
Furba e riuscita rielaborazione di temi cinematografici propri di un recente passato, dal sapore deliziosamente vintage, o concreta, definitiva, affermazione autoriale di un regista, produttore e sceneggiatore che la sa molto lunga sui gusti del pubblico, cinematografico e televisivo, e sul come assecondarli, fiutando felicemente il momento giusto, meglio di un cane da trifola? Questa la domanda che ponevo a me stesso dopo la visione di Super 8, terza regia di J.J. Abrams, che a distanza di qualche giorno ha trovato risposta nella prima ipotesi, mentre riguardo la seconda attendo per le prossime realizzazioni qualcosa di effettivamente personale, pur non mettendo assolutamente in dubbio capacità ed abilità nel mettere in scena una sceneggiatura, della quale è autore, che si rifà, alla luce del sole e con tanto di dichiarazione d’intenti, ai lavori di Steven Spielberg, e non solo, ampiamente citando ed ammiccando, nel tentativo di un ritorno alle origini, tra linearità espositiva e valenza ammaliatrice delle immagini, con in più un’esternazione “pura” dei sentimenti.
La vicenda si svolge nel 1979, in una cittadina dell’Ohio, dove sei ragazzini hanno messo in piedi una vera e propria troupe per girare un film horror con il quale partecipare ad un concorso: Charles (Riley Griffiths),il regista, Joe (Joel Courtney), make-up ed effetti speciali, Preston (Zach Mills), attore e addetto alle luci, Cary (Ryan Lee), attore ed esperto in esplosioni, e i due attori protagonisti, Martin (Gabriel Basso) e Alice (Elle Fanning); una notte, durante le riprese, si verificherà sotto i loro occhi un terrificante incidente ferroviario che avrà rilevanti conseguenze sulla loro vita, su quella dei propri familiari e dell’ intera popolazione …
Se la prima parte, sino al sopra citato incidente, appare effettivamente esemplare, dando risalto agli elementi più intimisti, con tocchi di rara grazia (la rivelazione della morte della madre di Joe, la sua silente, sofferta, reazione al dolore), qualche spunto meta cinematografico (il dialogo di Alice, “film nel film”) e contrapposizione tra apertura mentale dei fanciulli e stolidità degli adulti, nella seconda la conciliazione tra queste tematiche e i generi dell’azione e della fantascienza, con richiami agli stilemi propri degli anni ’50 (le progressive ed inspiegabili scomparse, dovute ad un “qualcosa” di misterioso, paventando il “pericolo rosso” da guerra fredda) cavalcando anche l’auto citazionismo, appare spesso meccanica e non sempre riuscita.
Non basta infatti il ricalco di un’atmosfera, la riproposizione più o meno pedissequa di ogni elemento tipico delle realizzazioni più felici del Nume Ispiratore, dalla fotografia in poi, o, ancora, il tema della schiappa che si fa eroe, affacciandosi al mondo dei grandi mantenendo la primigenia purezza, quando a mancare è quell’afflato a metà strada tra l’elegiaco e l’empatico che è praticamente il suo marchio di fabbrica, sostituito dall’effetto nostalgia a livello oppiaceo, nella mancanza di qualsivoglia caratterizzazione che non sia data dall’ effetto copia.
In conclusione, ricordando di non lasciare la poltrona prima della fine dei titoli di coda, un film pienamente godibile, di buon livello tecnico, impreziosito dalle valide prove attoriali dei teneri virgulti (Fanning e Courtney in particolare), visivamente ma non magicamente spielberghiano.





Lascia un commento