
Presentato nel 2024 alla 21ma edizione delle Giornate degli Autori, nell’ambito della 81ma Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia, Peaches Goes Bananas, diretto dalla regista francese Marie Losier, è un documentario che rifugge tanto dalla convenzionalità narrativa a tal genere inerente quanto da quella propria del biopic tradizionalmente inteso. L’amicizia tra l’autrice e Peaches, al secolo Merrill Beth Nisker, compositrice, cantante e produttrice discografica canadese di musica electroclash che negli anni con le sue opere ha posto in essere, tra ironia e trasgressione, un ribaltamento degli stereotipi sociali riguardanti l’identità e la sessualità, sostenendo i diritti LGBTQIA+, si è tradotta in 17 anni di riprese: performance sul palco, il dietro le quinte, la quotidianità più intima.
Ecco allora che nel corso della narrazione va a palesarsi una visualizzazione piuttosto realistica della congiunzione degli elementi propri di arte e vita, nella loro reciproca influenza e confluenza. In particolare si avverte l’incontro compiuto tra due manifestazioni di libertà, registica e artistico-musicale. La prima si esprime per il tramite dell’impiego immersivo della macchina a mano nel “pedinare” l’artista, non seguendo un ordine cronologico nell’incedere degli accadimenti (ottimo il lavoro al montaggio di Ael Dallier Vega), così come nell’utilizzare una pellicola 16mm che ci restituisce il sentore proprio di un realistico e tangibile scorrere temporale.
La seconda si esterna in un femminismo mai di facciata, sincero, totalizzante nel suo travalicare l’idea dell’identità di genere, inteso quindi a consacrare la persona in quanto tale, nella sua identità individuale, andando al di là di qualsivoglia definizione etichettante. Dal vissuto della protagonista, pubblico e privato, dallo scambio emozionale con gli spettatori dei suoi concerti, emerge una personalità incline a esprimere gioia nell’esternare una sempre vivida carnalità, manifestata anche nell’assecondare l’inevitabile mutamento corporale, al pari di quello d’animo nei confronti della vita, determinati ambedue dall’altrettanto ineluttabile incedere temporale.
Non seguendo, come su scritto, alcun ordine di continuità, si alternano riprese dei concerti, all’insegna della sana trasgressione nel mettere alla berlina convenzioni sociali, stereotipi e patriarcato, sulle note di canzoni come Vaginoplasty, Fuck The Pain Away, Set It Off, ad altre che ci rivelano la quotidianità dell’artista, il rapporto coi genitori, che le hanno trasmesso la passione per la recitazione e il canto e soprattutto con la sorella Suri, sulla sedia a rotelle causa sclerosi multipla. Vi sono poi i ricordi di un passato che l’ha vista insegnante di musica e recitazione alle scuole elementari, fino all’emergere preponderante, mai catalogabile in confini definiti, della volontà artistica di “impegnarsi al massimo, anche se significa scendere nell’oscurità”.
Peaches non si adagia mai sul successo conseguito, mantenendo viva la fiamma della sperimentazione e della voglia di mettersi costantemente in gioco, vedi l’ adattamento ai personali stilemi estetici e vocali de L’Orfeo di Monteverdi, tra i primi esempi di melodramma operistico. Peaches Goes Bananas è un film da vedere: coniugando l’essenza della persona con quella del personaggio ci restituisce un’idea totale di autodeterminazione emancipante, corporale e non solo, come l’assecondare il fluire temporale e accettarne ogni variazione sul tema, fino a dare adito a quella diversità arricchente appartenente a ciascuno di noi, ovvero la possibilità di fare la differenza nel corso del viaggio terreno, scegliendo liberamente il proprio appagamento esistenziale.
Immagine di copertina: Peaches (Movieplayer)






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