(Calabria.Live)

Domenica scorsa, 3 marzo, ho assistito, all’ Auditorium Unità d’Italia di Roccella Jonica (RC), ad una coinvolgente e suggestiva rappresentazione, L’alfabeto delle emozioni, inserita nel cartellone della XXX Stagione Teatrale della Locride curata dal Centro Teatro Meridionale, per la direzione artistica di Domenico Pantano.

Protagonista assoluto, nell’esternazione di un suadente monologo, la cui produzione fa capo a Savà Produzioni Creative, lo scrittore e drammaturgo Stefano Massini. Scenografia essenziale, sfondo nero, un tavolo con una scatola e tre lavagne magnetiche: dalla prima l’autore andrà ad estrarre una lettera dell’alfabeto, che porrà sulle seconde, in ordine d’uscita.

Ognuna delle lettere costituirà l’iniziale di una determinata emozione, che il nostro si prodigherà ad illustrare con fare affabulante, adoperandosi poi per circoscrivere quanto narrato nella corrispondenza di particolari accadimenti storici, che hanno visto protagonisti personaggi attuali o di un tempo passato.

Massini asseconda una soffusa ironia, sempre concretamente incisiva e, sostenuto da un’incalzante oratoria da moderno aedo, avalla l’intento di rappresentare quella totale abulia emozionale che ormai pervade il rituale incedere quotidiano.

Dalla rabbia all’odio, passando per l’amore, giusto per fare qualche esempio, qualsivoglia emozionalità deve obbedire ai criteri di un’asettica corrispondenza ad imposti parametri socio-culturali, nella loro varia veicolazione, in nome di una sorta di quieto vivere standardizzato.

Se quindi l’attuale civiltà tende a degradare verso un piacere prioritario fine a se stesso, che ci sospinge alla deriva della vacua accondiscendenza compiacente, nell’alternanza scomposta di banalità e mediocrità, quel che andiamo ad esternare all’interno dei social, spesso considerati, a torto, come una sorta di “realtà altra”, delineata da schermi dalle varie misure, non può annoverarsi propriamente nell’ambito delle “emozioni”.

Facendo precipuo riferimento all’etimologia del termine (dal latino emotionem, da emotus, participio passato di emovere, tirar fuori), infatti, le suddette reazioni potranno per lo più costituire una esternazione umorale indotta dall’atteggiamento altrui, inteso quest’ultimo a sfidarci “a regolar tenzone” e non qualcosa scaturente dall’intimità del nostro animo.

Manca quindi in tale contesto sia un costrutto idoneo a renderci edotti, per il tramite dello scaturire emozionale, della nostra ed altrui essenza, sia la circoscrizione nella sfera di un confronto concretamente umano, tale da consentire anche l’espressione di una specifica individualità diversificante, quella che ci accomuna tutti, da preservare e condividere.  

Quanto messo in scena da Massini assolve dunque ad una vera e propria funzione catartica, ponendoci di fronte a noi stessi ed invitandoci a riflettere, fino a dipanare un sotteso fil rouge  tra la nostra identità passata, quella attuale e ciò che potremmo divenire.

Ci rammenta, in definitiva, come si sia tutti “in equilibrio sulla corda tesa della vita”, nella ricerca di qualcosa che alberga dentro di noi, che non ha nome, qualcosa che è ciò che noi siamo, adattando alla chiusura dell’articolo una nota frase di José Saramago.

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