A che punto è la notte? Tracce di pensiero vigile (Oltre Edizioni), è il titolo del nuovo libro di Claudio Sottocornola, citazione di Isaia 21, 11.12, che vede l’autore volgere uno sguardo ermeneutico al susseguirsi tra luce e oscurità proprio di un’era ipertecnologica, nel cui ambito, tra predominanza del pensiero debole, trionfo dell’immagine e conclamazione di un puro tecnicismo, si è ormai smarrito il senso relativo all’affermazione di una concreta e portante umanità. Mano a mano che procedevo alla lettura dei dieci saggi, proposti qui in versione integrale rispetto all’originaria redazione per la rivista Il Cenacolo, ho avvertito la sensibilità propria di un moderno filosofo nell’individuare congrue risposte nei riguardi di tutte quelle problematiche che nell’attualità odierna rendono oscuro il cammino, invitandoci a non smettere mai d’interrogarci sulla nostra condizione di esseri emozionali e spirituali, mantenendo l’ animo sgombro e puro fino ad allineare il nostro sguardo a quello primigenio di un bambino, “il germoglio dell’uomo che diventerà” (dal film Il primo uomo, Gianni Amelio, 2011), in procinto d’iniziare la sua avventura nel mondo, tra meraviglia e purezza ancestrale.
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Nel suo nuovo libro da qualche giorno disponibile nelle librerie, A che punto è la notte? Tracce di pensiero vigile (Oltre Edizioni), Claudio Sottocornola, al pari della sentinella biblica cui è rivolta la domanda che dà il titolo al volume (estratto da Isaia 21, 11.12), ci invita a porre in essere tutta una serie di interrogativi scaturenti dall’osservazione dell’odierna realtà sociale, stimolati dalle riflessioni che l’autore esterna all’interno dei vari capitoli, dieci saggi proposti qui in versione integrale rispetto all’originaria redazione per la rivista Il Cenacolo. Domande dall’incedere incessante, le cui risposte potranno rivelarsi d’ausilio nel rischiarare il cammino verso un’alba che si vorrebbe definitiva, volgendo uno sguardo ermeneutico al susseguirsi tra luce e oscurità proprio di un’era ipertecnologica, nel cui ambito, tra predominanza del pensiero debole, trionfo dell’immagine e conclamazione di un puro tecnicismo, si è ormai smarrito il senso relativo all’affermazione di una concreta e portante umanità.

Uno sguardo tramite il quale Sottocornola prende le distanze dall’ideologia, dai conseguenti relativismi e dogmatismi, preservando l’idea di un ricercato equilibrio tra la deferenza per tutto ciò che è intorno a noi, comprendendovi i diversificati modelli che ne costituiscono l’espressione, mantenendo sempre salda la propria sfera primigenia e culturale, andando infine a presupporre “un rapporto ellittico-evocativo, mai prensile o proprietario, rispetto a ciò che si annuncia, presagisce, segnala”. Sottocornola evidenzia come l’attuale civiltà occidentale tenda a percorrere un doppio binario, offrendo da un lato il massimo risalto alla bellezza dell’apparire, perpetrata “muscolarmente” attraverso i mass/social media, e avallando dall’altro, proprio in virtù di tale amplificazione mediatica, canoni estetici volti alla volgarità e alla grossolanità, destinati a divenire dominanti a suon di like.

Occorrerebbe allora smarcarsi da tale rappresentazione digitale e recuperare un armonico senso del bello, affiancandovi, in particolare nell’educazione delle nuove generazioni, un recuperato senso d’interiorità, coltivando sensibilità (“luogo della familiarità del bene che si manifesta nel bello”) e volontà (in guisa di “orientamento all’attuazione del bene”). La necessarietà di una dimensione tecnica, produttiva e funzionalistica, non dovrebbe mai essere scevra da uno spessore contemplativo e sapienzale, per cui arte, poesia, musica, letteratura, nonché una genuina spiritualità, andrebbero a fornire opportuno ausilio nel (ri)considerare l’esistenza quale “esperienza da godere, celebrare, comunicare nel rispetto della sua ontologia e realtà profonda”. D’altronde nella civiltà tecno-capitalistica il serpeggiante sentore di disaffezione o disamore che va ad interessare l’essere umano coinvolge anche gli amici animali, investiti dalla nostra crudeltà, espressa attraverso il turbinio dei parametri di produzione e consumo, nell’appagamento compulsivo di bisogni immediati, senza dimenticare la sempre controversa problematica relativa alla vivisezione.

