(Wikipedia)

1941, Pleasant Valley, quieta cittadina statunitense dello stato di New York, “tutta pace, armonia e amore”, a parte il piccolo dettaglio di due uomini che se le stanno dando di santa ragione. In realtà si tratta di un incontro di boxe, il giornaliero allenamento del pugile Joe Pendleton (Robert Montgomery), “il gancio volante”, atteso nella Grande Mela per un match che potrebbe rivelarsi decisivo per le sue sorti di campione, dove intende recarsi guidando personalmente il proprio aeroplano, nonostante le rimostranze dell’allenatore Max Corkle (James Gleason), preoccupato che possa stancarsi e compromettere la sua eccellente forma fisica.

Purtroppo per Joe, nonostante abbia con sé il suo sassofono portafortuna, con cui si diletta a suonare maldestramente The Last Rose of Summer, la rottura di un tirante fa sì che il velivolo precipiti, e il nostro si troverà ben presto tra le volte celesti, in fila insieme ad altre anime destinate ad un nuovo cammino terreno, anche se avrà ragione nel protestare per l’improvvisa dipartita. Infatti il Messaggero 7013 (Edward Everett Horton), per evitargli l’agonia dello schianto, lo ha prelevato dall’aereo nel momento in cui stava precipitando, mentre sarebbe certo sopravvissuto, visto che i genitori lo attendono per il 1991, come certifica Mr. Jordan (Claude Rains), addetto responsabile allo smistamento.

Non resta che riportare l’anima nel suo “involucro”, peccato che Max abbia già provveduto alla cremazione, per cui si prospetta l’alternativa di occupare il corpo di tale Bruce Farnsworth, un ozioso tycoon, che sta per essere ucciso dalla moglie Julia (Rita Johnson) e dal suo amante, il segretario personale del marito, Tony Abbott (John Emery)…

Adattamento ad opera degli sceneggiatori Sidney Buchman e Seton G. Miller dell’opera teatrale del 1938 di Harry Segall Heaven Can Wait, titolo di cui la Twenty Century Fox vantava i diritti cinematografici (infatti venne usato per la splendida commedia di Ernst Lubitsch del 1943), Here Comes Mr. Jordan vede alla regia Alexander Hall, piuttosto abile nel sostenere, senza particolare guizzi, una narrazione ai limiti dell’inverosimile, ma certo affascinante nel suo evidenziare come il destino possa rivelare molteplici facce e riservare più di una sorpresa nel concedere impensabili possibilità, conferendo inedito senso all’incedere quotidiano.

Siamo infatti di fronte ad uno di quei film che, pur non andando a comporre il variegato mosaico delle opere ritenute pietre miliari dell’arte cinematografica, almeno a parere dello scrivente ed aprendosi al beneficio del dubbio, coinvolgono per piacevolezza visiva e naturale resa emotiva.

Il merito al riguardo è ascrivibile alla scrittura agile e brillante, che offre dialoghi arguti ed ironici nel pungolare i costumi propri della società americana dell’epoca ed asseconda toni surreali, comicità slapstick ed una certa dose di romanticismo, ma anche all’ impeccabile direzione degli attori, intesi a sostenere con felici modalità recitative l’ingresso del soprannaturale nella vita di ogni giorno, rendendo così plausibili i vari incastri narrativi.

Questi ultimi offrono visualizzazione, nella cornice di un’atmosfera scenica quasi “sospesa”, di quanto le azioni umane possano essere guidate da una sorta di mano invisibile che, indipendentemente dalla volontà individuale, adatta ogni situazione o circostanza ad una condotta esistenziale del tutto consona al proprio essere, alla propria personalità, lasciandoci la possibilità di conferirvi un senso per il tramite delle nostre azioni.

Da evidenziare come le tematiche relative al soprannaturale, evitando qualsivoglia connotazione religiosa, trovino posto in scena senza ricorso a particolari effetti speciali, vedi la resa visiva, grazie all’ottima fotografia in bianco e nero (Joseph Walker), delle sfere celesti o lo stratagemma funzionale nel far sì che Joe mantenga ai nostri occhi la consueta figura, quindi una rappresentazione della sua anima, pur con un “abito” corporeo diverso, che è  quello con cui continuano a vederlo familiari e conoscenti, creando d’altronde al riguardo delle gag impagabili, tra nonsense e comicità fisica, come quelle tra il pugile e il suo allenatore.

Ottima l’interpretazione resa da Montgomery nel conferire al personaggio di Joe, in particolar modo attraverso lo sguardo, la tangibilità di tutto lo sgomento conseguente dal passare da un’esistenza ad un’altra, passando di corpo in corpo, un progressivo passaggio da un’aura allucinata ad una compiuta compostezza, quando l’anima giusta troverà congrua dimora nel corpo giusto, coronando di successo tanto la propria attività che la propria sfera sentimentale.

Pregevole anche il fare sornione di Rains e la svagatezza da “viaggio senza canne” di Horton nei panni del messaggero celeste. Here Comes Mr. Jordan, andando a concludere, si conferma quindi a tutt’oggi come un’opera suggestiva, foriera di ironia e spunti riflessivi in virtù soprattutto della sinergia tra le ottime prove recitative e il lavoro di scrittura nell’adattare il soggetto originale.

La validità di quest’ultimo è dimostrata, oltre che dai premi  Oscar conseguiti, Miglior Soggetto e Miglior Sceneggiatura non Originale, due delle sette candidature (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista, Robert Montgomery, Miglior Attore non Protagonista, James Gleason), dal sequel del 1947, Down to Hearth, sempre Segall alla regia, e dai due remake, uno del 1978 per la regia di Warren Beatty, che riprende il titolo dell’originaria opera teatrale, e l’altro del 2001, diretto da Chris e Paul Weitz, intitolato invece come il citato seguito.

Pubblicato su Diari di Cineclub N.124-Febbraio 2024- Foto di copertina: Robert Montgomery e James Gleason, Wikipedia

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