Jesus Christ Superstar (1973)

qwProbabilmente la rock opera più famosa e rappresentata di sempre, Jesus Christ Superstar, autori Andrew Lloyd Webber per le musiche e Tim Rice per i testi, prima di varcare trionfalmente le scene a Londra e a Broadway, venne pubblicata come doppio long playing nel 1970, viste le polemiche sorte per la sua impostazione non certo convenzionale nel seguire il testo evangelico.

Nel ’73 il regista Norman Jewison la traspone sul grande schermo, curandone la sceneggiatura insieme a Melvyn Bragg, un affascinante spettacolo interamente cantato, senza veri e propri dialoghi, se non di raccordo tra le varie scene, con la felice intuizione di sfruttare come location il deserto palestinese, lasciando intatte le rovine presenti ed anzi sfruttandole, con qualche minima aggiunta, come naturale scenografia per le varie coreografie, prendendo comunque le distanze dalla Storia e dal realismo. Nel prologo infatti vediamo un pullman fermarsi in una zona desertica ed una troupe di attori e ballerini scendere da esso e provare alcuni numeri musicali: va in scena così la rappresentazione degli ultimi giorni di vita di Gesù, sino alla crocifissione, suddivisa in vari quadri musicati e coreografati.

Si parte da Heaven on their minds, con Giuda (l’attore di colore Carl Anderson) che, lontano dal gruppo degli apostoli, rimprovera a Gesù (Ted Neely) di essersi fatto prendere la mano dalla sua presunta divinità e dalla popolarità della sua predicazione, dimenticando il giogo romano che li opprime, passando per This Jesus must die, dove i sommi sacerdoti, arrampicandosi sulle transenne di un tempio in rovina, incitano il Sinedrio contro Gesù, i tormenti di Giuda rappresentati da carri armati che lo inseguono, o l’intensa I don’t know how to love him, in cui Maddalena (Yvonne Elliman) descrive il suo essere sconvolta più dal conflitto dei sentimenti che dei sensi, per un uomo, Gesù, dall’impalpabile diversità, per citare le scene più famose, arrivando al pathos di Gethsemane , ai dubbi di Pilato, alla feroce derisione di Erode, sino ai tragici momenti finali. Alla fine la troupe prenderà la via del ritorno, ma Cristo, emblematicamente, resterà sulla croce, che si staglia su un silente tramonto.

Legato ai fermenti ideologici ed alla cultura hippie degli anni 70, l’amore universale come risposta alla guerra e all’odio, la ricerca di una spiritualità scevra da rigide dottrine, il rifiuto delle convenzioni sociali, evidenziata anche nella scelta dei costumi (pantaloni a zampa d’elefante ed ampie tuniche dai vivaci colori), il film mantiene comunque ancora intatto il fascino della formula proposta da Webber e Rice, un felice melange tra rock, tradizionale commedia musicale e melodramma. Più che il Gesù sconvolto dalla sua umanità, con l’ esteriorizzazione, anche violenta, del tormento interiore nell’accettare una volontà difficile da interpretare, vero protagonista è Giuda, voce critica e grido di dolore di quanti non riescono a comprendere e ad accettare il senso del trascendente nella vita terrena.


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