Il regno

(Movieplayer)

Il regno, film iberico vincitore di 7 Premi Goya*, diretto da Rodrigo Sorogoyen, anche autore della sceneggiatura insieme ad Isabel Peña, si palesa alla visione come fulgido e paradigmatico emblema di un cinema incline a coniugare abilmente impegno civile ed intrattenimento: al centro della narrazione una contorta vicenda di corruzione politica, ambientata nella Spagna del 2007 ma indubbiamente volta a superare il localismo e la temporalità per ammantarsi (purtroppo, verrebbe da scrivere) di una valenza universale ed attuale, delineando quindi la vivida immagine di come all’interno del sistema le storture, le deviazioni da quello che dovrebbe essere il sentiero privilegiato, ovvero il perseguimento del bene comune, non siano certo appannaggio di una singola persona e del variegato entourage che andrà ad orbitarle intorno, composito miscuglio di corrotti e corruttibili, ma di quello stesso potere che si alimenta delle sue cristallizzate contraddizioni, così da continuare a sopravvivere, mantenendo ben salde le fondamenta del regno costruito negli anni. Si provvederà eventualmente, se ritenuto opportuno da chi manovra i fili delle tante marionette, a sacrificare colui che sia risultato tanto  improvvido da farsi cogliere con le dita sporche di marmellata: ciò basterà ad elargire una immacolata aura di estraneità  e proseguire quindi nel consueto incedere, individuando qualche altro soggetto idoneo a succedergli in nome della perpetuità del reame, un impero che estende la sua longa manus verso ogni settore della vita istituzionale e civile, indirizzando e spesso irreggimentando l’opinione pubblica all’interno di una concezione gerarchica relativa alla suddivisione di cariche e/o funzioni.

Antonio De La Torre (Movieplayer)

Il regno inizia con un bel piano sequenza, una volta ripreso di spalle il protagonista, Manuel López Vidal, carismatico vice segretario regionale, interpretato con mefistofelico aplomb da Antonio De La Torre: dalla spiaggia di una località costiera spagnola entriamo con lui nelle cucine di un lussuoso ristorante, dove il nostro riceve in consegna un sontuoso vassoio colmo di gamberi rossi da ripartire con i suoi commensali, i compagni di partito intenti, come fosse un allegro gioco, a discutere di varie questioni inerenti i tanti affari in gioco collegati alle loro poltrone, nonché a prendere per i fondelli il nuovo vice segretario generale, Rodrigo Alvarado (Francisco Reyes), che nel corso di un’intervista televisiva sta dichiarando il precipuo intento di avviare una doverosa e concreta lotta alla corruzione. Manuel è un uomo di successo, una moglie affettuosa, Inés (Mónica López) ed una figlia senza troppi grilli per la testa, Nati (Maria De Nati), cui non ha fatto mai mancare nulla, probabilmente neanche il superfluo, la carriera, supportata dalle giuste conoscenze, è in ascesa, si paventano probabili incarichi nazionali. Vi è però chi all’interno del partito conserva ancora un briciolo di amor proprio, nella capacità di riflettere sulle proprie azioni e, soprattutto, sulle conseguenze che queste ultime possono avere tanto nella vita privata quanto in quella pubblica ed inizia quindi a rivelare scottanti particolari relativi alla sottrazione delle sovvenzioni dell’Unione Europea o alla riqualificazione di terreni, losche vicende che vedono coinvolto Manuel ed altri “compagni di merenda”, come evidenziato da una intercettazione telefonica resa di pubblico dominio dai media.

