
Tokyo, giorni nostri. Hirayama (Koji Yakusho), sessanta anni circa, è un addetto alla pulizia delle toilette pubbliche nel quartiere Shibuya. Svolge il suo lavoro con meticolosità certosina, al contrario del giovane collega Takashi (Tokio Emoto), dimentico nella sua volubilità del concetto di “bene comune”, caro al popolo giapponese.
La sua vita si svolge nel rispetto di tutta una serie di rituali, probabilmente idonei a conferire una certa sicurezza relativa all’andamento esistenziale, garantendo minime variazioni sul tema: appena sveglio dà una veloce scorsa all’ultimo libro che sta leggendo, giusto per riprendere il filo di quanto lasciato in sospeso la sera precedente, poco prima che il sonno prendesse il sopravvento, poi segue la cura dell’igiene personale, usufruendo dell’unico lavabo presente nell’appartamento, un’attenta spruzzata d’acqua alle piantine d’acero, colazione con un caffè in lattina al distributore automatico sotto casa e poi via al lavoro con il buffo minivan, colmo di quanto necessario alla sua attività, detersivi e attrezzi vari, ascoltando lungo il tragitto musica americana degli anni ’70 e ’80, rigorosamente in cassetta.
Pausa pranzo nel solito posto, una panchina sotto le fronde degli alberi, fotografando con la piccola macchina analogica la “danza delle foglie nel vento” (Komorebi), quando il sole ne crea il riflesso fino a dar vita ad un suggestivo cono d’ombra. A lavoro concluso, verso sera, doccia in un bagno pubblico e cena in una tavola calda nei pressi della stazione. Il giorno di riposo, quando è solito mettere l’orologio al polso, consapevole di quanto sia prezioso ogni minuto da dedicare solo a se stesso, porta le fotografie a sviluppare, compra qualche tascabile in una libreria dell’usato e pranza in un piccolo ristorante gestito da Mama (Sayuri Ishikawa), che gli riserva varie premure.
L’esistenza del nostro, propenso a rivolgere, sempre e comunque, uno sguardo di comprensione e ricercata condivisione a quanti incrociano il suo cammino, dal senza tetto alla ragazza seduta alla panchina di poco distante dalla sua, vedrà l’incrinarsi della consueta ritualità una volta che riceverà la visita della nipote Niko (Arisa Nakano), figlia di sua sorella Keiko (Yumi Aso) e dopo aver visto Mama abbracciare un uomo.
Si tratta dell’ ex marito della donna, dal quale è separata da sette anni, venuto per confidarle di essere affetto da un tumore all’ultimo stadio, come lo stesso rivelerà proprio a Hirayama, che ora, al colmo del riaffiorare dei ricordi di una vita precedente, andrà incontro ad un nuovo giorno con una rinnovata consapevolezza nei riguardi di quel mondo, uno dei tanti esistenti, in cui ha scelto di vivere.
Presentato, in Concorso, al 76mo Festival di Cannes, dove il protagonista Koji Yakusho ha ricevuto la Palma d’Oro per la sua interpretazione, realistica, empatica, naturalmente immedesimativa, Perfect Days vede Wim Wenders, regista e sceneggiatore, in quest’ultimo caso insieme a Takuma Takasaki, porre in scena una narrazione, racchiusa visivamente nel classico formato 4:3, che ci invita ad osservare il mondo con gli occhi di Hirayama, assecondandone la gestualità, il suo “usare le parole come perle”, con il silenzio e lo sguardo a conferire pregnante espressività.
Attraverso il succedersi delle immagini, dal nitore elegiaco e suggestivo, ogni accadimento della sua quotidianità, anche quello che potrebbe sembrare del tutto insignificante, appare permeato di una luminosa unicità, in quanto idoneo a fare la differenza nel dare vita ad una sorta di personale universo, parallelo a quello consueto, nel cui ambito, invece, ogni cosa appare contornata da una spessa patina omologante.
