Mentre vi parlo, l’acqua fredda delle paludi riempie le fosse comuni, fredda e torbida come la nostra memoria. La guerra si è assopita, un occhio è ancora aperto. L’erba ha ricominciato a crescere tra i blocchi. Un villaggio abbandonato ma ancora minaccioso. Il forno crematorio è fuori uso. Le tattiche naziste sono fuori moda. Nove milioni di anime vagano per quei luoghi. Chi sorveglia da questo strano osservatorio per avvisarci dell’arrivo dei nuovi boia? Le loro facce sono diverse dalle nostre? Tra di noi restano dei fortunati kapo, dei capi reintegrati, delle spie anonime. Ci sono coloro che si rifiutano di credere, o solo a volte. E ci siamo noi, che guardiamo queste rovine come se il nostro annientatore fosse morto sotto le macerie. Noi che fingiamo di ritrovare la speranza mentre il ricordo sbiadisce, come guariti dalla peste annientatrice. Noi che fingiamo di credere che sia tutto limitato a un periodo e a un solo paese. Noi che non vogliamo guardarci intorno e non ascoltiamo quelle grida infinite…

La voce dell’attore Michel Bouquet in veste di narratore (versione originale, non accreditato), si staglia sul finale di Nuit et brouillard, Notte e nebbia,  documentario diretto da Alain Resnais nel 1955, su sceneggiatura di Jean Cayrol e Chris Marker (non accreditato), commissionato dal Comité d’Histoire de la Deuxième Guerre Mondiale per celebrare il decennale della Liberazione e il cui titolo riprende il motto tedesco Nacht und Nebel, che andò a nominare l’operazione di annientamento degli oppositori del regime nazista. Un’opera incline a scuotere ancora oggi le nostre coscienze addormentate e il nostro oblio colpevole, la nostra ignavia nel non voler riconoscere quanto giornalmente viene riproposto in ogni angolo di mondo, un passato aduso a ripresentarsi in forza di una calcolata dimenticanza, ricercando sempre e comunque un nemico cui addossare i personali fallimenti, tanto a livello individuale che istituzionale.

Nuit et brouillard scorre narrativamente nella contrapposizione tra la visione dei campi di sterminio oramai abbandonati, con lunghe riprese a colori dei dintorni. La normalità del quotidiano si trasmuta nella straordinarietà dell’orrore, mano a mano che la macchina da presa ci conduce all’interno delle strutture. Prende così vita la ricostruzione storica degli accadimenti, per il tramite della giustapposizione di filmati in bianco e nero, le cui sequenze si susseguono con un montaggio incalzante, realizzato dallo stesso regista. Ecco mettersi in moto, 1933, la macchina dello sterminio calcolato, la costruzione delle strutture dove arriveranno i treni dei deportati, con gli architetti ad adoperarsi nel “disegnare porte che saranno aperte una sola volta”. 

La vita nei campi andrà a svolgersi nel rispetto di ferree regole organizzative e in nome di una disumana gerarchia, aderente alla volontà del kapò e del comandante. Le persone rasate, tatuate, numerate, selezionate in base all’idoneità o meno al lavoro, gli ospedali che fungono anche da laboratori sperimentali, servendosi di cavie umane per scoprire nuove tecniche operatorie o testare prodotti tossici. Cibo quanto basta ad esistere e resistere, tra una umiliazione e l’altra. L’”annientamento produttivo” avviato dal 1942, tra forni crematori e camere a gas, fino all’apertura dei campi nel 1945, a svelare quell’orrore che sembra non trovare responsabili, riproponendo l’angosciosa domanda a chi allora possa essere imputato quanto si conosceva da tempo e che si svolgeva poco distante dalla ritualità giornaliera di un paese, di un villaggio.

Gaza, tempi nostri (Free public domain CC0 photo.Poliba Chronicle-Politecnico di Bari)

Considerando la cifra emersa dallo studio messo in atto ad opera dell’Holocaust Memorial Museum di Washington, l’Olocausto conta 15 milioni di vittime. Nel novero  si includono i sei milioni appartenenti al popolo ebraico, il cui genocidio viene definito Shoah (tempesta devastante, dalla Bibbia, per es. Isaia 47, 11), insieme a tutti coloro che subirono discriminazioni e sofferenze solo in quanto Rom, Sinti, omosessuali, disabili, Testimoni di Geova, o semplicemente per esternare idee politiche diverse da quelle di chi era al potere. L’alternanza espressa in Nuit et brouillard tra il “colorato” presente e il grigio del  passato evidenzia quanto sia necessario creare un collegamento fra gli orrori di ieri e quelli di oggi, rammentare l’esistenza di tante piccole discriminazioni verso chi ci sembra diverso da noi, delle quali spesso siamo autori, senza rendercene conto, dimenticando di vedere nel prossimo, “l’ altro da sé”, la valorizzazione di una diversità fondante.

