
Sin dagli inizi della mia attività giornalistica, dedicata principalmente al mondo del cinema, ho sempre guardato con attenzione, anche partecipando a qualche festival cinematografico in qualità di spettatore o giurato, alla produzione dei cortometraggi, ammirando la capacità di molti autori nel riuscire a circoscrivere nei limiti della breve durata determinate tematiche o determinati contenuti con esaustiva efficacia. E così, come già altre volte, quando mi è giunta la notizia che, in occasione del quinto anniversario di WeShort, la piattaforma che diffonde i migliori cortometraggi (25.000 corti candidati e 4.000 titoli selezionati con milioni di spettatori in tutto il mondo), l’opera Mille ponti, diretta da Nicolò Novek e prodotta da WowProduction, è stata selezionata tra le tre migliori nella storia del portale, ho approfittato della disponibilità online sul sito Coming Soon per poterla visionare, attratto dalla sua sinossi, inerente al vissuto delle persone con disabilità, argomento a me molto caro.
Già presentato all’ 81ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Mille ponti vede il regista Novek anche autore della sceneggiatura insieme a Claudia Sferrazza. Nel corso della visione sono rimasto piacevolmente colpito da come Venezia, tra le principali città deputate quale suggestiva cornice romantica, venga qui resa in guisa di metaforico proscenio. Infatti i suoi caratteristici cavalcavia si rivelano idonei a configurare tanto l’idea del collegamento quanto quella della distanza, simboleggiando sia le difficoltà quotidiane delle persone con disabilità, sia le concezioni non necessariamente coincidenti di amore e sacrificio: dedicare la propria vita a una persona non può voler dire “semplicemente” annullarsi per essa, ma, nella prospettiva di un sentimento reale, che vada oltre il pietismo di circostanza, arrivare a creare un reciproco completamento armonico, in nome di una concreta empatia.
Chiara (Emma Padoan), costretta su una sedia a rotelle, e Tommaso (Giulio Foccardi) sono la coppia protagonista, il cui amore, quel legame che comunque unisce l’una all’altro, dimostra tutta la sua fragilità nello scontrarsi con l’ordinarietà del quotidiano, le sue amarezze, i suoi tanti impedimenti. Dall’incontro con gli amici alla difficoltà di affrontare le barriere architettoniche, si arriva alla difficoltà esternata da Tommaso nel considerare la cosiddetta “diversità” quale elemento fondante di una “normalità” uguagliatrice e non certo discriminante; vedi la sequenza in cui rifiuta, anche manifestando un certo astio, l’invito a una festa rivolto a lui e Chiara, accentuando l’assenza dell’ascensore e dando per scontato che la compagna non si sarebbe divertita, ignorandone il suo assecondare la propria condizione nel godere appieno di ogni appagamento esistenziale.
Egualmente per Tommaso avviene nell’intimità, dove sarebbe altrettanto spontaneo e naturale, nel relazionarsi con la persona amata, “chiederci un bacio e volerne altri cento” (Amore che vieni, amore che vai, Fabrizio De André, 1966), proseguendo poi nel dono reciproco di un totalizzante appagamento sensoriale. La città lagunare fa quindi da sfondo alla fine del loro rapporto: regia e sceneggiatura, con il contributo delle buone prove attoriali e di una fotografia (Giovanni Cimarosti) che evita con accortezza il consueto “effetto cartolina” generalmente dedicato alle città rappresentative di determinati sentimenti o condizioni esistenziali, lavorano in sincrono nel prendere le distanze dal sentimentalismo ricattatorio affogato nella melassa.
Parimenti ci si sottrae, fortunatamente, dal suggerire lezioni morali dettate da romanticherie a oltranza nell’assicurare un consolatorio “happy end”: l’amore qui non diviene elemento “sanificante”, bensì assume la forma più realistica del rispetto per chi ci sta accanto e per se stessi, perché “Non conta quanto ami qualcuno, ma quel che riesci a essere quando sei con qualcuno” (dal film Turista per caso, Lawrence Kasdan, 1988.)





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