(Movieplayer)

Viene dunque a galla, ma tant’altro resterà sommerso, un ben oliato sistema di appropriazione indebita perpetrato negli anni, il partito si smarca ed impone Manuel quale agnello sacrificale, la mela marcia, il ramo secco da tagliare perché la pianta resti fruttifera e non si perda tutto il raccolto… Una scrittura tesa ed avvincente, densa di taglienti dialoghi, colmi di cinismo e, a tratti, di stridente ironia, la regia che sfrutta a dovere i piani sequenza ma anche un’estrema mobilità della macchina da presa, del tutto “incollata” all’apparentemente gelido Manuel nel coglierne ogni gesto, dal più compassato fino all’esagitazione vorticosa evidente nella seconda parte, ad incriminazione avvenuta, altrettanto incisiva e sinergica nel rendere un concreto realismo alla narrazione avvalendosi anche delle ottime prove recitative dell’intero cast, l’atmosfera cupa, quasi da noir, sostenuta dalla fotografia di Alex De Pablo, sulla quale si staglia una costante tensione assicurata da un montaggio (Alberto Del Campo) secco e “concitato”, che sembra andare in sincrono con la palpitante colonna sonora (Olivier Arson), a volte forse un po’ ovvia ed invasiva, per quanto funzionale: tutto ciò contribuisce a rendere Il regno un’opera visivamente intrigante e potente dal punto di vista del contenuto, senza comunque a tale ultimo riguardo mettere in campo una facile morale, puntando essenzialmente a visualizzare attraverso toni realistici, come già scritto, permeati a volte da un distacco documentaristico, l’attaccamento alla propria posizione privilegiata di un politico incapace di porre in essere una seria autocritica rivolta al suo operato.

Bárbara Lennie (Movieplayer)

Manuel infatti alla logica partitica “meglio che un  uomo solo muoia per il popolo e non perisca tutta la nazione” contrappone un convulso “muoia Sansone con tutti i Filistei”, intendendo trascinare l’intero sistema con sé, nell’illusorietà di un tragico mal comune mezzo gaudio volto ad abbattere un muro che, come l’araba fenice, risorgerà dalle proprie macerie, in quanto il sistema può contare su molti alleati, un ormai scoperchiato vaso di Pandora all’insegna della sottomissione e della dipendenza, implicite o meno. Esemplare al riguardo la sequenza finale, che vede il confronto tra Manuel e la giornalista Amaia Marín (l’intensa Bárbara Lennie): il primo volenteroso di svelare in diretta, prove alla mano, ogni recondito retroscena della vicenda in cui si trova coinvolto, la seconda, pur consapevole di essere anche essa parte di un complesso ingranaggio inteso a rendere pubblico essenzialmente quanto possa giovare alla complessità del sistema politico-economico, non dimentica il proprio ruolo e l’invita, incalzandolo, ad una definitiva assunzione di responsabilità, domandandogli se si sia mai pentito, se abbia mai riflettuto su quanto faceva, magari pensando che sua figlia potesse crescere credendo che le azioni paterne rientrassero nella normalità o fossero comunque riservate a pochi eletti, a quelli che se lo meritano, ai furbi…

(Wikipedia)

Una domanda destinata a restare senza risposta, un silenzio più eloquente di tante parole sul quale andrà a chiudersi il film, un’opera che nel suo iter narrativo in crescendo riesce anche ad evidenziare come il sentore della corruzione, della cattiva politica, possa avere differenti percezioni, vedi la febbricitante sequenza della ricerca da parte di Manuel di un quaderno contenente prove decisive nella casa di un suo collaboratore, dove la figlia di quest’ultimo ha organizzato un “lieto festino” con gli amici e nessuno di questi, pur protestando, interviene, nella paura di perdere quanto “liberamente” acquisito. Il regno, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, è un thriller politico con echi noir che sfocia in una tragedia personale, la quale andrà ad assumere consistenza universale: “I personaggi e i fatti sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce” (didascalia da Le mani sulla città, Francesco Rosi, 1963).

 

(Spettacolo.eu)

*Miglior regista (Rodrigo Sorogoyen); Miglior attore protagonista (Antonio De La Torre);  Miglior attore non protagonista (Luis Zahera); Miglior sceneggiatura originale (Isabel Peña e Rodrigo Sorogoyen); Miglior montaggio (Alberto del Campo); Miglior colonna sonora (Olivier Arson)

 


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