Campo di Auschwitz (Piotr Drabik dalla Polonia, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons)

Certo, è necessario ricordare lo sfondamento, 27 gennaio 1945, dei cancelli di Auschwitz, in Polonia, da parte dei carri armati dell’esercito sovietico, ma lo è anche esercitare una concreta vigilanza da parte nostra, al di là delle mere esternazioni sui social a colpi di emoticon, così come volgere ancora più indietro con gli anni, rimembrando i numerosi genocidi messi in atto per impiantare una presupposta “civiltà”, un progresso illusoriamente materiale o un’idea di pace funzionale a rivestirsi arbitrariamente dei paramenti di democrazia illuminata. Occorre lottare perché venga preservata quella dignità espressa da ogni essere umano in quanto tale, perché, lo testimonia la tragica cronaca giornaliera, “Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia”, come  ammoniva Primo Levi (L’ asimmetria e la vita. Articoli e saggi 1955-1987, Einaudi, postumo, 2002).

Al riguardo, però, opinione personale, certi avvenimenti recenti mi fanno propendere verso il pessimismo, risultando difficile mantenere accesa quella fiaccola della speranza volta a confidare “nell’intima bontà dell’uomo” (Il diario di Anna Frank, Het Achterhuis, 1947). Piuttosto mi sovviene in mente una scena del film Deconstructing Harry (Harry a pezzi, Woody Allen, 1997), quando il protagonista (Allen), alla domanda se gli importi dell’Olocausto o se pensi che non sia mai accaduto, risponde: “Non solo so che abbiamo perso 6 milioni di ebrei, ma quello che mi preoccupa è che i record sono fatti per essere battuti”. Alla luce di queste personali considerazioni, “fare memoria” allora dovrà necessariamente significare esercitare la precipua missione intesa ad abbattere le sempre più spesse barriere dei calcolati oblii ideologici, costruiti mattone su mattone servendosi di pressanti  negazionismi e revisionismi.

 CC0 Public Domain
Marina Shemesh

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre” (sempre Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986): mantenendo le distanze dal mero esercizio mnemonico, potrà allora prospettarsi una accorata compenetrazione rivolta alle vittime dei tanti, troppi, crimini perpetrati dall’uomo contro se stesso, passati e, purtroppo, tuttora presenti, incombenti verso un futuro dove l’umanità tutta appare smarrita fra i meandri del citato individualismo materiale ed ideologico. Quest’ultimo è stato scolpito negli anni sulla pietra di un progresso puramente materiale, lontano da una concreta evoluzione, citando Pasolini,  fino ad arrivare ad una quotidianità incorniciata da uno schermo di varie misure, al cui interno la “giostra umana” si agita esternando quelle che si ritengono verità assolute, spesso rigurgitanti odio o rancore, ritenendo la rete una sorta di porto franco e la realtà una pratica solipsistica.

Probabilmente, se non sicuramente, la mia è una visione ingenua, ma continuo a sognare una immedesimazione salvifica, nonostante il pessimismo che mi si para innanzi a delineare la visione di un mondo dove, considerando come la terza guerra sia in atto da tempo, alimentata da un sovranismo sempre più marcato e da un arido tecnicismo al soldo del potere economico, la quarta, citando Einstein,  sarà combattuta a colpi di pietra. Ed ecco che dalle cronache accomodanti dei vari telegiornali o dalle diatribe dei cosiddetti programmi di approfondimento si levano bestemmie che lacerano l’anima: “definisci bambino”, “definire genocidio...”, mentre dagli alti scranni politicanti senza scrupoli proclamano la pace, beninteso quella di fare ciò che gli pare, citando e parafrasando i versi di Paolo Pietrangeli(Contessa,  1966).

Milano, Binario 21 (Settimioma, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons)

Governanti meschini, “sepolcri imbiancati” che tiranneggiano “modernamente”, veicolando il pensiero unico con fare subdolo e mellifluo, incapaci di andare oltre uno squallido egotismo, considerando il mondo come un’utile colonia da asservire alla propria materialità,  non certo nella sua universalità diversificante di persone in quanto tali, nel pieno godimento di ogni diritto e nel conseguente esercizio dei relativi doveri. “Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere” (José Saramago).

Immagine di copertina: MyMovies

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