
Washington, Stati Uniti, fine anni ’80. L’avvocato Gavin D’Amato (Danny DeVito) riceve nel suo studio un cliente che intende divorziare dalla moglie. Notando forse qualche titubanza riguardo i motivi che hanno portato l’uomo a questa decisione, Gavin inizia a raccontargli la storia dei coniugi Roses, Barbara (Kathleen Turner) ed Oliver (Michael Douglas). S’incontrarono diciotto anni addietro, sul finire dell’estate, sull’isola di Nantucket, nel corso di un’asta d’antiquariato. Prossimo alla laurea in legge ad Harvard lui, diplomata in ginnastica artistica lei, Oliver e Barbara finivano col cedere all’attrazione reciproca, per poi sposarsi e mettere al mondo due figli, un maschio ed una femmina. Nel corso degli anni era soprattutto Barbara a contribuire nello sbarcare il lunario, lavorando come cameriera ed occupandosi dei bambini, mentre Oliver si concentrava nel completamento dei suoi studi, divenendo infine un brillante avvocato, socio di un prestigioso studio legale. Una volta rinvenuta ed acquistata la casa dei sogni, un’antica villa che la donna desiderava da tempo, era sempre quest’ultima a dedicarsi al suo restauro ed arredo, rendendola sontuosa ed accogliente, per poi ritrovarsi, con i figli ormai grandi e prossimi a partire per il college, improvvisamente spenta ed insoddisfatta.
L’entusiasmo sopraggiungeva grazie all’idea di avviare un’impresa di catering e le sarebbe piaciuto avere l’appoggio del coniuge, anche solo riguardo l’aspetto legale, ma Oliver si rivelava sprezzante, avaro di attenzioni, concentrato essenzialmente su se stesso, tanto che quando veniva colto da un malessere Barbara andava a realizzare quanto l’eventualità di restare vedova non le dispiacesse affatto, giungendo poi a chiedere il divorzio. Oliver, incredulo e smarrito, si impuntava però riguardo il possesso dell’abitazione, che non intendeva cedere a Barbara, applicando quindi un espediente giuridico consigliato proprio dal collega ed amico Gavin, la possibilità, pur in regime di separazione, della coabitazione, quanto bastava a dar fuoco alle polveri, per una guerra all’ultimo respiro… The War of the Roses, titolo che rimanda ironicamente alla nota guerra civile che vide contrapposte in Inghilterra la casa di Lancaster e quella di York (1455-85), rappresenta la seconda regia per il grande schermo dell’attore Danny DeVito, dopo il felice esordio con Throw Momma from the Train nel 1987, liberamente ispirato al thriller di Alfred Hitchcock Strangers on a Train (1951).
Affidandosi alla sceneggiatura di Michael J. Leeson, adattamento dell’omonimo romanzo di Warren Adler, DeVito mette in scena una black comedy al vetriolo, intesa ad amalgamare con sagacia diversi generi, passando con disinvolta fluidità da toni romantici a quelli più cupi e drammatici, fino a giungere nel parossistico finale a lambire le sponde del thriller e dell’horror d’atmosfera, grazie anche a particolari inquadrature e ai chiaroscuri della fotografia di Stephen H. Burum. Può inoltre contare su un duo attoriale particolarmente affiatato, che già aveva funzionato alla grande in Romancing the Stone (Robert Zemeckis, 1984) e nel suo poco riuscito seguito, The Jewel of the Nile (Lewis Teague, 1985), Michael Douglas e Kathleen Turner nei panni di Oliver e Barbara. Una coppia alla costante ricerca di un’affermazione personale che possa essere suggellata da quanto risulti idoneo a fare status, del tutto estranea alla possibilità di trasformare l’“io” in “noi”, a parte, forse, l’appagamento sessuale, allestendo la definitiva frantumazione di quella cristalliera al cui interno si tende a racchiudere la tipica famiglia americana benestante.
Il nido domestico viene “classicamente” raffigurato, dopo un prologo ad alto impatto romantico, nella prima parte della narrazione, anche se qua e là appaiono i prodomi delle future sciagure, vedi l’indifferenza di Oliver nei riguardi dell’educazione dei figli o del mantenimento della dimora in genere, considerando come, da “buon maschio alfa”, sembri pretendere determinati atteggiamenti, anche volti all’accondiscendenza, dalla compagna di vita. Infatti, una volta che Barbara dismetterà le vesti di “angelo del focolare”, in nome di una ritrovata autodeterminazione, coltivando la ferma intenzione di realizzare qualcosa che possa conferire inedita linfa vitale alla propria esistenza, ecco scatenarsi l’inatteso corto circuito: Oliver sarà incapace di comprendere cosa possa mai esigere l’adorata consorte oltre quello da lui provvidamente “concesso”, a partire, ovviamente, dai soldi, dimenticando quanto lei si sia prodigata nel sostenere la famiglia quando l’agognato successo professionale era ancora un miraggio lontano.
La gragnuola di colpi bassi, reciproci e consequenziali, che andrà a succedersi incessantemente dopo che Barbara avrà chiesto il divorzio e verrà applicata la soluzione “separati in casa”, contorna di acre ironia e portante cinismo, attualizzandola, quella “guerra dei sessi” propria della screwball comedy dagli anni ’30 ai ’50, fino a raffigurare, alternando senso del grottesco e sapida satira, un american dream oramai circoscritto da un triste individualismo, che trova buon albergo nella materialità di un possesso fine a stesso nell’esternare egemonia ed agio sociale. Emblematica al riguardo la sequenza che vede Oliver trasformare la stanza dei vari ninnoli acquistati da lui e da Barbara in una sorta di fortino o, ancora prima, quella in cui, nel valutare la divisione della casa riguardo la coabitazione, si vanta di avere più metri quadri a disposizione. Tra i vari dispetti reciproci, vere e proprie guerriglie domestiche, il prodigarsi dell’uomo nel “personalizzare” la portata principale di una cena d’affari della consorte, cui quest’ultima risponderà distruggendogli l’adorata roadster d’epoca (che proprio lei gli aveva regalato), per non parlare del far credere ad Oliver, mentre gusta il rinomato paté fatto in casa, che lo abbia confezionato col suo amato cane.
Il feroce finale, lontano da qualsivoglia tentativo di politicamente corretto, è appena mitigato dal ritorno della narrazione nello studio legale, quando Gavin, partendo dal presupposto che “un divorzio civile è una contraddizione logica” e ponendo come esempio i suoi genitori “rimasti insieme tredici anni e a volte sono stati felici”, proporrà una duplice soluzione al silenzioso cliente, andando quindi a conclamare una forse banale verità, che potremmo sintetizzare parafrasando la famosa frase di un film ad alto tasso di romanticismo: “amare significa non dover mai dire io possiedo”.
Pubblicato su Diari di Cineclub N. 128- Giugno 2024– Foto di copertina: Past Posters






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