
Rémi (Vincent Macaigne), uomo sui cinquant’anni, vive in un paese montano della Francia, dove lavora in un’azienda produttrice di erba sintetica. Ormai alle spalle più di una relazione andata a monte, il nostro convive con Audrey, affascinante donna dal fisico statuario: il loro rapporto appare sereno, stabile, anche considerando che la compagna in questione non sia altro che una bambola gonfiabile, con la quale condividere, oltre al letto, la cucina, nel trionfo del surgelato, e il divano, guardando insieme un programma televisivo sui grandi della Storia. Una notte, però, proprio quando in azienda si è salutato l’arrivo di Patricia (Cécile de France) a sostituire un dipendente in congedo per paternità, che con il suo modo di fare, semplice e amichevole, sembra attirare l’interesse di Rémi, Audrey prende misteriosamente vita (Zoé Marchal) e ritorna indietro dalla fabbrica presso i cui cancelli era stata abbandonata come prodotto difettoso.
Ora è pronta ad assecondare il compagno in tutto e per tutto, ricambiata con una totale autonomia decisionale, benvenuta certo, ma senza essere mai accompagnata da un necessario confronto su qualsivoglia argomento o situazione che ineriscano la vita in comune, accompagnando il passaggio dall’“io” al “noi”. Una presa di responsabilità che potrebbe anche trasmutare quel rapporto fittizio in uno dalla consistenza propriamente reale…

Scritto e diretto da Sophie Beaulieu, il film La bambola (La Poupée) rappresenta il debutto dell’autrice alla regia di un lungometraggio: viene ripreso, alla lontana, il mito di Pigmalione, ovvero l’idealizzazione di un amore perfetto che prende materialità esistenziale; “agitando ma non mescolando” stilemi surreali e toni da commedia romantica, si offre dunque spazio narrativo alla complessità dei rapporti tra esseri umani, al di là del genere, a mio avviso (vedi la fluidità della sorella di Rémi, Domi, ben resa da Adèle Journeaux), pur soffermandosi soprattutto sulla problematica relativa alla difficoltà dell’uomo di approcciarsi all’universo femminile per il giusto tramite di una reciprocità comportamentale.
Rémi lascia che “tutto scorra”, facendosi bastare un andamento del rapporto basato sul quieto vivere, anestetizzando qualsiasi anelito sentimentale nel dare sfogo a una mera estemporaneità fisiologica dal sentore egoistico. Audrey, cui Zoé Marchal offre la densa ambiguità di un fascino tanto etereo quanto viscerale, rappresenta quindi per il compagno la donna ideale finché rimane bambola: una volta viva non riesce a far altro che lasciarla libera di comportarsi come meglio crede — e meno male — ma senza coinvolgerla propriamente nella sua vita, se non messo alle strette, come nel caso dello spassoso pranzo domenicale coi suoi familiari.

Patricia, invece, felicemente interpretata da Cécile de France nel rendere un disarmante approccio esistenziale, rappresenta il contraltare di Audrey: una donna del tutto libera e vitale, forte di una sudata emancipazione e autodeterminazione, dalla cultura elevata, costretta però a inscatolarsi in una dimensione che non le appartiene, ridotta alla misura idonea a non far sentire inferiori i colleghi maschi, sempre pronti a rivendicare la “costituzionalità” di porsi quali esseri superiori, avallando quasi automaticamente triti stereotipi duri a morire.
La struttura narrativa, sostenuta da una regia complessivamente valida in sinergia con le ottime interpretazioni attoriali, appare ben congegnata soprattutto nella parte iniziale, quando l’autrice accompagna la nascita di Audrey alternando con disinvoltura toni surreali a sfumature al confine tra thriller e horror. Piuttosto riuscita è anche la metafora offerta dalla curiosa attività dell’azienda in cui lavora Rémi, ovvero la produzione di erba sintetica in un paese immerso nella natura boschiva: i prati che richiedono solo l’impiego di un buon aspirapolvere, permettendo di non sporcarsi le mani, diventano il perfetto simbolo di rapporti umani poco impegnativi, basati sul “pronto impiego” e privi di ulteriori coinvolgimenti.

Per quanto divertente nella sua ironia sottesa, la rappresentazione del “buon salotto borghese” dei genitori di Rémi – papà chirurgo plastico e mamma “restaurata” dalla professionalità del marito – lascia un senso di déjà-vu; ciononostante spicca la nota piacevolmente stonata espressa da Domi che, senza svelare troppo, si può considerare il vero e proprio deus ex machina nel conferire vita definitiva ad Audrey. Quando, invece, quest’ultima esce temporaneamente di scena per dare spazio alla liaison in fieri tra Rémi e Patricia, il film rientra nei canoni tipici della commedia sentimentale e romantica, con lui nei panni del classico immaturo “bietolone” che non riconosce l’amore di lei, perso com’è nell’illusoria sicurezza offerta dal rapporto con la bambola vitale.
Tuttavia, per scioltezza narrativa, gradevolezza nel sostenere registicamente un assunto di base che porta a riflettere senza mai essere moraleggiante, bontà dei dialoghi (almeno nella versione originale) e qualità della recitazione, La bambola rappresenta un ottimo esempio di come dovrebbe essere messa in scena una commedia oggi, facendoci perdonare qualche incertezza nel ritmo nel procedere verso il finale e un certo squilibrio nel tentativo di amalgamare differenti stilemi nell’ambito di un coeso unicum.






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