
Nella qualità di giornalista la cui attività si è incentrata fin dagli inizi sul mondo del cinema e dello spettacolo in genere, ho sempre volto un occhio di riguardo ai vari festival inerenti la Settima Arte, non solo e non necessariamente quelli “istituzionali”. Ho potuto infatti constatare nel corso degli anni come molte sorprese si possano rinvenire in piccole realtà, che con le loro attente selezioni riescono a proporre un cartellone culturalmente stimolante nel dare spazio a un “cinema altro”, spesso diversificato nel genere, con autori ed opere meritevoli di attenzione. Quanto scritto l’ho potuto constatare nel prendere parte nella qualità di giurato alla V Edizione del Tuscania in corto Short Film Festival, che si è svolta lo scorso 8 novembre per la Direzione Artistica di Ludmilla Filippova, riscontrando un ottimo successo di pubblico, attirando poi l’attenzione di molti professionisti del settore.

Considerando la qualità delle proposte ed in particolare dei titoli premiati, per offrire a quest’ultimi il giusto risalto, ne pubblico qui di seguito le recensioni, scritte mettendo ordine tra i vari appunti presi nel corso della visione. Jimmy, vincitore del Premio come Miglior Corto nella Sezione Al femminile. Scritto e diretto da Aïcha Camara, il corto si basa su un episodio di cronaca realmente avvenuto. Era il 20 luglio del 2002, quando, nei pressi di una discoteca nella zona industriale di Costa Polvoranca ad Alcorcón (Madrid), il quindicenne angolano Ndombele Augusto Domingos, noto come Jimmy nella cerchia amicale, dopo un alterco venne ucciso, a colpi di pugnale, dal ventiquattrenne José David Fuertes Sánchez, il buttafuori del locale.
Seguirono tre processi: nel primo Fuertes venne dichiarato non colpevole, il secondo, avviato due anni dopo per ordine dell’Alta Corte e della Corte Suprema, una volta ritenuta l’assoluzione arbitraria e mal motivata, portò infine ad un terzo procedimento: nel giugno 2006 l’assassino di Ndombele fu condannato a 18 anni di carcere. Nel corto Jimmy è interpretato da Moussa Camara, che con la sua recitazione ne pone in risalto il carattere generoso, altruista, mentre Marius Makon, il padre Filomeno, e Astrid Jones, la madre Paulina, esprimono efficacemente tutto lo sgomento e il dolore per una morte avvenuta in un paese verso il quale avevano nutrito la speranza di una accoglienza migliore, dopo la fuga dalla guerra in Angola.
L’autrice sembra propendere verso una combinazione tra i toni asciutti, essenziali, intesi a visualizzare sia la vita di Jimmy, soffermandosi sull’interno dell’appartamento dove vive con la sua famiglia, sia il verificarsi del tragico evento, e quelli volti a rimarcare una forte drammaticità, ad esempio nel focalizzare il dolore della madre o nella sequenza del processo, quando l’ omicida si proclama innocente, ponendo in risalto tutta l’arroganza propria del suprematismo bianco. Si evidenzia così come il razzismo sia un male tuttora presente, ostentando l’odio per il “diverso” all’interno di un sistema dove l’effettiva giustizia e la concreta eguaglianza spesso sono lontane dal concretizzarsi pienamente. La sceneggiatura mi è parsa piuttosto attenta in particolare ad evidenziare l’impatto sociale dell’evento delittuoso, le reazioni della comunità e quelle dei singoli individui coinvolti.

Forse, personale sensazione, la narrazione avrebbe meritato una cadenza maggiormente documentaristica, meno drammatizzata, ma ciò non ne pregiudica l’impatto da buon cinema civile nel porre in risalto uno dei tanti episodi di odio etnico lungi a scemare all’interno della società, tra paura, diffidenza e incapacità ad accettare la diversità come egualitario valore fondante della nostra stessa esistenza. Appuntamento a mezzogiorno, vincitore del Premio come Miglior Corto all’interno della Sezione Sociale e Ambiente. Scritto e diretto da Antonio Passaro, Appuntamento a mezzogiorno prende il via all’interno della cucina di un appartamento, al momento della preparazione del pranzo e vede protagonista una coppia di giovani sposi, senza figli, Carmine (Gianluca Di Gennaro) e Maria (Elena Margaret Starace).
Lui appare un po’ ombroso e brontolone, lei più solare e gioiosa. Carmine nell’aprire una scatoletta di fagioli si ferisce ad una mano, un accadimento che più avanti negli anni andrà a costituire un particolare trait d’union, quando lei (Nunzia Schiano) sarà sofferente di demenza senile e lui (Gigi Savoia), sempre burbero e borbottone, non mancherà di starle amorevolmente accanto… Passaro adotta uno stile di regia lineare, puntando soprattutto a valorizzare le interpretazioni attoriali e suffragare una certa delicatezza nel trattare determinate tematiche inerenti la vecchiaia, evidente, ad esempio, nella sequenza in cui Carmine, che Maria oramai non riconosce più, si adopera nel cambio del pannolone.
Di rilievo, con il prezioso contributo del montaggio di Paolo Ielpo, il passaggio temporale dalla giovinezza alla vecchiaia, quando assistiamo al risveglio di un’anziana Maria stranita dalla demenza senile e Carmine esprimere affettuosa accondiscendenza nei suoi confronti. Scrittura e regia riescono ad offrire risalto alla forza propria di un sentimento nell’andare incontro a possibili difficoltà, uniti “per sempre, nonostante tutto”. L’amore, quello vero, resiste allo scorrere degli anni, manifestandosi in forme sempre diverse, come evidenziato dalle interpretazioni di Nunzia Schiano e Gigi Savoia, colme di naturale espressività, che offrono agli spettatori quel tocco in più proprio di un cinema che fa leva sugli “affetti speciali”, mantenendo le distanze da ridondanze strappalacrime o pietistiche.

