Visioni di cortometraggi dal Garofano Rosso Film Festival- Terza ed ultima parte

Ultimo appuntamento con le pubblicazioni delle recensioni di alcuni cortometraggi visionati fra quelli proposti, in differenti sezioni, dal Garofano Rosso Film Festival, in corso di svolgimento dallo scorso 5 settembre a Forme di Massa d’Albe (AQ), per concludersi domenica 11, e del quale Sunset Boulevard è media partner. Hunger (Hambre, sezione Wonderland), scritto e diretto da Carlos Meléndez, narra, sullo sfondo di una desolata campagna messicana, le vicende di un ragazzino (Damián Rodríguez Martínez), tormentato dai raggelanti ruggiti di un pozzo cui deve elargire continuamente del cibo per far sì che si plachino le sue ire, così come nella misera abitazione deve fare i conti con l’ingordigia del fratello più grande (Evan Zahid Parra Sánchez ), che gli sottrae quotidianamente quel poco di cibo che la madre malata (Lilia Mendoza) riesce con fatica a suddividere tra di loro, fino a quando non riuscirà a trovare una drastica soluzione… Meléndez circoscrivendo con accorti movimenti di macchina ambienti, situazioni e personaggi, mette in scena una fiaba horror che si affida, anche considerando l’assenza di veri e propri dialoghi, all’essenzialità visiva propria del cinema delle origini, trovando poi ulteriore felice resa nella fotografia (Artur Chu) e negli effetti sonori, così come nella bontà recitativa del giovane protagonista, costruendo nel succedersi delle immagini un incubo ad occhi aperti idoneo a contestualizzare una per certi versi disturbante metafora sullo stato d’indigenza in cui versano ancora determinate popolazioni, nell’indifferenza generale, e sulle conseguenze, spesso tragiche, che esso comporta, in particolare nei riguardi dei più piccoli, costretti anche al ricorso a vari espedienti per soddisfare i bisogni necessari.

Frame of Mind – Silenzio in sala (sezione Bizarre), scritto e diretto da Davide Del Mare e Raphael T. Vogel, si apre con una dedica, resa in didascalia, agli artisti dello spettacolo, andando quindi a visualizzare nel corso della narrazione, adattando il testo de Il gabbiano di Anton Čechov, la tragicità di una situazione che da particolare potrebbe divenire universale, ovvero la chiusura dei teatri nel corso dell’incedere pandemico incline a rendersi triste raffigurazione di come sarebbe il mondo una volta privo di qualsivoglia espressione artistica e culturale, soprattutto nella assoluta mancanza del necessario rapporto simbiotico fra artista e pubblico, espresso a livello di critica, approvazione, o anche disapprovazione. Ecco allora che all’interno di un teatro, per l’appunto privo di pubblico, un attore (Francesco Sferrazza Papa) si appresta ad andare in scena, tormentandosi però con mille pensieri che si rincorrono l’un l’altro, interrogandosi sulla rilevanza del suo ruolo, se alimentato solo in virtù di quella “febbre da palcoscenico” che, finita una rappresentazione, fa sì che subito ci si concentri su quella successiva o se piuttosto sia ancora più determinante un tangibile contatto con gli spettatori, quel rapporto diretto che rende l’atto recitativo teatrale qualcosa di unico ed ineguagliabile, trovando infine, grazie anche all’intervento di una collega (Valentina Bartolo), l’indispensabile punto di raccordo fra le due istanze, incline a reggersi su un delicato equilibrio che ne assicura e perpetua l’esistenza. Oltre alla regia e alla recitazione, nella valida resa complessiva credo giochi un ruolo fondamentale il montaggio di Davide Del Mare, idoneo ad assicurare una buona fluidità all’impetuoso scorrere emozionale dei pensieri e della loro esternazione.

Istruzioni romantiche per danzare senza gravità (sezione Lacci), che vede alla regia Lucio Zannella e alla sceneggiatura Lorenzo Giovenga e Valentina Signorinelli, fra i cortometraggi visionati è forse quello che mi ha più sorpreso, in virtù della sua particolare costruzione narrativa, che prende il via con l’arrivo di Graziano (Roberto Cacciappoli) nel “nido d’amore” di Simone (Lorenzo Lazzarini) e Laura (Claudia Liucci), la loro nuova casa, che stanno inaugurando con una cena tra amici. Graziano trova posto accanto ad Alisia (Chiara Celotto), ne è attratto e prova ad attaccare bottone, dando vita così ad una conversazione scoppiettante, perché l’ironia dell’uomo, il suo modo di fare volto a sfottere tutto e tutti, troverà opportuno contraltare nelle risposte della donna, che sotto l’apparenza remissiva nasconde una forte determinazione congiunta a un cinismo “pratico”. I due ad un certo punto, ormai consci di una reciproca sintonia, decideranno di abbandonare la tavolata, momento in cui Alisia rivelerà di essere paraplegica… Un attento e sagace lavoro di scrittura, congiunto ad una regia volta a valorizzare le interpretazioni attoriali, nell’affrontare la tematica della disabilità rifugge fortunatamente dai consueti toni buonisti o, peggio ancora, pietistici, sfruttando inizialmente gli stilemi della classica commedia romantica, uomo e donna dai caratteri in apparenza divergenti che danno vita ad una schermaglia amorosa in stile “partita di tennis” fino a rinvenire mirabile intesa, per poi concludere con una sequenza onirica idonea a rendere concreta l’accettazione di uno stato fisico la cui “diversità” più che essere considerata quale scriminante diviene piuttosto il valore aggiunto di una concreta eguaglianza, con quest’ultima a rappresentare la fonte cui attingere per innalzare il pilastro portante di una necessaria umanità, spesso smarrita nei meandri labirintici di un presunto moderno efficientismo, quell’illusorietà a lungo coltivata e ricercata della perfezione assoluta, tanto nell’aspetto fisico quanto negli atteggiamenti esistenziali esternati nei confronti di noi stessi e con coloro coi quali ci andiamo a confrontare lungo il nostro quotidiano percorso.


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