(Immagine creata con AI)

Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”. Da qualche settimana ripeto tra me e me, in stile mantra, questa frase di Joseph Conrad per giustificare i giorni di stasi nella scrittura delle recensioni, dopo aver trascorso l’ormai lontano Ferragosto in volontario romitaggio cinematografico, dedicandomi alla visione di due film che mi erano stati inviati da un ufficio stampa, La battaglia del Dottor Semmelweis, diretto da Lajos Koltai su sceneggiatura di Balázs Maruszki, distribuito in sala dal 14 agosto,  e Allelujah. Un ospedale in rivolta, adattamento ad opera di Heidi Thomas dell’omonima pièce teatrale di Alan Bennett, per la regia di  Richard Eyre, uscito invece il 21 agosto.

Trattasi di realizzazioni, curiosamente ambedue d’ambientazione ospedaliera, i cui accadimenti si svolgono in epoche diverse, accomunate dall’idea che la professione medica debba considerarsi come una missione. Sarà così possibile superare gli ostacoli inerenti ad eventuali pregiudizi, quando non ostilità, inerenti il proprio modus operandi, oppure quelli riguardanti burocrazia e tagli, su imposizione di quanti ritengono che il servizio sanitario non possa avere altra struttura che quella tipica di un’azienda.

(Ufficio Stampa)

La battaglia del Dottor Semmelweis credo possa classificarsi come un dramma storico-biografico, con innesti da thriller spionistico e dramma procedurale,  ambientato nella Vienna del 1847, la cui accurata ricostruzione a livello di scenografia (Bálint Diószegi) trova risalto nella fotografia di  András Nagy, densamente pittorica. La capitale austriaca è colpita da una particolare epidemia, che ha quali vittime le donne partorienti, causandone la morte, dopo un attacco di febbre violenta. Se il direttore della clinica cittadina più prestigiosa, il professore Johann Klein (László Gálffi), illustra un nesso tra il misterioso morbo e gli influssi astrali che a suo dire determinano l’umore femminile, vi è chi invece, come il Dr. Ignác Semmelweis (Miklos H. Vecsei), ungherese, s’impegna alacremente nel rinvenire le vere cause.

Esterna inoltre un minimo d’umanità ed empatia verso quelle donne che si trovano “ridimensionate” in una situazione di colpevolezza per la semplice circostanza di essere in stato interessante, spesso lasciate da sole a gestire qualsivoglia aspetto ad esso relativo. Sarà coadiuvato nella sua battaglia, nonostante il coinvolgimento nell’attività di delazione ordita dal collega Ferdinand Kollár (Tamas Kovacs), dall’infermiera Emma Hoffmann (Katica Nagy), la cui reputazione agli occhi dei più è compromessa causa relazione col primario della clinica dove lavorava in precedenza…

Miklos H. Vecsei (Ufficio Stampa)

Per quanto oscillante spesso tra calligrafismo e toni didascalici, con qualche compiacimento estetizzante o patinato,  La battaglia del Dottor Semmelweis risulta alla visione piuttosto coinvolgente, non tanto per il lavoro inerente alla regia, comunque solerte nell’assecondare i variabili passaggi narrativi, quanto per le valide interpretazioni attoriali, Vecsei e Nagy in particolare. La loro mi è parsa una recitazione sobria, misurata, dove lo sguardo gioca un ruolo  fondamentale nel farci percepire i mutamenti caratteriali cui il dottore e l’infermiera vanno incontro nel prendere posizione contro i classici mulini al vento.

Miklos H. Vecsei e Katica Nagy (Ufficio Stampa)

Vi è poi l’indubbio merito di farci conoscere la figura del Dr. Semmelweis, che dieci anni prima di Pasteur scoprì come un semplice lavaggio delle mani dei medici nel passare da un reparto all’altro, eseguito con accuratezza tramite l’uso della candeggina, andasse ad evitare gravi infezioni, dall’esito anche mortale, scontrandosi con i colleghi che si ergevano sul piedistallo di un rigido accademismo. Ci ricorda, inoltre, di quanto fosse difficile per le donne vedere riconosciuta la propria individualità, sia a livello umano che professionale, lottando per preservare la propria dignità di persona.

(Ufficio Stampa)

Andando ora a scrivere di Allelujah, neanche questo titolo mi ha convinto in pieno, in quanto, almeno a mio parere, non sempre, sia a livello di scrittura che di regia, riesce a coniugare con equilibrio commedia e dramma. Ho trovato soprattutto gradevole e coinvolgente la prima parte del film, quando il Dr. Valentine (Bally Gill), di origini indiane (ha mutato il suo nome per rendere facile la pronuncia ai degenti), ci introduce nel Bethlehem, immaginaria struttura ospedaliera sita nella città inglese di Wakefield, nello Yorkshire, che può vantare un reparto geriatrico d’eccellenza, a rischio chiusura causa un previsto taglio dei fondi imposto dal Ministero.

La regia di Richard Eyre appare a suo agio nel presentarci, giocando sul rapido tratteggio e mutando spesso il registro dei toni, i vari pazienti ricoverati nella struttura, restituendo la visione degli operatori di una troupe televisiva, giunti sul posto per documentare le condizioni del reparto e dei pazienti, così da smuovere l’opinione pubblica. Ecco allora, tra gli altri, Ambrose (Derek Jacobi), professore d’inglese, Mary Moss (Judy Dench), bibliotecaria con la memoria ballerina, Joe Colman (David Bradley) un passato di minatore e attivista di sinistra, che non ha mai accettato l’omosessualità del figlio Collin (Russel Tovey), consulente gestionale che ha ricevuto l’incarico dal Ministero della Salute di controllare l’efficienza della struttura e quantificare i costi gravanti sul National Health Service (NHS, il servizio sanitario nazionale del Regno Unito).

Bally Gill (Ufficio Stampa)

Su di loro veglia, insieme al citato Valentine, l’irreprensibile caposala, Suor Alma Gilpin (Jennifer Saunders), il cui operato sarà presto premiato con tanto di cerimonia pubblica, anche se, lo si scoprirà grazie a Mary e alla sua abilità nell’impiego di un iPad,  ha messo in atto un metodo del tutto particolare per ridurre il numero dei ricoverati, diminuendo i costi ed assicurando la disponibilità dei posti letto. Lungo la narrazione appare evidente la contrapposizione tra una vivida umanità, “il nostro lavoro è la vita degli altri, mangiamo di corsa, a volte ci sentiamo soli e a volte in qualche modo facciamo amicizia”, e “gli obiettivi da raggiungere quale obbligo nei confronti del sistema” prospettati a livello governativo, fino ad arrivare all’ambiguità glaciale espressa da Suor Alma, che alterna toccanti momenti di tenerezza ad un sinistro pragmatismo nel mettere su una sorta di rinnovato ordine sociale.

Jennifer Saunders (Ufficio Stampa)

Su tutto e tutti domina però l’operato di Valentine, il quale si rende protagonista di un’ “invettiva gentile” che va a concludere un po’ bruscamente il film: lo vediamo lavorare in un altro ospedale, sempre dedito all’assistenza di pazienti anziani, ai tempi dell’insorgere del Covid e rivolgersi direttamente verso la macchina da presa, riassumendo nelle sue parole quello che in fondo è l’assunto portante della pellicola, porre nel giusto rilievo, pur con qualche stridore nel combinare i diversi generi, la valenza propria di un Servizio sanitario nazionale, che pensi concretamente al benessere dei cittadini, una sanità realmente pubblica che possa ergersi contro l’aziendalizzazione e mercificazione della professione medica.

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