Per il tramite di calibrati ed essenziali movimenti di macchina Wenders diviene “pedinatore seriale”, rendendo l’obiettivo del tutto coincidente con lo sguardo di un uomo, a volte colmo di stupore ma sempre espressione di una ricercata conciliazione umana, che ad un certo punto della sua vita ha preso le distanze da una ricchezza materiale che gli avrebbe consentito vari agi ed opportunità, ponendo in essere una ben precisa scelta esistenziale.
Forse in seguito a qualche sbandata, una momentanea uscita di strada comunque utile a comprendere il da farsi per rimettersi in carreggiata, Hirayama ha scelto di assecondare un modus vivendi all’insegna della naturalità, rendendosi flessibile al flusso della vita al pari dei rami degli alberi mossi dal vento, così da accogliere tra le fronde i raggi del sole.
L’idea del film prese piede quando Wenders venne invitato a Tokyo per rendere testimonianza attraverso dei cortometraggi ad un progetto riguardante il restyling dei bagni pubblici di Shibuya ad opera di famosi architetti. Entusiasta di quanto visto, il cineasta tedesco propose invece di dar vita ad un lungometraggio, un’opera di maggior respiro narrativo, che potesse omaggiare sia la capitale nipponica, sia il “più giapponese dei registi giapponesi“, ovvero Yasujirō Ozu, sua dichiarata fonte d’ispirazione cinematografica cui aveva già dedicato il documentario Tokyo-Ga, girato nel 1983 e selezionato due anni più tardi al 38mo Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard.
Infatti il nome Hirayama lo si rinviene ad indicare il protagonista in due film di Ozu, Fiori d’equinozio (Higanbana, 1958) e Il gusto del sakè (Sanma no aji, 1962). Ecco allora che l’iter narrativo di Perfect Days, al cui interno si ovvia alla ripetitività del risveglio con un attento lavoro di montaggio (Toni Froschhammer), per cui l’inizio del giorno viene di volta condensato offrendo rilevanza allegorica ad un gesto diverso, segue un andamento simile a quello di molte realizzazioni di Ozu.
Si parte da una situazione che, pur nella sua diversità rispetto al consueto andamento generale, appare connotata da una sorta di equilibrio armonico, destinato ad infrangersi una volta venuto fuori un qualche segreto inerente alla personale esistenza. Dal conflitto conseguente deriverà tanto una nuova accettazione che un’inedita consapevolezza.
Ecco allora l’introduzione graduale di tutti quegli elementi, intuibili nel reazionarsi di Hirayama con familiari, colleghi e conoscenti, che andranno a generare un momentaneo corto circuito nel fargli rammentare eventi della vita passata e probabilmente a spingerlo a riconsiderare in una nuova ottica il volontario distacco da una frequentazione “altra” del sociale, anche considerando come i suoi sogni notturni (resi magnificamente in bianco e nero) non offrono altro che un replay degli accadimenti giornalieri.
Attraversato da una colonna sonora costituita da musica diegetica, ovvero quella ascoltata dal protagonista all’interno del furgoncino o dell’appartamento, ma anche nel locale di Mama (con una toccante interpretazione dal vivo, in giapponese, del classico degli Animals, The House of the Rising Sun, 1964), Perfect Days offre un finale di rara intensità e sincero trasporto emozionale, lontano da qualsivoglia affettazione, che è poi la cifra stilistica dell’intera pellicola: sulle note di Feeling Good nell’interpretazione di Nina Simone che partono dall’autoradio, il primissimo primo piano di Hirayama pone in essere un tutt’uno tra il suo sguardo commosso e il levarsi del sole, l’inizio, probabile, di una rinnovata cognizione esistenziale, nella contezza delle proprie scelte.
Due ombre che si toccano non vedono diminuire la loro intensità, bensì offrono la consistenza di una forma inedita, più nitida, gestendo sempre e comunque quel che offre il presente, “adesso è adesso, la prossima volta è la prossima volta”.
Foto di copertina: Movieplayer






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