(Ufficio Stampa)

1978, Rhode Island, Stati Uniti d’ America. Hesther Horwitz (Mili Avital), professione hostess, si trova in ospedale, al capezzale della madre, che morirà da lì a poco. Il carattere inquieto della donna, acuito dai sensi di colpa che riemergono con forza per essersi allontanata dalla famiglia, la condurranno ad un turbolento disordine esistenziale, fino a quando non le verrà recapitato un particolare lascito ereditario, costituito da un ciondolo, una foto strappata a metà dove è ritratta, bambina, insieme al padre ed una lettera in cui la madre l’esorta a recarsi a Gerusalemme e trovare una donna di nome Yehudit (Ana Ularu), vissuta in Palestina negli anni ’30. Giunta sul posto, la terra che le ha dato i natali, Hesther si darà da fare con le ricerche, rinvenendo un valido aiuto nel ricercatore universitario Zayde Rabinovich (Ori Pfeffer), ornitologo, figlio della citata Yehudit e di tre padri diversi.

Infatti l’arrivo della donna, ai tempi in cui il territorio era sotto la Colonia Britannica, in un moshav, villaggio cooperativo creato da immigrati ebrei di diversa provenienza, per essere d’aiuto al contadino Moshe (Alban Ukaj), rimasto vedovo con due bambini cui badare, andò a sconvolgere  non solo l’esistenza di quest’ultimo, che dopo la morte della moglie aveva voltato le spalle ai sentimenti, ma anche quella di Yaakov (Marc Rissmann), sognante e svagato allevatore di canarini e dello scafato commerciante Globerman (Serhii Kysil)… In distribuzione da qualche giorno nelle sale italiane, dopo essere stato presentato in anteprima al Bif&st 2025, dove ha conseguito il premio di Miglior Film nell’ambito della Sezione Per il cinema italiano, Per amore di una donna, scritto (insieme a Nicoletta Micheli) e diretto da Guido Chiesa, trae libera ispirazione dal romanzo The Loves of Judith di Meir Shalev, seguendone le pagine riguardo la vicenda che si svolge negli anni ’30 ed avallando invece l’invenzione relativamente all’iter narrativo negli anni ’70.

Ana Ularu (Ufficio Stampa, foto di Vincenzo Aluia ©)

A parere del vostro amichevole cinefilo di quartiere, la pellicola in esame rappresenta la potenzialità concreta del nostro cinema di mettere in scena delle opere capaci di travalicare i confini delle “questioni domestiche”, esprimendo valori universali, potendo inoltre contare su una felice caratterizzazione da un punto di vista squisitamente tecnico. Mi riferisco in particolare alla visualizzazione parallela di due diverse realtà distanti nel tempo, che nel finale andranno a ricongiungersi in virtù di un’ideale ponte sospeso tra passato e presente. In tale contesto, la diversità inerente a differenti etnie e rispettive culture andrà a costituire il trait d’union idoneo a dar vita alla condivisione di una ritrovata umanità, nella consapevolezza di essere accomunati da identica sorte nel percorrere il personale cammino terreno, così da far fronte ai vari accadimenti combinando la propria individualità con quella altrui, salvaguardando sempre e comunque le singole specificità.

Mili Avital e Ori Pfeffer (Ufficio stampa, foto di Vered Adir ©)

Sono rimasto profondamente ammaliato dalla suggestiva combinazione tra una regia sobria, rigorosa, e la tonalità cangiante della fotografia di Emanuele Pasquet nel rappresentare passato e presente. Gli anni ’30 in cui è protagonista Yehudit, resa con vibrante efficacia immedesimativa da Ana Ularu, vedono la predominanza di colori caldi, accesi, un’intensa luminosità a simboleggiare in primo luogo la vitalità indomita di una donna che si porta sulle spalle un passato di atroci sofferenze (lo intuiamo dalle sue urla notturne e lo scopriremo nel finale), che intende obliare perseguendo una forte autodeterminazione, assecondando uno spirito emancipativo a dir poco straordinario considerando l’epoca (alla domanda su chi l’abbia messa in cinta risponde “Sono stata io”). Si dà poi spazio all’utopica speranza della nascita di una nuova “terra promessa” in cui si trovino a convivere persone tra loro differenti ma accomunate comunque da un solidaristico senso di comprensione in un comune destino, recitare la propria parte sullo stesso palcoscenico, parafrasando Shakespeare.

Marc Rissmann, Serhii Kysil, Alban Ukaj (Ufficio Stampa, foto di di Vincenzo Aluia ©)

Gli anni ’70 che vedono invece protagonista Esther, l’altrettanto intensa Avital, sono caratterizzati da colori opachi, tutto è avvolto da una luce grigiastra, a rimarcare quindi il suo sbandamento emotivo, la mancata radicazione identitaria, che la rendono fluttuante tra un accadimento e l’altro, fino a quando con l’apporto di Zayde, cui Pfeffer offre una tattile sensibilità da “uomo nuovo”, non andrà a scoprire la verità sulle sue origini.  Sarà il momento in cui passato e presente andranno a unificarsi, simbolicamente e visualmente,  ora circoscritti da una luce comune, dando vita ad un’unica entità i cui presupposti costitutivi troveranno la loro scambievole essenza nell’accettazione della vita nella sua interezza. Assecondandone il fluire temporale ed ogni variazione sul tema, vi si comprenderà anche un’idea di famiglia svincolata dai legami di “appartenenza” e poggiante piuttosto sul senso di una portante e accomunante affettività. Un amore totalizzante che potrebbe rischiarare il cammino verso  un rinnovato abbraccio fiduciario nei riguardi di un’umanità a tutt’oggi sempre più incredula, smarrita nei rivoli di egoismi ed ipocrisie.

Foto di copertina: Ana Ularu, Alban Ukaj (Ufficio Stampa, foto di Vincenzo Aluia ©)

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