Visioni di cortometraggi dal Garofano Rosso Film Festival- Parte I

Inizio a pubblicare con il seguente articolo le recensioni di alcuni cortometraggi visionati fra quelli proposti, in differenti sezioni, dal Garofano Rosso Film Festival, in corso di svolgimento dallo scorso 5 settembre a Forme di Massa d’Albe (AQ), per concludersi domenica 11, e del quale Sunset Boulevard è media partner. Apro le danze con The Sands of Time, scritto e diretto da James Hughes, inserito nella sezione Lacci, la cui narrazione prende il via ai giorni nostri nello scenario naturale di una spiaggia in Cornovaglia, quando un uomo, Nate (Freddie Stewart), nota un’affascinante donna, Hattie (Tessa Bonham Jones), che indossa un costume da bagno anni ’20, con la quale andrà a condividere il segreto di una porta temporale il cui ingresso si affaccia sulle dune circostanti… La regia di Hughes riesce a creare una particolare atmosfera, suggestiva e poetica, incline ad unire fantasia e realtà, raziocinio e sentimento, pur con un certo affanno nella costruzione di qualche passaggio in fase di scrittura, che mi è apparsa a volte un po’ confusa, forse per la volontà di lasciar intuire più che svelare determinati particolari, andando comunque a visualizzare una ammaliante e concreta mescolanza tra affetti speciali ed effetti speciali, perdonatemi il non raffinatissimo gioco di parole, tanto nel delineare, nella cornice di una magica sospensione, il sentore dell’inevitabile incedere temporale, quanto nel rappresentare l’accettazione reale di tale fluire, la quale andrà a sublimarsi nell’assecondarne ogni variazione sul tema, volenti o nolenti, congiunta alla capacità di attingere dal proprio passato per vivere meglio il presente, insieme alla persona amata, con cui si è condiviso ogni momento dell’incedere terreno, permeando il sentimento del sentore proprio di una fattibile eternità, “per sempre e nonostante tutto” (Frankie and Johnny, Garry Marshall, 1991).

Le visioni sono poi proseguite con Cinque Kg dalla felicità (sezione Femme), scritto e diretto da Lara Leggero, anche attrice protagonista nei panni di Giulia, giovane donna che vive in quel di Torino. Conduce un’esistenza che, sin da quando era bambina, appare tormentata da un rapporto conflittuale col proprio corpo, con la conseguente mancata accettazione di sé, della propria immagine, sia per come da essa stessa percepita, sia nel prospettare come venga avvertita da quanti le stanno vicino, familiari, amici, conviventi, andando sempre e comunque ad avvertire quei cinque kg in più in guisa di una spessa barriera che si antepone al raggiungimento di una esistenza serena, sentendosi “un bruco nella mela” piuttosto che una crisalide consapevole di poter divenire farfalla, pronta a circoscrivere il fluire della vita col suo volo, finché … Attraverso un valido lavoro di scrittura ed una regia attenta ed “agile” nel dare spessore ad ambientazioni e personaggi, l’autrice pone in scena un sentito racconto di formazione verso l’autodeterminazione e la piena consapevolezza di sé, della propria più intima essenza, anche per il tramite dell’espressione artistica, andando quindi a rendere concreta metafora di come quei cinque kg paventati da Giulia quale limite alla felicità siano soprattutto una zavorra interiore, l’aver lasciato nel corso degli anni che fossero gli altri a determinare il suo percorso esistenziale, ponendo nei loro confronti atteggiamenti passivi di acquiescenza quando non di compiacenza, per poi infine prendere consapevolezza della propria interiorità inespressa, esprimendosi al meglio di quel che si è, assecondando in corso d’opera eventi, situazioni e stati d’animo. Anima mia che metti le ali / e sei un bruco possente / ti fa meno male l’oblio / che questo cerchio di velo. / E se diventi farfalla / nessuno pensa più / a ciò che è stato / quando strisciavi per terra / e non volevi le ali (Alda Merini, Anima mia, Il maglio del poeta, 2002).


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