittime della Shoah si accompagni l’indottrinamento riguardo la “guerra giusta”, ovvero il lottare per ciò in cui ti fanno credere, rimarca il progressivo annientamento di quella necessaria autodeterminazione nell’ambito di un percorso formativo, non scevro da “naturali” ostacoli, idoneo a condurre alla formazione di una immagine identitaria, relativa alla propria persona nel necessario confronto con i propri simili all’interno della società.
“A quale mondo ci preparate? A quali regole volete adattarci?”, in queste parole si manifesta la stortura di un sistema che non è preparato ad accogliere alcuna opposizione ai propri dettami, l’obiezione di coscienza, per esempio, è punita con il carcere e non tutti riescono a sopportarne le conseguenze.

Ecco allora la responsabilità primaria della famiglia, considerando anche come i militi assecondino l’idea del servizio di leva in guisa di lasciapassare per un miglioramento della posizione sociale, mentre sempre dalle pagine del suo diario un giovane lancia una straziante presa di coscienza, “Sapete, mamma e papà, qui nell’esercito ti accorgi di avere due possibilità: essere un bravo soldato, o una brava persona”.
Innocence si va dunque a sostanziare come un potente atto di accusa del regista nei confronti della sua terra d’origine, permeato di una pregnante attualità alla luce del violento incalzare dei tragici eventi bellici, oramai triste cronaca giornaliera, che ne evidenzia la propensione ad una militarizzazione catechizzata in una sorta di sinistra preghiera (“Caro soldato, grazie che ci proteggi” è quanto esterna una insegnante ai suoi alunni).
Un’opera certo avvincente nel suo insieme figurativo e contenutistico, tesa ad illustrare crudezza e retorica bellica senza cedere alla facile emozionalità, rendendo protagonista assoluta quella immane barbarie che conduce ad una evidente sconfitta, mentre sulle fumanti macerie di un’umanità perduta si staglia, nitido ed incontrovertibile, un agghiacciante silenzio come unica risposta alla domanda “perché?”.
Ecco gli elmi dei vinti, abbandonati in piedi, di traverso e capovolti. E il giorno amaro in cui voi siete stati vinti non è quando ve li hanno tolti, ma fu quel primo giorno in cui ve li siete infilati senza altri commenti, quando vi siete messi sull’attenti e avete cominciato a dire sì (Bertolt Brecht, L’elmo dei vinti).
Già pubblicato su Lumière e i suoi fratelli- Foto di copertina: Amir Terkel, Avner Shahaf ©






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