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Presentato, in Concorso, al 78mo Festival di Cannes, Fuori, diretto da Mario Martone, anche autore della sceneggiatura insieme ad Ippolita Di Majo, trae ispirazione dai libri di Goliarda Sapienza L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983) e Le certezze del dubbio (Pellicanolibri, 1987). L’incedere narrativo si discosta dall’impostazione tipica del film biografico, preferendo invece assecondare, in virtù dell’ottimo lavoro di montaggio (Jacopo Quadri), un libero flusso nell’intercalare di determinati  accadimenti, alternando, senza soluzione di continuità, passato e presente, la realtà del carcere, vivida nel suo pulsare di schietta umanità,  e quella inerente al mondo esterno. Quest’ultima porterà invece all’incontro/scontro “con tante maschere e pochi volti” (Pirandello), facendo sì che sentimenti quali, ad esempio, un senso di solidaristica comprensione, vadano ad infrangersi contro gli scogli dell’opportunismo e dell’apparente rispettabilità sociale, conducendo ad un’auto reclusione tra le sbarre della mancata condivisione, un “deserto delle anime” dalla netta connotazione individualistica.

L’evento comportante l’arresto e la reclusione di Goliarda (Valeria Golino) a Rebibbia, in seguito al furto di alcuni gioielli appartenenti ad una sua amica, esponente della “società bene” degli anni ’80, salottiera e inconcludente nel suo esibito snobismo intellettuale, passa in secondo piano, comunque evidenziato nella visualizzazione delle difficoltà economiche cui la scrittrice andò incontro, causa la mancata considerazione del suo romanzo L’arte della gioia, la cui stesura, iniziata nel 1967, si era conclusa nel 1976*. Si offre invece densa corporeità al relazionarsi della scrittrice con le altre detenute, in particolare al suo stringere amicizia con Roberta (Matilda De Angelis), tossicodipendente, reclusa per motivi politici, e Barbara (Elodie), in galera perché abbindolata dall’uomo che continua ad amare e grazie al quale una volta fuori aprirà una profumeria.

La sua fragilità emotiva, il sentirsi del tutto avulsa dal contesto esistenziale di appartenenza, andrà a trasformarsi in un’inedita forza vitale e creativa,  una rivitalizzazione conseguente al contatto con quelle donne “che a Rebibbia stanno dentro anche quando stanno fuori, così quando stiamo insieme mi sento dentro anch’io, libera”. Sarà soprattutto con Roberta che Goliarda andrà ad instaurare un rapporto itinerante tra diversi stadi affettivi, pronti a venir fuori in un unico amalgama o singolarmente, assecondando la casualità, dal sentimento materno a quello di sorellanza, passando per l’amore fisico, spontaneo, avvolgente.

La struttura carceraria più che assumere la caratteristica di un mondo a parte, va a rappresentare, almeno a mio parere,  rammentando le parole della scrittrice all’interno di varie interviste, una sorta di universo parallelo, gravitante intorno a quello principale, una Roma contestualizzata cronologicamente nell’estate del 1980, che viene raffigurata, grazie anche alla fotografia di Paolo Carnera, come un “corpo estraneo”, respingente, quando non omologante, nei riguardi di quanti vorrebbero dare adito liberamente alla propria più intima essenza.

E infatti le tre amiche andranno a riscoprire la libertà provata nello “stare dentro” all’interno della profumeria di Barbara, una volta chiusa al pubblico per la pausa pranzo, in particolare nella comunanza di una doccia, sequenza girata da Martone con estrema sensibilità nel rimarcare appunto la spontanea e trascinante affettività espressa da persone in quanto tali, libere dalle pastoie delle etichette o delle convenzioni sociali.  La regia di Martone fa sì che le intersecazioni narrative prendano forma autonoma sullo schermo, assecondando l’azione del momento, come se si stesse verificando “qui e ora”, miscelando finzione cinematografica e realtà fenomenica, trovando poi ulteriore esaltazione nelle intense interpretazioni attoriali espresse da tre attrici in stato di grazia.

Valeria Golino asseconda leggerezza e profondità nel dare adito allo spirito contemplativo ed anarchico proprio di Goliarda, il suo lasciarsi spesso scivolare le cose addosso assecondando lo scorrere esistenziale; Matilda De Angelis offre al personaggio di Roberta ferina istintività e motivata ribellione; Elodie rende bene l’idea della crisalide in cui si trova avvolta Barbara, tra sogno e concretezza. L’obiettivo della macchina da presa più che cercare corrispondenza con lo sguardo di Goliarda sembra sintonizzarsi con l’onda pulsante del suo polso nell’impugnare la penna e vergare pensieri e sensazioni sul foglio (la scrittrice soleva scrivere a mano), assecondando quanto assorbito a livello di emotività ed intimità in quel “dentro” interiorizzato come un del tutto personale senso di libertà, nel pensare e nell’agire, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo.

Il “fuori” invece, schematizzato ed irrigidito in un placido conformismo, cavalca l’ignavia in nome del quieto vivere, propugnata da quanti sono abili nel mettere in discussione gli altri ma mai se stessi, guardando con sospetto al “pensiero differente”, quello che si distingue per lucidità ed indipendenza, proteso alla ricerca di una personale Verità, come l’intervista di Biagi alla scrittrice inserita tra i titoli di coda lascia ben vedere. Lo racconterò con un sospiro da qualche parte tra molti anni: due strade divergevano in un bosco ed io -io presi la meno battuta, e questo ha fatto tutta la differenza (Robert Frost, versi finali della poesia The Road Not Taken, La strada non presa, 1916).

* L’autrice riuscì a farne pubblicare solo la prima parte nel 1994 da Stampa Alternativa, che  nel 1998 ne curò la pubblicazione integrale, postuma, a spese del marito di Goliarda, Angelo Pellegrino.

Immagine di copertina: Matilda De Angelis, Valeria Golino, Elodie (Movieplayer)

Una risposta a “Fuori”

  1. […] Il tempo che ci vuole (Francesca Comencini). Miglior Attrice Protagonista: ex aequo Valeria Golino (Fuori), Romana Maggiora Vergano (Il tempo che ci vuole). Miglior Attore Protagonista: Fabrizio Gifuni (Il […]

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