Pinocchio Reborn, vincitore del Premio come Miglior Corto all’interno della Sezione Tema libero. Pinocchio (Matteo Cirillo), dopo essere diventato un bambino vero, è cresciuto, ora è un adulto, di mestiere fa il falegname, avendo ereditato l’attività paterna. Buono, gentile, candido, è del tutto fuori sincrono con l’attuale vivere sociale, dominato da cinismo, individualismo e indifferenza. La difficoltà di essere accettato ed apprezzato all’interno di un nucleo sociale al cui interno vige un distorto criterio d’eguaglianza, basato sulla negazione di quello che ne è in realtà il valore fondante, ovvero la comprensione e la valorizzazione delle caratteristiche, fisiche, psichiche, comportamentali proprie di ciascun individuo, lo ha portato a rivolgersi ad uno psicologo (Paolo Triestino)…
Diretto da Matteo Cirillo, anche autore della sceneggiatura con Gianni Corsi, Pinocchio Reborn, intelligente ed intima rilettura del romanzo di Collodi, nel corso della narrazione mette in evidenza la facilità con la quale nell’odierno contesto sociale si possa essere conglobati in un processo di omologazione generato dai nostri stessi comportamenti, ove ci si adatti all’andamento esistenziale dei più, tra indifferenza e maleducazione. Avremo così, citando Pirandello, “tante maschere e pochi volti”, numerosi simulacri lignei e qualche essere umano in ordine sparso che decide di fare la differenza e rimanere, sempre e comunque, quel che è, “in direzione ostinata e contraria”.
Lo stile registico mi è parso piuttosto essenziale e diretto, incline a permeare la narrazione di una soffusa intimità, mentre la sceneggiatura fa leva soprattutto sui dialoghi per delineare un’attenta caratterizzazione dei personaggi, in particolare del protagonista, tra sana leggerezza e qualche tocco poetico. L’assunto collodiano viene riletto con sagacia e sensibilità, sullo sfondo del vivere “moderno”, nell’imperante livellamento burattinesco, guidati dai fili del “pensiero unico”, nel cui ambito il buon Pinocchio manifesta un candore dai toni quasi surreali, interagendo con persone arroganti e maleducate.

Emblematica nella sua portata metaforica la sequenza in cui vediamo l’ex burattino reagire violentemente nei confronti di un “barbone” che gli si era accostato per chiedergli nuovamente dei soldi: l’approvazione del gesto da parte dello psicologo e l’acclamazione della folla ben evidenziano lo squallore della società odierna o almeno di una sua parte, con Pinocchio pecora bianca in un gregge di pecore nere. Cocci, vincitore del Premio assegnato dalla FEDIC-Federazione Italiana dei Cineclub, alla quale il Tuscania in Corto è associato come Festival. Mariù (Milena Vukotic) e Angelo (Giorgio Colangeli), sono una coppia di anziani coniugi, timida e riservata lei, piuttosto estroverso lui.
Ogni giorno osservano un ben preciso rituale: la passeggiata fino a giungere presso un grande albero alla cui ombra sedersi per ascoltare il canto delle cicale, il pranzo, il caffè che Angelo ama bere nella solita tazzina sbeccata. Una serena abitualità, contornata da qualche amabile battibecco, che sarà improvvisamente interrotta dalla morte di Angelo… Diretto dall’esordiente Agnese Fallongo, anche autrice della sceneggiatura insieme a Mario Parruccini, Cocci esterna una lodevole delicatezza nel renderci partecipi sia della quotidianità dei due anziani coniugi, sia della mestizia di Mariù nel ritrovarsi sola, coinvolgendoci emotivamente nel suo graduale riaffacciarsi alla vita.
La macchina da presa diviene un tutt’uno con la narrazione, andando quindi a visualizzare l’assunto di come un amore pluriennale, che vada ad interrompersi per cause non dipendenti dalla nostra volontà, possa essere mantenuto in esistenza per il tramite di reminiscenze e sensazioni, idonee a percorrere, spiritualmente ancora insieme, quei passi rimanenti per giungere al capolinea. La sceneggiatura è attraversata, nei dialoghi, nella caratterizzazione dei personaggi e dell’ ambiente, da un realismo soffuso di un leggero tocco elegiaco, che rende più “morbido” l’inevitabile incedere temporale. Il montaggio (Mauro Gervasi) offre poi una piacevole scorrevolezza; rimarchevole l’ellissi che vede i coniugi addormentarsi insieme, mentre al risveglio Mariù è sola nel letto. Ad accompagnare la malinconia leggera e il senso del tempo che passa provvede l’intonazione in forma di leitmotiv del brano Mattinata fiorentina di Alberto Rabagliati (1941).
Se entrambe le interpretazioni dei due protagonisti offrono rilievo empatico all’umanità dei personaggi interpretati, particolarmente toccante si rivela la resa immedesimativa offerta da Milena Vukotic. Difficile non commuoversi nel vederla recuperare i cocci della vecchia tazzina amata da Angelo “perché non perfetta” e ricomporli. Una sequenza dall’ impatto metaforico, che vede il passaggio dall’inerzia causata dal dolore dell’assenza al “risveglio” incentivato dalla ricostruzione dei ricordi: occorre guardare avanti, col passato a fare da stimolo, non da zavorra. Assecondare il fluire temporale, accettarne ogni variazione sul tema, volenti o nolenti, insieme alla capacità di attingere dal proprio passato per vivere meglio il presente, possono rappresentare il segreto di una felice prosecuzione esistenziale.






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