Ricordando Olivia Newton-John: Grease (1978)

Olivia Newton-John (Adkronos)

Addio al dolce sorriso e al fascino soave, rimarcato dallo sguardo esprimente candore e meraviglia, di Olivia Newton-John, attrice e cantante di origine inglese (Cambridge 1948), morta ieri, lunedì 8 agosto, a Santa Ynez, California. Ne condivido il ricordo con i lettori, abituali o di passaggio, attraverso l’analisi del film Grease, 1978, che le diede la grande notorietà internazionale nei panni di Sandy. Tra le sue altre interpretazioni cinematografiche si possono anche ricordare quelle profuse in  Xanadu (con Gene Kelly, regia di Robert Greenwald ,1980, remake di Down to Earth, Alexander Hall, 1947)e Two of a kind (Due come noi, John Herzfeld, 1983, nuovamente a fianco di Travolta).  

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(Original Film Art)

America, anni ’50, una spiaggia al tramonto, fine estate: due giovani, Danny Zuko (John Travolta) e Sandy Olsson (Olivia Newton-John), hanno vissuto una breve ma intensa storia d’amore ed ora stanno per dirsi addio, visto che lei dovrà fare ritorno in Australia, dove risiede con la sua famiglia, promettendosi comunque amore eterno. Il destino ha però predisposto le pedine sulla scacchiera in modo da offrire una mano a Cupido, facendo sì che la coppia possa rincontrarsi: Sandy infatti, trasferitasi da Sidney, si iscriverà al Rydell High School, la stessa scuola frequentata da Danny, anche se lei ne verrà a conoscenza solo in seguito ad un ben preciso piano orchestrato da Betty Rizzo (Stockard Channing), aggressiva leader delle Pink Ladies, che non vede l’ora di mettere faccia a faccia i due, anche perché lo Zuko da lei conosciuto non è certo l’idolatrato bravo ragazzo, dolce e romantico, le cui gesta la candida australiana narra a piè sospinto… Eccola allora esclamare stupita, sgranando gli occhioni, “Danny!“, una volta che se lo troverà davanti, ricevendo come risposta “Sì, questo è il mio nome, ma non lo sciupare…“, trattata con ironico distacco, così da non compromettere la sua fama di “duro” di fronte agli amici, componenti della banda dei T Birds della quale il nostro è indiscusso punto di riferimento. Sarà l’inizio di tutta una serie di schermaglie amorose e proprio l’apparentemente ingenua fanciulla, curioso punto d’incontro tra Sandra Dee e Doris Day, intanto entrata a far parte delle citate Pink Ladies, metterà in atto una decisa trasformazione, deviando dai rigidi parametri comportamentali per riconquistare una volta per tutte il suo “cocco”…

Olivia Newton John e John Travolta (TvZap)

Grease è uno di quei film il cui ricordo ti accompagna per sempre, ritrovandovi ad ogni visione la stessa freschezza e gioiosa spontaneità proprie del debutto sugli schermi, 44 anni addietro, la cui fascinazione cinematografica va di pari passo con la sua coinvolgente dinamicità, trovando entrambe la loro ragion d’essere in primo luogo nel carisma proprio degli interpreti, a partire dalla corporeità espressa da John Travolta (movenze, atteggiamenti, mimica complessiva) reduce dal successo de La febbre del sabato sera (John Badham, 1977) e proseguendo con la scintillante e suadente Olivia Newton-John, del tutto a suo agio nei panni di Sandy, accompagnandone i turbamenti emozionali nell’intraprendere un percorso esistenziale che la condurrà, più che ad assecondare, come potrebbe apparire di primo acchito, una sembianza femminile ad uso e consumo di un trito immaginario maschile, a rendersi padrona del proprio destino, perseguendo emancipazione ed autodeterminazione nel dare l’addio, riprendendo quanto su scritto, ai rigidi parametri sociali di comportamento. Da rimarcare poi, all’interno di un cast coralmente congruo all’iter narrativo, Stockard Channing, ammaliante amalgama di cinismo e sottesa dolcezza. Le interpretazioni attoriali, in sinergia con l’attenzione profusa nelle scenografie (Philip Jefferies , James L. Berkey) e nelle coreografie, la coinvolgente colonna sonora (Barry Gibb, John Farrar, Louis St. Louis, Bill Oakes, Jim Jacobs, Warren Casey), inclusiva di tre brani inediti rispetto al musical d’origine (You’re the One That I Want, Grease, il tema portante, Hopelessly Devoted to You, nomination all’ Oscar come migliore canzone), consentono quindi di chiudere un occhio nei confronti di una regia a volte un po’ anodina (Randal Kleiser) e di una sceneggiatura (Allan Carr e Bronte Woodard) ligia negli adattamenti e modifiche di rito.

(Style Magazine- Corriere)

Punto di partenza è infatti il plot dell’omonimo musical del 1971 di Jim Jacobs e Warren Casey, il cui debutto a Chicago venne notato dai produttori Ken Waissman e Maxine Fox, i quali si adoperarono per l’allestimento di una versione a Broadway, con la regia di Tom Moore e le coreografie di Patricia Birch. Quasi pleonastico scrivere che in Grease ci troviamo di fronte ad una visualizzazione estremamente tipizzata, e mitizzata, di un’epoca, tra gonne a campana e giubbotti di pelle, drive in e locali dai colori sgargianti, sgasanti hot-road pronte a mordere l’asfalto, contrapposizione “all’antica” fra maschi-femmine, con tanto di bande rivali, aule scolastiche e palestre, senza dimenticare il classico ballo di fine anno tra lenti e trasgressivi rock and roll: sin dai titoli di testa noi spettatori siamo invitati ad entrare in una sorta di favola musicata, incline comunque a cavalcare l’onda dell’ omaggio ora affettuoso, ora ironico (vedi le citazioni di Rebel Without a Casue, Gioventù bruciata, Nicholas Ray, 1955), un po’ come il coevo telefilm Happy Days (ed uno dei suoi protagonisti, Henry Winkler, il mitico The Fonz, fu la prima scelta per il ruolo di Zuko, che però declinò l’offerta per poi pentirsene), anche nel dare adito a qualche intromissione nel reale, lungi da facili “messaggi” o analisi sociologiche, considerando come ogni problema possa essere risolto puntando sulla forza del gruppo ancor prima che del singolo individuo, il quale comunque resta sempre il solo artefice del proprio destino, capace di dare una svolta alla propria esistenza, semplicemente lasciandosi andare, facendo emergere l’altro lato di sé e adattandolo al perseguimento dei propri scopi o interessi. Il felice connubio tra musica ed immagine raggiunge, per il tramite di una costruzione in crescendo, l’apice virtuosistico nel trascinante finale sulle note di We Go Together, esuberante inno alla gioia di vivere e allo stare insieme, facendoci, ancora una volta, illudere che l’età giovanile dei nostri primi amori e del nostro timido affacciarci alla vita si sia cristallizzata in un determinato e personalizzato periodo. “Scorri piano, sabbia del tempo”…


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