In un futuro che è già oggi, ancora prima di essere domani, la tecnologia, manipolata a proprio uso e consumo dalle grandi corporazioni, ha da tempo preso il controllo della società, rinvenendo docili utenti, persone oramai aduse a scoprire nella cornice virtuale di una “realtà altra” un etereo nirvana, compensativo delle proprie insoddisfazioni. La multinazionale Spider in particolare, fondata e capitanata dal cinico Maximilian Volkrof (Daniele Cavenaghi), ha perfezionato un sofisticato sistema, che prevede l’impiego di veri e propri cyborg umani, considerando il complesso impianto installato nel loro cervello, a fare da tramite per quanti desiderino godere di una esistenza parallela libera da ambasce e restrizioni, soddisfacendo il bisogno utopico di un futuro ancora volto alla speranza.

Oltre all’offerta di base, è prevista la possibilità di acquisire tutta una serie di “pacchetti bonus”, così da arricchire a piacimento il proprio vissuto alternativo. Tra gli arruolati nelle file cibernetiche della Spider, sorta di “moderni” schiavi da porre al servizio di una collettività sempre più incredula e smarrita, nel cui ambito pure la religione sembrerebbe intenzionata a proporre un sicuro aldilà tecnologico, vi è la giovane Maya (Silvia Fasoli), che si è dovuta adattare a tale mansione per poter crescere la propria bambina, anche se presto la donna verrà a scoprire una sconvolgente verità al riguardo…   

Silvia Fasoli

Al secondo lungometraggio di fantascienza, dopo L’ultimo sole della notte (2016), Matteo Scarfò, giovane regista indipendente, con Esistenza zero prosegue una personale esplorazione del genere, che guarda sì, dichiaratamente, a quanto già realizzato in ambito letterario e cinematografico, ma percorre una strada del tutto autonoma riguardo la connotazione visiva e l’afflato contenutistico. La prima è volta ad un certo realismo, pur nell’ambientazione futuristica, mentre il secondo appare inteso ad una accorta disamina, in forma di metafora, del nostro odierno vivere sociale.

Nell’ambito di un impianto narrativo abbastanza coeso, dove assume una certa rilevanza anche il non detto nel connotare la storia di una palpabile suspense (incrementata quest’ultima dal motivo sonoro di Lorenzo Sutton), mi ha favorevolmente colpito l’apporto sinergico posto in essere dalla congiunzione di regia e fotografia (Catia Demonte), così come dal funzionale impiego degli effetti speciali, nel visualizzare determinate location di una moderna metropoli quali del tutto consone a conferire congrua materialità ad un avvenire dal sentore freddo e arido.

I movimenti di macchina, nel circoscrivere luoghi e persone, vanno quindi a rappresentare un immaginario legato alla quotidianità, un “deserto delle anime” idoneo a fungere da palcoscenico per una umanità  assecondante la necessità di creare una realtà artificiale incline ad annientare qualsivoglia affermazione della personale individualità. Un universo chimerico che andrà a reggersi su di un solipsismo compensativo della rinuncia al “solito mondo”, riducendo l’individuo a un burattino manovrato sempre e comunque da un sistema il cui potere andrà ad esternarsi nella proposizione di una reale irrealtà.

Si rende allora l’idea di una tecnologia idonea a creare rilevanti cambiamenti antropologici ma il cui impiego al di fuori di ogni morale, in nome di un progresso prettamente materiale, andrà ad illudere l’essere umano di ricoprire un ruolo da protagonista, mentre non è altro che una  pedina funzionale ad un sistema tecnicistico e consumistico. Il finale, anche se, personale sensazione, sembra procedere per accumulo nel voler dare spiegazione ai vari accadimenti, conferisce al film una ulteriore valenza metaforica e in certo qual senso catartica: resistendo dall’addentare la mela, ognuno potrà godere del proprio Eden, dove dar libero sfogo alla naturalità della propria essenza, ponendo un limite al gioco del rimpiattino tra la realtà dell’immaginazione e l’immaginazione della realtà.

Esistenza zero, andando a concludere, è certo una valida realizzazione, un buon esempio di cinema indipendente, rappresenta una concreta via per venir fuori da una certa omologazione nelle proposte proprie della produzione “ordinaria”, fatte salve benvenute eccezioni, ovvero la riscoperta del genere e la sua caratterizzazione, in nome di una diversificazione stratiforme, ritrovando il giusto connubio fra intuizione, creatività e considerazione per gli spettatori.

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