Ecco che l’autore esterna nei loro riguardi la sensibilità che gli è propria di moderno filosofo, rinvenendo la possibilità di superare, alla luce delle odierne scoperte scientifiche e di vari studi che li vedono quali possibili soggetti di diritto, con il conseguente dovere di rispettarne l’integrità, gli ostracismi di ordine religioso e filosofico che vorrebbero gli animali, rispettivamente, soggiogati all’uomo, privi di ragione ed anima, o relegati ad una dimensione meccanicistica, sorta di automi depauperati di qualsiasi grado di consapevolezza, mentre occorrerebbe recuperare l’armonia creazionale originaria, giungendo così all’illuminazione di come “il mondo animale, con la sua tenerezza, il suo umile affetto”, possa elargirci una profonda e benvenuta lezione spirituale, ovvero un ritrovato e pregnante senso di considerazione celebrativa, esternando fiducia ed affidamento all’Assoluto, nei riguardi di tutto ciò che ci circonda e ci sovrasta.

L’essere umano deve quindi fare leva su di sé e sui rapporti con quanti gli sono vicino per ritrovare la propria primigenia essenza, congiunta appunto alla riscoperta della propria spiritualità, nella considerazione, però, al contempo, di come i tempi siano ormai maturi per conferire a quest’ultima il valore portante dell’universalità, travalicando uno squallido individualismo. Qualunque sia la fede professata, sarà allora necessario porsi delle domande sulla sua reale consistenza e sul suo concreto apporto all’interno di una società divenuta villaggio globale e prona a logiche edoniste di mercato, anche nell’ambito culturale, per arrivare a comprendere che la coerenza dei valori non può certo trasmutarsi in una forma di intolleranza o contrapposizione dal retaggio integralista. Il pluralismo, insomma, non sta a significare una negazione dell’unità, bensì andrà a palesarsi in guisa di congruo fil rouge nel passaggio da una fede farisaicamente confessionale ad una fede che riscopre il significato che le è proprio di fiducia, affidandosi, anche nella considerazione di come ogni religione abbia il suo apporto culturale da decodificare e contemplare, a un Dio Padre “che vuole misericordia non sacrificio”, nella speranza che i propri figli possano coltivare il rispetto per se stessi e conseguentemente per gli altri, per il prossimo.

Ma in questi tempi oramai permeati dall’idea di post-verità, definizione relativa ad un fenomeno proprio del mondo dell’informazione e della propaganda politica, nei cui ambiti il riferimento a fatti circostanziati ed accertati diverrebbe sempre più ininfluente, a vantaggio invece del richiamo determinante alle emozioni, agli stati d’animo e alle convinzioni pregiudiziali dei potenziali destinatari della comunicazione, il contatto con l’altro appare sempre più compromesso, al pari di quello inerente la quotidianità della vita vera, fino a sviluppare un appiattimento degenerativo incline a classificare ogni azione possibile nei limiti di una equivalenza corruttrice. Ecco perché, enuncia l’autore, si rende necessario aprirsi ad una ermeneutica “critica, dinamica, vigile, rispettosa, rigorosa, artefice di una ricerca della verità come integrazione del possibile, nel sogno di un’armonia sempre auspicabile”, quella d’altronde di cui ciascuno è portatore, ammantata di una originalità e differenza specifica. Nel percorrere tale sentiero, lo stesso destino dell’anima avrà modo di smarcarsi dalla solitudine, in vista dell’obiettivo di una coralità comunitaria, perché “se pensare l’anima porta a pensare a Dio, pensare a Dio porta a pensare il mondo come integralmente coinvolto nell’avventura dello spirito e in esso eternamente salvato”.

