(Locandina inviata da Ufficio Stampa Zanini)

Presentata nella sezione Notti Veneziane alla 21ma edizione delle Giornate degli Autori, nell’ambito della 81ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, vincitrice del Premio Palumbo Editore Miglior Documentario in Concorso al 18mo Salina Doc Fest, l’ultima realizzazione di Giuseppe Schillaci va a costituire il completamento di una ideale trilogia dedicata dal regista alla sua città natale, Palermo, dopo  Apolitics Now – tragi-commedia di una campagna elettorale (2013) e L’ombra del padrino (2016), anch’esse opere rientranti nel genere del cinema del reale.

Protagonista della narrazione Salvatore Spatola, professione tatuatore, detto Sergione, che viveva in un appartamento al piano terra di un palazzo sito nel quartiere Bosco Grande del  capoluogo siciliano, sede anche della sua bottega (abusiva), circondato dall’affetto dei familiari, l’anziana madre, con la quale coltivava un rapporto che potremmo definire di amoroso conflitto, le sorelle Mariella e Lulù che lo hanno accudito fino all’ultimo, l’amico di lunga data Fabrizio, cantante rockabilly nel gruppo Jackie and his Loaders.

Schillaci ne ha ripreso la quotidianità con intima discrezione, circoscrivendone tramite l’obiettivo l’ esistenza da autoesiliato dopo essere stato protagonista della musica punk palermitana negli anni ’80, un profondo atto di ribellione e di legittima difesa al contempo, sia nei riguardi della famiglia in odor di mafia, il padre macellaio che, per esempio, non comprendeva quella sensibilità che gli impediva di uccidere un capretto, intenzionato a portarlo sulla “retta via” a suon di bastonate, sia nei confronti di una città devastata dalla violenza, dove “ad una certa ora in giro non c’era più nessuno” e l’omicidio andava a palesarsi “quale evento quotidiano”.

Alternando alle riprese giornaliere, durate cinque anni, con l’utilizzo ogni volta di camere diverse, le sequenze di vecchi filmini e le fotografie d’epoca di Fabio Sgroi, Schillaci appare propenso a creare un rapporto simbiotico tra Sergione e se stesso.

Il regista ha lasciato da anni la città, ferito da una mentalità atavica e prevaricatrice, ormai vive in Francia e quell’omone di quasi trecento chili, una stazza in guisa di eterna placenta protettiva per chi ha inteso mantenere, pur tra tante contraddizioni, un animo puro, andrà dunque a rappresentare un’estrema forma di resistenza, la consapevolezza di chi  si sente simile, riprendendo le sue parole, a  “quelle persone che sono state così tanto tempo in galera che dentro la galera sono qualcuno, appena escono… sono nessuno”.

Infatti scapperà dalla struttura dove si era volontariamente ricoverato, consapevole dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute (“La discriminazione, il non deambulare bene, non potere far l’amore, il dover farti aiutare sempre… dottore, sono consapevole di tutto”), consegnandosi, nella piena coscienza di uomo artefice del proprio destino (“vivi ogni attimo come se fosse l’ultimo!”), al naturale fluire degli eventi, in forza di una primitiva ingenuità e di un’indomita vitalità, volte entrambe a farsi beffe di un mondo sempre più omologato e omologante e di una realtà sospesa tra tradizione e modernismo, dove ieri ed oggi, passato e presente sono così vicini da andare a costituire una stridente eguaglianza diversificante, nel cui ambito un recuperato senso di umanità può ancora fare la differenza.

Un documentario semplice e diretto, che, in virtù della forza propria degli “affetti speciali”, rende la narrazione permeata da un senso di genuina intimità, volgendo efficacemente dal particolare all’universale.

(Già pubblicato sul sito Lumière e i suoi fratelli. Cultura cinematografica e crossmedialità). Immagine di copertina, fornita da Ufficio Stampa Zanini: Salvatore Spatola (© France Telévisions/Wendigo Film/Drôle de Trame/2024)

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

In voga