
Wall Street-Il denaro non dorme mai è il primo sequel di Oliver Stone, a 23 anni dall’originale, che fruttò al protagonista Michael Douglas, nei panni dello “squalo della finanza” Gordon Gekko il premio Oscar come miglior attore protagonista, oltre che uno di quei pochi film per i quali non abbia scritto la sceneggiatura, opera di Allan Loeb e Stephen Schiff.
Visti gli anni trascorsi e l’ambientazione nel 2008, l’anno dell’ avvio della crisi economica internazionale, e Douglas sempre protagonista, più che un vero e proprio seguito il film può considerarsi la rivisitazione di un’analisi critica sul mondo finanziario, se sia ancora valida la cinica affermazione di Gekko, “l’avidità è giusta”, ai suoi occhi forza positiva e propulsiva del sistema.
Il plot narrativo dà vita a varie sottotrame, visualizzando i destini di più persone, incrociati tra di loro causa accadimenti a catena che ruotano attorno al’ambiente delle grandi società d’investimento e delle fluttuazioni azionarie in borsa, con un linguaggio a volte criptico per i non addetti ai lavori, anche se il film, insistendo sui toni del melodramma, riesce a farsi seguire con un certo interesse.
Dopo aver scontato 8 anni di pena per insider trading Gekko (Douglas), cerca di rientrare nel mondo della finanza, decisamente cambiato rispetto ai suoi tempi, senza poter contare sull’aiuto di nessuno: troverà un alleato nel futuro genero Jacob Moore (Shia LaBeouf), giovane e abile broker, sospeso tra subitaneo guadagno e nobili utopie, che lavora per la Keller Zabel Investments, amministratore Louis Zabel (Frank Langella), uomo di vecchio stampo e suo mentore.
La sua ragazza Winnie (Carey Mulligan), figlia di Gekko, è un’ idealista che lavora nel no profit, ed è favorevole al’idea del giovane di investire in energie pulite. Ma quando la società subisce un crollo improvviso in Borsa, causa notizie d’investimenti in titoli tossici, e Zabel, che si suiciderà, la venderà per evitare il fallimento ad un socio di una potente società d’investimenti, proprietà di Julies Steinhardt (Eli Wallach), Jacob contatta Gekko: lo aiuterà a riavvicinarsi alla figlia in cambio di informazioni sul crollo della Zabel, deciso a vendicare la morte del fondatore. Ma il vecchio serpente non sembra aver mutato pelle…
La denuncia dell’immoralità e della cupidigia di Wall Street parte alla grande, sia grazie al’efficace regia di Stone, per quanto a volte inutilmente ridondante da un punto di vista formale (non si contano le volte in cui lo schermo si divide in due, tre o più parti, o vi siano sovrapposizioni varie tanto per far scena), sia per la valida prova di attori del calibro di Douglas, Langella e il silente e sottilmente perfido Wallach, mentre i giovani LaBeouf e Muligan, sembrano fare a gara, per espressività, specie il primo, con una patata lessa. Interessante ed anche significativo il breve cammeo di Charlie Sheen, redivivo Bud Fox, come è valida l’interpretazione di Susan Sarandon, madre di Jacob.
Purtroppo man mano che la storia procede perde la consistenza di un valido je accuse, annaspando nelle torbide acque dell’ambiguità e della contraddizione, andando definitivamente a fondo nel finale scontato e patetico, dove emerge come unica consolazione il motto per cui “il tempo è l’unico valore su cui investire”, per riscoprire i veri valori della vita, conciliando le proprie aspettative con quelle altrui.
Difficile dire se, come l’originale, il suo seguito possa essere visto come il presagio di un nuovo punto di svolta, ora in positivo, con una finanza dal volto umano, che, pur mantenendo le sue caratteristiche di base, volge verso l’etica, raggiungendo un compromesso, sempre da tenere sotto controllo, tra speculazione e reale progresso.
L’unica cosa certa è che negli Usa speculatori finanziari e similari finiscono in galera, mentre da noi, salvo qualche eccezione, occupano spesso alte cariche statali e, fregiandosi del titolo di perseguitati, cazzeggiano in qualche comodo ed accomodante salotto televisivo.





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