
Lago d’Orta, tempi nostri. Gigi (Nicola Rignanese), disoccupato da sempre, naufraga con la sua barchetta nei pressi delle sponde lacustri, stordito da un cocktail di alcolici e pillole. È il suo modo di reagire alla notizia che la zia ha lasciato ogni suo avere alla chiesa, mentre a lui restano solo i trucchi e una serie di parrucche. Il nostro viene recuperato dagli amici di una vita, Beppe (Giuseppe Battiston), idraulico male in arnese, assillato dalle telefonate di clienti agli orari più improbabili, “sentimentalmente puro”, che vive con l’anziana madre e Umberto (Antonio Albanese), musicista dodecafonico la cui carriera è morta sul nascere, dopo aver fatto fallire l’impresa paterna, per non parlare della villa avita, oramai prossima alla vendita e dei due matrimoni che hanno condotto ad altrettanti divorzi e alla nascita, dalle diverse mogli, di due figli, Giulia (Claudia Stecher), fidanzata col rapper Mario Mario (Alessandro Egger) e Toni (Niccolò Ferrero).
Quest’ultimo sta per uscire di prigione, gli sono stati concessi i domiciliari in attesa del processo per aver rilasciato assegni a vuoto e viene prelevato dal padre, insieme ai due compari. Dopo essersi recati al bar del paese per festeggiare la scarcerazione, nel fare ritorno a casa, è notte fonda, un incidente, l’aver urtato con l’automobile qualcosa o qualcuno, andrà a sconvolgere non poco le loro esistenze… Diretto da Antonio Albanese, anche autore della sceneggiatura insieme a Piero Guerrera, Lavoreremo da grandi ne rappresenta il ritorno a toni surreali e grotteschi, ammantati da un’ironia amara, dopo quelli più realistici e tragici espressi nel precedente Cento domeniche. Ecco allora andare in scena una commedia precipuamente di caratteri, con i dialoghi che vanno ad assumere una pregnante rilevanza fino a delineare una compiuta teatralità, anche nel succedersi dei vari imprevisti che di volta in volta muteranno le carte in tavola, in particolare nelle reazioni esternate dai protagonisti.
Lo stile registico mi è parso piuttosto sobrio, mai compiaciuto o autocompiaciuto, attento ai particolari come alla direzione dei personaggi, ma soprattutto libero da schemi predefiniti nell’assecondare quale proscenio ideale quella provincia italiana lontana dall’omologazione totalizzante di un qualsivoglia centro metropolitano. Albanese si rivela ancora una volta un acuto osservatore d’ambienti, preferendo però all’analisi antropologica l’affabulazione propria di un vivace narratore nel visualizzare il fallimento inerente alla generazione d’appartenenza, quella dei sessantenni o giù di lì. Losers, per usare un termine caro alla letteratura e alla filmografia statunitense, piegati e piagati dalla vita, Gigi, Beppe e Umberto rappresentano quanti, dopo aver visto naufragare miseramente quel che si erano prodigati a realizzare, dando adito ai propri sogni, si rivelano incapaci di mettere in atto un “piano B”, d’altronde mai preventivato.
L’unico rimedio che riescono ad escogitare è rappresentato dallo schivare ogni responsabilità, individuando sempre e comunque in qualcosa d’esterno un opportuno capro espiatorio. Una situazione di comodo, autoassolutoria, dalla quale non intendono venirne fuori, preservando lo status da “disadattati in letizia”, messo alla berlina dalle nuove generazioni, le quali però, a loro volta, non è che se ne smarchino in positivo, almeno riguardo l’adattabilità ad una sia pur minima morale comportamentale. Da un punto di vista prettamente tecnico ho apprezzato la fotografia di Italo Petriccione, che contorna di suggestive luminosità l’oscurità notturna che avvolge il lago e le terre circostanti, così come una colonna sonora che mescola con disinvoltura musica classica e pop. Emblematica a tale ultimo riguardo la canzone sui titoli di coda, Gli sbandati hanno perso di Marracash e Zef, che rappresenta un po’ l’assunto proprio di tutto il film (“Avevamo solamente il sogno di una vita diversa, tanto noi la pace l’abbiamo già persa”).
Più che un elogio della sconfitta, per quanto espresso in toni soffusi e quasi elegiaci, siamo di fronte, personale sensazione scaturita nelle meditazioni successive all’uscita dalla sala, alla conclamata accettazione dei propri insuccessi esistenziali, con una seconda possibilità che potrà trovare sublimazione onirica quale anelata “rosa non colta”. Lavoreremo da grandi avrebbe certo meritato una maggiore definizione dei personaggi secondari, a partire da quelli femminili e, forse, anche un andamento narrativo più definito mano a mano che procede verso il finale. Quest’ultimo, comunque, nella manifesta sospensione sembra cogliere, sempre alternando ironia e amarezza, la consistenza propria di “una vita mal spesa” (Una giornata uggiosa, Mogol/Battisti).
Albanese con questa sua ultima opera si conferma autore meritevole di attenzione, in quanto riesce ad allacciarsi con compiutezza alla tradizione dell’italica commedia, intrecciandovi al suo interno diverse sfumature, dal drammatico al sentimentale, rimarcando incertezza e inadeguatezza di quanti non si sono allineati al rituale itinere sociale, continuando a sperare che l’ultimo sogno rimasto nel cassetto non svanisca alla luce del giorno.
Immagine di copertina: Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero, Antonio Albanese, Giuseppe Battiston (Movieplayer)





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