
Necessaria premessa: la visione del film Superman, scritto e diretto da James Gunn, secondo reboot delle gesta di The Big Blue e al contempo primo titolo del DC Universe, mi ha profondamente divertito, spazzando via le remore che mi avevano allontanato in questi ultimi anni dal mondo superomistico cinematografico. Universo che, almeno a mio avviso, si è rivelato nel succedersi delle realizzazioni, tranne qualche sporadica eccezione, fortemente avvitato su se stesso, nella reiterazione di una spettacolarità programmata e, soprattutto, forzatamente avvolto nelle spire di una continuità tra le varie fila narrative fin troppo pedissequa, dimenticando ironia e leggerezza “fumettosa”.
Gunn invece, non solo trae dichiaratamente ispirazione dagli albi All-Star Superman (2005-2008, Grant Morrison e Frank Quitely), ma fa sì che Kal-El (David Corenswet), un immigrato del pianeta Krypton, riprenda possesso della sua identità più adamantina, pur tra varie contraddizioni, ovvero l’essere portato ad agire sempre e comunque per il bene, nella condivisione di valori quali bontà d’animo e gentilezza, trasmessi non dai genitori alieni, Jor-El (Bradley Cooper) e Lara Lor-Van (Angela Sarafyan), bensì da quelli terrestri, Jonathan e Martha Kent (Pruitt Taylor Vince e Neva Howell): “Le tue azioni fanno di te ciò che sei”.

Ma questo potere, che fa leva su di un vibrante senso di umanità, non può che evidenziare la debolezza di quegli individui che, in virtù di una “plutocratica sicumera”, hanno posto il mondo ai loro piedi, gestendo una fallace supremazia, arida, vacuamente tecnologica, fine a se stessa e volta a garantire sempre e comunque un personale tornaconto, che va ad interessare ogni aspetto economico e politico del paese. Loro degno rappresentante, il gelido tycoon Lex Luthor (Nicholas Hoult), a capo di una potente multinazionale. Sarà lui, infatti, a gestire la macchina del fango contro Superman, a partire dal ritrovamento all’interno della Fortezza della Solitudine della parte mancante del messaggio col quale i genitori alieni accompagnarono la migrazione del loro figliolo sulla Terra.
Una comunicazione non propriamente pacifica, intesa a suggerire modalità di conquista e sottomissione del genere umano. E così, l’eroe che tre anni orsono si rivelò in quel di Metropolis, ora reduce da una sonora sconfitta dopo un combattimento col possente Martello di Boravia, quest’ultimo paese alleato degli Stati Uniti che qualche settimana prima aveva tentato di conquistare il vicino stato di Jarhanpur, tentativo bloccato proprio dal nostro, andrà a costituirsi, per poi venire rinchiuso nelle prigioni costruite da Luthor all’interno di un “universo tasca”.

Avrà il suo bel da fare per riacquistare libertà e credibilità, ma potrà contare sull’aiuto della giornalista del Daily Planet Lois Lane (Rachel Brosnahan), con la quale ha una relazione e che lo ha originariamente conosciuto nelle vesti del mite collega Clark Kent, dei tre componenti della Justice Gang, Lanterna Verde (Nathan Fillion), Mr. Terrific (Edi Gathegi) ed Hawkgirl (Isabela Merced), nonché di Metamorpho (Anthony Carrigan), senza dimenticare il fedele cane (in affido) Krypto… Anche se non tutto a livello di sceneggiatura mi è parso filare liscio (l’inserimento della Justice Gang a tratti appare un po’ forzato, ma ho apprezzato la performance di Gathegi nel tratteggiare la figura di Mr. Terrific), Gunn riesce a conciliare azione ed ironia (mirabile al riguardo la sequenza dell’intervista di Lois a Superman, dove emergono le incongruenze proprie del suo agire), con un impiego dell’effettistica digitale piuttosto evidente.
Probabilmente si tratta di qualcosa di voluto, richiamando l’estetica anni ’80, al pari della colonna sonora (John Murphy, David Fleming), che rimodula l’indimenticabile motivo sonoro di John Williams pensato per il film di Richard Donner con protagonista l’ “azzurrone”, datato 1978. David Corenswet credo renda bene l’idea del “supereroe con super umanità”, tra idealismo, speranza e incoerenze comportamentali “coltivate come un fiore”, al pari della sua maschera Clark Kent (ci viene rivelato un particolare relativo ai famosi occhiali non di poco conto riguardo la protezione dell’identità segreta). Rachel Brosnahan è perfetta nel dare al personaggio di Lois forza e determinazione, tanto nel perseguire la propria attività che nel gestire la difficile relazione con un metaumano dotato di un ego uno e bino, mentre Hoult offre il ritratto, esagitato ma non macchiettistico, di un individuo materialmente potente però moralmente vuoto, mosso, ancor prima che dalla bramosia di potere, dall’invidia verso un essere “diverso”.

Superman riesce ad essere benvoluto semplicemente esternando empatia ed umanità a piene mani nei confronti di quei deboli e di quegli oppressi che il potente miliardario può “semplicemente” soggiogare, servendosi di tutto ciò che il denaro e la tecnologia possono offrire (l’esercito dei babbuini haters, inquietante riferimento ai tempi nostri, al pari dell’avallo all’annessione militarizzata di uno stato ad un altro). Andando a concludere, credo che il buon Gunn abbia permeato la pellicola “della materia di cui è fatto Superman”, ovvero l’accettazione da parte del supereroe di concretizzarsi come tale per supplire alle mancanze del genere umano, a ciò che quest’ultimo non riesce a mettere in atto, più per mancanza di potenzialità che di volontà.
Kal-El ha compreso, da essere superiore, che questo mondo, più che di ribellione volta alla vana ricerca di un significato, ha semplicemente bisogno di un atto d’accettazione complessivo, ferma restando la lotta contro qualsivoglia ingiustizia, nel rispetto d’ogni forma d’esistenza. Almeno questa è la mia interpretazione del personaggio conseguente alla lettura delle sue avventure su carta, chiaro che ognuno avrà la sua, ci mancherebbe, ma ritengo che il ritratto dell’”uomo d’acciaio” delineato da Gunn, propenso alla fragilità, fisica e psicologica, offra nel complesso un valido trait d’union tra il disinvolto ed ironico svolazzare degli anni ’80 e un approfondimento che mantiene le distanze dalla spettacolarizzazione fine a se stessa, idoneo a conferire opportuno risalto ad ogni ambiguità e sfumatura caratteriale dell’ “alieno tra noi”.

Le sue presunte debolezze, quell’empatia ed umanità malviste da chi non è più in grado di esercitarle con spontaneo trasporto, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, costituiscono il suo vero superpotere e, di riflesso, la forza di quanti sono rimasti umani nel continuare a coltivare la speranza di un domani diverso, se non migliore.
Immagine di copertina: David Corenswet e Rachel Brosnahan (Movieplayer)






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