(Movieplayer)

Poche volte, almeno di recente, ho provato un intimo coinvolgimento durante la proiezione di un film come mi è accaduto con Hamnet, pellicola diretta da Chloé Zhao, anche autrice della sceneggiatura insieme a Maggie O’Farrell, che ha scritto l’omonimo libro del quale l’opera cinematografica costituisce un adattamento piuttosto fedele, pur privilegiando una narrazione più lineare rispetto al testo d’origine. L’immagine di apertura è di quelle che non si dimenticano: una donna, in posizione fetale, giace, ninfa dormiente, tra le radici di un grande albero, per poi destarsi e, una volta in piedi, richiamare il suo falco. Agnes (Jessie Buckley), questo il suo nome, è una profonda conoscitrice dei segreti della natura, in particolare del potere curativo di erbe e piante. Siamo nel 1580 e le descritte doti hanno fatto sì che nel villaggio inglese di Stratford-upon-Avon le venisse affibbiata la nomea di “strega”, al pari della madre, pagando quindi a caro prezzo una libertà istintiva, del tutto libera da qualsivoglia imposizione sociale.

In paese vive anche un giovane per certi versi a lei affine, William (Paul Mescal), considerato come un buono a nulla dal padre guantaio, che mal vede le velleità artistiche del figlio, propenso alla scrittura drammaturgica e poetica. Per poter pagare i debiti paterni, l’aspirante poeta è costretto a insegnare latino in una scuola locale. Due anime “non allineate”, quindi, destinate a incontrarsi e ad assecondare subitamente l’attrazione reciproca, per poi concordare il  matrimonio con le rispettive famiglie. Negli anni nasceranno tre figli: la primogenita Susanna (Bodhi Rae Breathnach) e i gemelli Hamnet (Jacobi Jupe) e Judith (Olivia Lynes), anche se William sarà spesso lontano, recatosi a Londra spinto da Agnes, così da dar sfogo ai suoi tormenti creativi, come quando Hamnet morirà colpito dalla peste…

Hamnet (a Stratford-upon-Avon i nomi Hamnet e Hamlet erano ritenuti equivalenti, recita una didascalia iniziale) vive e si alimenta di una regia volta a far sì che a noi spettatori si palesi possibile l’entrare in scena, tanto da giungere a una simbiosi empatica coi personaggi, questi ultimi resi ottimamente dalle interpretazioni attoriali, Buckley in testa, slancio ferino e dolore ora sotteso, ora vivido e pulsante. Una  conduzione supportata dalla fotografia “sporca” di  Łukasz Żal e dall’accuratezza profusa nella valorizzazione di scenografie e arredi (Fiona Crombie, Alice Felton), nonché nei costumi (Małgosia Turzańska), che, sinergicamente, rendono tangibile “l’odore del tempo”. Chloé Zhao dà vita quindi a un alternarsi tra primi piani e riprese frontali, a camera fissa, che nell’evidente teatralizzazione della messa in scena (la foresta, le stanze delle abitazioni costituiscono congruo proscenio) ci “costringono” a prendere parte, riprendendo quanto su scritto, al narrato filmico.

Agnes è opportuna mediatrice tra natura e convenzioni sociali, consentendo che la prima prevalga nel dare adito alla creatività del futuro Bardo. Una genialità che verrà fuori, soppesata dalla consapevolezza del prezzo da pagare nel concedere spazio a quell’anelito febbrile che consentirà al proprio talento di esprimersi e rinvenire affermazione. Lo scambio reciproco tra Arte e Vita andrà quindi a confluire sulle assi del palcoscenico, il Globe Theatre londinese, quando la resa scenica di Hamlet, prima tragedia shakespeariana, porrà in essere una confluenza catartica tra autore, recitazione e pubblico, nel più puro senso aristotelico del termine.

Il mutuare le personali sofferenze con quelle del prossimo, andrà a offrire panacea alle incorse ambasce: l’oramai famoso To Be or Not To Be verrà a costituire l’indispensabile trait d’union per rinnovare e ritrovare la profonda connessione col proprio intimo più profondo e con quanti ci sono vicino. Hamnet, ad avviso di chi scrive, è un film da vedere, potente e avvolgente tanto visivamente quanto riguardo al contenuto, inteso a celebrare l’energia femminea e la creatività artistica come strette in un unico abbraccio, nel quale rinvenire una recuperata umanità e un adeguato senso da offrire all’esistenza nel suo turbinoso rincorrersi di gioie e dolori.

Immagine di copertina da Movieplayer (Jessie Buckley e Paul Mescal)

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