E’ morto stamattina, all’età di 80 anni, Claude Chabrol (foto), regista, sceneggiatore e produttore francese, tra i massimi rappresentanti del cinema mondiale, uno degli storici fondatori del gruppo della Nouvelle Vague, movimento di rinnovamento del cinema francese che avviene tra la primavera del ’59 e l’autunno del ’63 quando, in nome della “politica degli autori” e dei diritti del regista, padrone del linguaggio cinematografico e quindi autore del film, sparisce l’accademismo ereditato dagli anni ‘30 per nuovi modelli di riferimento, tra i quali Rossellini: la macchina da presa torna nelle strade, si riprende contatto con la realtà, abbandonando l’artificio degli studi cinematografici, cercando attori nuovi che potessero dare una patina di autenticità ai personaggi interpretati e affrancandosi dai vincoli della sceneggiatura. Si tende poi ad una fotografia più vicina al documentario e ad una illuminazione il più possibile simile alla luce naturale.
Redattore della nota rivista Cahiers du Cinéma, che aveva iniziato le sue pubblicazioni nel ’51 quando intorno al critico André Bazin si riunì un gruppo di giovani, tra critici, giovani registi, accomunati dalla forte indipendenza di giudizio e dalla forte voglia di rinnovamento, Chabrol nel ’57 pubblica con Eric Rohmer un libro su Alfred Hitchcock, mentre nel’58, supera le difficoltà del finanziamento in proprio dei suoi film, rifiutati da un circuito produttivo che preferiva andare sul sicuro, grazie ad un’eredità ricevuta dalla moglie, dando vita con Jacques Rivette ad una casa di produzione.
In questo stesso anno, dà avvio alla citata Nouvelle Vague con il suo primo film, Le beau Serge: lo gira con una piccola troupe nel paese della sua infanzia e con interpreti due attori sconosciuti, Gérard Blain e Jean-Claude Brialy, incentrando la trama tra dramma psicologico e storia poliziesca, a cui seguirà I cugini (1959), ambientato a Parigi, che riceverà una nomination al Festival di Berlino.
I suoi primi film, finanziati anche dai contributi del Centro Nazionale di Cinematografia, ricevono lodi dalla critica, ma non gli entusiasmi del pubblico, che ne scoprirà il talento solo dagli anni sessanta in poi, quando Chabrol verterà con decisione sul genere poliziesco, sceneggiatore sempre il fedele Gégauff degli esordi, citando in un sol colpo Hitchcock ed Orson Welles (che sarà attore nel film La decade prodigieuse, Dieci incredibili giorni, ’71 con il quale Chabrol porta sul grande schermo un romanzo di Ellery Queen) vista la ricercatezza formale ed un certo “appesantimento” a livello visivo (A double tour, A doppia mandata,’59).
Dopo aver accettato l’offerta della Gaumont, gira due film di spionaggio,La Tigre ama la carne fresca (‘64) e La Tigre profumata alla dinamite (‘65) che sfruttano il successo del film di genere del momento, basati sulle avventure di un super-agente segreto francese, Louis Rapière, il cui nome in codice è appunto La Tigre, tra la fine degli anni sessanta (Il tagliagole,’69) e l’inizio dei settanta (L’amico di famiglia, ’73) dirigerà sette film che costituiscono un “blocco compatto…sette varianti di uno stesso tema” (Cristina Bragaglia, Storia del cinema francese, Newton editore, ’95), con i personaggi che passano da una storia all’altra, visualizzando efficacemente la provincia francese e le sue ipocrisie, tra conformismi, vizi ed odio.
Nel ‘78 avviene l’incontro con l’attrice Isabelle Huppert, protagonista di Violette Noziere, storia dell’ultima donna ghigliottinata in Francia, che diviene una delle interpreti preferite dal regista, il quale avvia una serie di cambiamenti, da molti dei suoi collaboratori sino ad intraprendere una carriera di film per la televisione e di opere dalle grandi coproduzioni, con la notorietà all’estero che giunge soprattutto con Un affare di donne (‘88) e le sue successive collaborazioni con la Huppert.
Tra altri suoi film possono essere ricordati I fantasmi del cappellaio (‘82) dal romanzo di Georges Simenon, L’inferno (‘94), Il buio nella mente (‘95) e Grazie per la cioccolata (2000), visto che nonostante l’avanzare dell’età il regista francese ha continuato a lavorare, rallentando solo un po’ il ritmo nell’ultimo decennio. Dopo L’innocenza del peccato (2007) ha diretto il thriller Bellamy, protagonista Gerard Depardieu. Nel 2009 ha ricevuto al Festival di Berlino il premio alla carriera.





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