(Ecomuseo Egea)

“Ricordare”, andando alla sua etimologia, sta a significare, letteralmente, “serbare nel cuore”. Nell’antichità, infatti, il cuore era  da ritenersi il luogo deputato alla custodia delle proprie esperienze esistenziali, i tanti accadimenti, felici o meno, volti comunque a forgiarti caratterialmente nel proseguire lungo il cammino terreno. Ecco, credo che il descritto significato inerente al ricordo rinvenga felice visualizzazione, concreta ed elegiaca al contempo, nel bel docufilm Rotta 230°- Ritorno alla terra dei padri, diretto da Igor Biddau, anche autore della sceneggiatura insieme a Mauro Audino, presentato in anteprima alla 81ma Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia  e trasmesso in prima visione su Rai Storia  la sera del 22 ottobre, nella prossimità dei settant’ anni dalla data (26 ottobre 1954) in cui Trieste tornò a essere italiana.

(Ufficio Stampa)

La narrazione verte sul viaggio dell’imbarcazione Klizia, inteso a ripercorrere in senso inverso la rotta solcata, nella primavera del 1948, 20 giorni e 20 notti di navigazione lungo le coste della nostra penisola, da 13 pescherecci con a bordo 53 famiglie di esuli istriani, fiumani e dalmati, costretti ad abbandonare la terra natia in seguito al regime di terrore instaurato da Tito, prima e  dopo la cessione dell’Istria dall’ Italia alla Jugoslavia come debito di guerra, trovando infine asilo in Sardegna, nella città di Fertilia. Quest’ultima aveva avuto origine ufficialmente l’8 marzo 1936, ad opera dell’Ente Ferrarese di Colonizzazione, che il regime fascista aveva istituito, il 7 ottobre 1933, per ovviare alla problematica della popolazione in eccesso della Provincia di Ferrara.

Una volta scoppiata la II Guerra Mondiale, l’immigrazione ferrarese andò scemando, per cui gran parte degli edifici restò inutilizzata, mentre nel corso del conflitto la cittadina si trasformò in un campo di concentramento destinato perlopiù a Slavi e Croati, per poi nel secondo dopoguerra divenire terra d’accoglienza per un popolo senza più una casa. Nel corso del documentario la voce narrante di Roberto Pedicini e quella di Alina Person, che dà parola alla sirena interpretata da Federica Picone quale guida ispiratrice, rimarcando lo scorrere dei giorni di navigazione e le suggestioni avvertite, va ad  intersecarsi con i racconti degli esuli di seconda generazione.

Giulio Marongiu (Ufficio Stampa)

I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, che al tempo provarono sulla loro pelle l’orrore di vedere divelte improvvisamente le proprie radici, la fuga alla svelta, chi a piedi, chi con mezzi di fortuna, chi tramite barche, fino a prendere una sinistra familiarità col reticolato dei centri di accoglienza, i militi messi a guardia, la violazione, ammucchiati negli stanzoni, della propria intimità, il passaggio forzato verso l’età adulta, circoscritto dallo stato di necessità.  Vediamo allora il Klizia salpare da Alghero, con al comando Giulio Marongiu, esule da Pola trapiantato a Fertilia, per raggiungere Chioggia, porto di partenza dei 13 pescherecci, toccando Venezia, Trieste, Muggia, fino superare i confini nazionali nel raggiungere Capodistria, Pirano e la Slovenia, dirigendosi  a Rovigno ed infine a  Pola, la città che Giulio dovette abbandonare da bambino.

A bordo un equipaggio composto dal figlio di Giulio, Federico, da Mauro Manca (insieme hanno dato vita all’ Ecomuseo Egea),  e poi da Giuseppe Bellu, e  dalla citata Federica Picone. Con la sola forza del racconto, sottolineata dall’ intensa ma non invasiva colonna sonora (Pinuccio Pirazzoli, Isabelle Adriani), facendo leva anche sulla nitida essenzialità della resa visiva, il regista  Biddau,  coadiuvato inoltre da  un efficace montaggio, riesce a mettere in scena la necessarietà di una ricongiunzione tra passato e presente. Si offre quindi  congrua rilevanza alla tragedia inerente ad una terra di confine, una realtà dolorosa, ignorata o trascurata dai libri di storia, che vide protagoniste più etnie, la strenua lotta  per rinvenire una propria identità, fino a costituire un esempio d’inclusione valido a tutt’oggi.

Federico e Giulio Marongiu (Ufficio Stampa)

Si va infatti a delineare la concretezza della possibile convivenza di identità diverse in forza di un principio d’eguaglianza  che rifugge un’omologazione imposta, intesa quest’ultima  a sopprimerne la portata diversificante, considerandola quale discriminante e non valore aggiunto. Un viaggio, anche interiore (il ritrovato rapporto padre/ figlio o quello, particolarmente intenso, nonno/nipote), che consentirà di riacquistare la consapevolezza delle proprie origini. Una presa di coscienza che da particolare assume portata universale, la loro peregrinazione diviene la nostra, spingendoci verso la necessità di comprendere e condividere un ricordo comune, una sentita condivisione rivolta alle vittime dei tanti, troppi, crimini perpetrati dall’essere umano contro se stesso, passati e, purtroppo, tuttora presenti, incombenti verso un futuro dove l’umanità tutta appare smarrita fra i meandri di un individualismo materiale ed ideologico.

Già pubblicato su Lumière e i suoi fratelli-Cultura cinematografica e crossmedialità

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