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Lo scorso venerdì, 23 gennaio, ci ha lasciati l’attore e regista Carlo Cecchi (Firenze, 1939 ), la cui rilevanza culturale nell’ambito del teatro italiano non è certo da sottovalutare, in particolare considerandone la nitida autorialità nel ricercare uno stile che, già dalle esperienze con la cooperativa Granteatro, da lui fondata nel 1971, dopo essersi diplomato come attore all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, prendeva in considerazione sia l’espressività popolare propria di artisti quali, ad esempio, Eduardo Scarpetta ed Eduardo De Filippo, sia la ricerca avanguardistica maturata conseguentemente a quanto profuso in scena da Bertolt Brecht o dall’esperienza del Living Theatre, compagnia teatrale sperimentale contemporanea, fondata a New York nel 1947 dall’attrice statunitense Judith Malina e dal pittore e poeta espressionista Julian Beck.

Tanto come regista che in qualità d’interprete, Cecchi si è cimentato con diversi autori teatrali, dal citato Brecht a Pirandello, passando per, tra gli altri, Molière, Majakovskij, Büchner, Pinter, Shakespeare, Beckett, affrontando anche prove attoriali sul grande schermo, a partire dall’esordio nel 1966 con A mosca cieca di Romano Scavolini, per poi concludere con Martin Eden di Pietro Marcello (2019). Ad avviso dello scrivente la sua prova più convincente, per l’emozionale tasso d’immedesimazione, dolente, vibrante di passione e rassegnazione, fu quella resa nei panni  del geniale matematico napoletano Renato Caccioppoli (1904-1959), nel film liberamente ispirato alla sua figura, Morte di un matematico napoletano, esordio nel 1992 alla regia cinematografica di Mario Martone, dopo le esperienze con documentari e cortometraggi.

Carlo Cecchi

Un’opera che valse a Cecchi la candidatura nel 1993 ai David di Donatello come Miglior Attore Protagonista, conseguendo tra l’altro il Gran Premio Speciale della Giuria alla 49ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Morte di un matematico napoletano, scritto da Martone con Fabrizia Ramondino,  non è un film biografico in senso stretto, come specifica la didascalia iniziale: “Le testimonianze di chi lo ha conosciuto sono però confluite nella sceneggiatura insieme alla immaginazione degli autori. Ciò che qui si racconta non va interpretato come una ricostruzione di fatti o personaggi reali”.

La narrazione, impreziosita anche dalle interpretazioni di attori e attrici che, come Cecchi, avevano già lavorato con Martone in teatro (Anna Bonaiuto, Licia Maglietta, Renato Carpentieri, Toni Servillo),  si snoda nell’arco di una settimana, da venerdì 1° maggio a venerdì 8 maggio 1959, mentre nella giornata di sabato 9 si svolgerà il funerale nel cimitero di Poggioreale. Proprio in quest’ultima sequenza andremo a scoprire i tratti essenziali della personalità di Caccioppoli, i suoi rapporti professionali e sociali, la sua vita privata, che finora abbiamo potuto intuire da determinati atteggiamenti e modi d’essere del protagonista, ottimamente delineati da Cecchi.

Licia Maglietta

In questa sequenza, credo l’unica del film che si possa definire “di massa”, i vacui discorsi di commiato dei colleghi universitari, gonfi di retorica, e quelli invece espressi da gente comune, riescono a conferire il giusto risalto alla figura del brillante matematico, aduso a frequentare tanto gli ambienti universitari o comunque intellettuali, quanto quelli più popolari.

Lungo l’iter narrativo vediamo Caccioppoli muoversi come una sorta di fantasma, ha avvertito oramai da tempo la propria estraneità, umana e professionale, all’interno del novero sociale d’appartenenza, consapevole di aver dato tutto ciò che poteva dare e, probabilmente, anche di non aver ricevuto nulla di propriamente concreto in cambio, non solo, o non tanto, nelle forme di un riconoscimento, quanto in quelle di un proficuo scambio culturale, che vada al di là del mero conformismo o accettazione passiva di un consueto e standardizzato andamento esistenziale, imposto dalle regole sociali.  

Anna Bonaiuto

La fotografia di Luca Bigazzi sfrutta tonalità virate al giallo, alternando cromatismi caldi e pastosi ad altri più freddi, fino a rimarcare una sorta di sospensione temporale, in particolare nel creare un forte legame tra la figura del professore e la città di Napoli, ripresa soprattutto di notte, probabilmente a simboleggiare quel momento di passaggio tra gli anni del fervore politico, culturale, sociale ad un immobilismo contornato da passività e sempre più stanca accettazione dello status quo.

Caccioppoli va dunque a rappresentare l’evidente lesione che si viene a creare tra individuo ed ambiente sociale. Quest’ultimo appare incline a sopprimere la libera espressione della personale specificità, d’azione e di pensiero, nella cornice di un grigio conformismo omologante, mentre la figura “fantasmatica” del luminare si rende avulsa dal contesto, anche familiare, in cui si trova a vivere (mirabile la sequenza in cui, nel corso di una riunione del Senato Accademico, con i professori intenti a discutere di bilancio e finanziamenti vari, il nostro si isola nella lettura di un libro).

Fondamentale per la stesura dell’articolo si è rilevata la lettura del libro  Mario Martone. Il cinema e i film, a cura di Pedro Armocida e Giona A. Nazzaro, Saggi Marsilio, 2022. Immagine di copertina: Carlo Cecchi.

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