Nella considerazione già descritta della trascendenza divina rispetto alla propria tradizione religiosa, portatrice di un auspicabile dialogo fra confessioni diverse, sarà poi possibile affrontare la realtà di altre possibili esistenze, lassù tra le stelle, al di fuori del nostro pianeta. Nell’ampia visione prospettata con coerente lucidità da Sottocornola, anche tale ipotesi relativa alla presenza di intelligenze extraterrestri può essere circoscritta, quale congruo preliminare, “ad ogni discorso di ricontestualizzazione ermeneutica dell’esperienza cristiana”. Nella considerazione infatti di come ogni esperienza religiosa debba condurre a Dio, puntando sempre e comunque ad un maggior grado di universalità, la possibilità dell’esistenza di altri esseri a farsi inedito nostro prossimo, andrebbe a rappresentare “una sfida di crescita dalle immense potenzialità cognitive, ma, più ancora, etiche e spirituali”. Di rilievo poi l’ampia trattazione riservata da Sottocornola al “paradigma gender”, problematica sempre attuale e qui analizzata considerandone la sua evoluzione storico-sociale, alla luce dei vari studi che si sono susseguiti negli anni e nei cui riguardi si sono alzati vari muri, in particolare se non soprattutto, dalle varie confessioni religiose, tra stolida rigidità legata alla lettera delle Scritture e visione limitata ad una concezione di devianza patologica, quando non del vizio, conseguenza di un “difforme” esercizio della sessualità.

Considerazioni, quelle ecclesiali, che, pur alla luce di recenti aperture, mantengono colpevolmente le distanze dalla pura e semplice constatazione dell’identità propria di persone in quanto tali, che si sono trovate ad arginare con quanto avevano a disposizione quella ghettizzazione impedente l’esercizio del proprio diritto a far sì che la propria vita affettiva venisse socialmente riconosciuta. La cosiddetta “diversità” non deve essere considerata come una scriminante in odore di una esibita pruderie o circoscritta da una macchiettistica affettazione, bensì finalmente accettata quale esteriorizzazione naturale e gioiosa di un desiderio sessuale o di un sentimento amoroso tout court, al di là di qualsivoglia classificazione, espressi in quanto tali, nel palesare una piena ed appagante accettazione della propria individualità. Una vivida forza pulsante scaturente dalla manifestazione di una “normalità” intesa ad accantonare scandali o perbenisti pudori di facciata, visualizzando in definitiva l’idea che l’unica diversità conclamata sia quella resa possibile da ognuno di noi, ovvero fare la differenza nel percorrere il comune cammino terreno sostenendo liberamente il proprio appagamento esistenziale, qualunque possa essere la nostra condizione sentimentale: Felice chi è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune (Sandro Penna).

Riprendendo in chiusura il parallelo tra la figura della sentinella biblica e quella dell’autore, le risposte esternate in forma di saggio nei riguardi di tutte quelle problematiche che nell’attualità odierna rendono oscuro il cammino, invitano dunque a tenere alta la guardia, palesandosi “prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe”(Matteo, 10,16), non smettendo mai d’interrogarsi sulla nostra condizione di esseri emozionali e spirituali, nella rituale specularità tra alba e tramonto (“Viene la mattina, e viene anche la notte. Se vuoi interroga pure e torna a interrogare ancora”, è la risposta della sentinella alla domanda relativa a quale punto sia giunta la notte). L’invito finale di Sottocornola è quindi volto ad un possibile recupero “della condizione gnoseologica infantile” o, meglio, “dell’integrità ontologica ad essa connessa”, considerata non come regressione temporale, bensì quale “acquisizione di consapevolezza nei confronti della nostra interezza metafisico-esistenziale e al suo pieno ed integrale sviluppo”. Il nostro essere vigili andrà allora a manifestarsi anche nel mantenere l’ animo sgombro e puro, fino ad allineare il nostro sguardo a quello primigenio di un bambino, “il germoglio dell’uomo che diventerà”(dal film Il primo uomo, Gianni Amelio, 2011), in procinto d’iniziare la sua avventura nel mondo, tra meraviglia e purezza ancestrale.
Immagine di copertina: Fai Informazione-Informazione.it






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