(Ufficio Stampa)

Lungo la rotta balcanica, al confine tra Serbia e Ungheria, due donne di origine moldava, Alina (Adriana Papana) e Johana (Caterina Truci), quest’ultima di poco più giovane, fuggono da un presente certo nella speranza di un avvenire incerto, sì, ma forse diverso, se non migliore. Intirizzite dal freddo, raggomitolate intorno a un fuoco provvisorio, appaiono legate da un filo invisibile che si materializza nell’intonazione comune di una nenia infantile. Giunte nei dintorni di Trieste, dopo sei mesi, Alina e Johana condividono una misera stanza all’interno di uno stabile dove vivono altre donne accomunate dalla stessa sorte, costrette a vendere il loro corpo sotto la costante minaccia di uomini violenti e senza scrupoli che gestiscono il racket della prostituzione, assicurandosi che non si salti neanche un turno “lavorativo”.

Quando Alina, rifugiatasi nella droga quale palliativo allo squallore, muore per un’overdose, Johana subisce uno shock che la riporta a una realtà fatta di sottomissione e sopraffazione. Dopo essere stata brutalmente aggredita, troverà il coraggio di reagire e darsi nuovamente alla fuga. Intende raggiungere l’Austria, la meta prefissata dall’amica, di cui ora si sente portatrice dell’opportunità perduta, arrivando a minacciare con una pistola un tassista di mezza età, Lorenzo (Cristiano Caldironi), perché l’aiuti a raggiungere il confine. I due condivideranno così, lungo il tragitto, identiche disillusioni e amarezze, nella condivisione del desiderio sotteso di un mondo più umano.

Adriana Papana e Caterina Truci (Uffcio Stampa)

Film indipendente, sorretto nella realizzazione anche da una campagna di crowdfunding, Il canto di Alina è stato presentato in anteprima internazionale alla 36ª edizione del Trieste Film Festival – dove ha conseguito il Premio Corso Salani – e sarà in sala dal 22 ottobre, dopo un percorso ricco di riconoscimenti in Italia e all’estero. Le registe esordienti Ilaria Braccialini e Federica Oriente, anche autrici della sceneggiatura insieme a Denis Shalaginov, hanno messo in scena una narrazione piuttosto ruvida, visivamente “sporca”, sostenuta dal frequente impiego della macchina a mano e da una densa fotografia (Luca Sirtori, Gilberto Federici), fino a dare tangibilità a una sorta di cortocircuito tra finzione e documentario.

Un realismo alimentato ulteriormente dagli scarni dialoghi, con il silenzio interrotto da un impiego ragionato delle musiche nel sottolineare la drammaticità di determinati eventi e situazioni. La sensazione principale avvertita nel corso della visione è che le descritte componenti tecniche abbiano offerto ognuna una propria intonazione nel conferire corporeità visiva a una dolente ballata, che andrà a concludere le sue note nel sublimare un senso di speranza sospesa. Il finale, infatti — ed è necessaria qui un’anticipazione funzionale a quanto sto scrivendo — vedrà Johana, interpretata con realistica immedesimazione da Caterina Truci, lo sguardo colmo di rabbia ferina e di dolore rappreso, fermarsi a metà strada una volta raggiunto il posto di blocco al confine.

Caterina Truci e Lorenzo Caldironi (Ufficio Stampa)

Meglio andare incontro a una possibile carcerazione o tornare indietro, dandosi la possibilità di una nuova vita con quell’uomo? Un uomo che, pur tra titubanze e personali sofferenze, le ha offerto un aiuto concreto nel corso del periglioso itinerario intrapreso insieme, andando oltre la minaccia di un’arma e divenendo tramite di un necessario recupero di umanità (“perché così non si trattano neanche le bestie”), pur nella comune diffidenza verso il genere umano. Proprio in questo svelamento si giustifica lo spoiler: il fermo immagine sul finale, con quello sguardo volto sì verso Lorenzo che la chiama col suo nome — a indicare una ritrovata identità di persona in quanto tale — ma anche interlocutorio verso noi spettatori, conferisce a Il canto di Alina la consistenza propria, più che di un atto d’accusa, di un vero e proprio grido d’allarme, urgente e immediato.

Incrociando quel citato sguardo ci viene svelata una realtà che tendiamo colpevolmente a ignorare, nascondendo la polvere sotto il tappeto della nostra ipocrisia quotidiana, sostenuta dalla ritualità ordinaria del consueto andamento esistenziale. Per quanto sia evidente, almeno a mio avviso, qualche incertezza registica, in particolare nella parte iniziale descrittiva della vita disagiata delle due amiche, si può passare oltre in virtù della prova attoriale di Truci ma anche di Caldironi. Ambedue sono capaci di rappresentare la rassegnata malinconia di due persone sopraffatte dalla vita e accomunate, infine, da un rinnovato senso di speranza nello scoprirsi meritevoli di un avvenire differente, anche nello squallore morale e materiale di un sempre più evidente deserto delle anime.

In conclusione, un’opera coraggiosa e spesso visivamente potente. Da vedere non solo per destare le nostre coscienze ma anche per poter constatare la vitalità di un cinema indipendente e resistente, capace di superare il fossato dell’omologazione produttiva.

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