
Presentato alla XXI Festa del Cinema di Roma, Nedo. Un italiano, è un documentario visivamente intenso ed emotivamente toccante, encomiabile nel collegare narrativamente passato e presente col filo rosso di un monito costante alla luce delle guerre tuttora in corso e di altre che potrebbero affacciarsi all’orizzonte, considerando i tristi rigurgiti refrattari all’idea di un’umanità condivisa sulla base di una diversità fondante. Diretto da Ruggero Gabbai, anche sceneggiatore con Marcello Pezzetti, l’opera è incentrata sulla storia di Nedo Fiano (1925-2020), di come, per usare le sue parole, divenne “un uomo diverso, un testimone per tutta la vita”, sopraffatto dagli eventi conseguenti alle leggi razziali del 1938.
Il presente, l’avvenire, i diritti propri dell’essere persona in quanto tale, al di là dell’etnia o degli atteggiamenti esistenziali, i sogni per l’avvenire: tutto divenne incerto, fino alla scomparsa improvvisa di qualsivoglia visione, una volta che, poco più che un ragazzo, venne arrestato a Firenze, la città natale dove viveva con la sua famiglia, per essere poi condotto dalle Murate al campo di transito di Fossoli, in provincia di Modena, e da qui deportato insieme a tanti altri, costipati nei vagoni dei treni, destinazione Auschwitz-Birkenau.
Nel tristemente noto campo di concentramento vide scorrere sotto i suoi occhi un’umanità piagata da umiliazioni e stenti, destinata alla morte certa, tra cui anche buona parte dei suoi familiari: i genitori, il fratello, i nonni e gli zii. Nedo sopravvisse in quanto arruolato nel Kanada Kommando, quei prigionieri selezionati per smistare gli effetti personali che i deportati dovevano abbandonare nello spiazzo antistante il binario una volta arrivati al campo.
Quando l’evacuazione andò ad interessare anche Auschwitz, Nedo, insieme ad altri internati, conobbe la “marcia della morte”, che lo portò in altri sette campi, tra cui Stutthof, nei pressi di Danzica, Echterdingen, nella periferia di Stoccarda, e Buchenwald, a Weimar. Gabbai, coadiuvato da un lavoro di montaggio (Cristian Dondi, Chiara Passoni) che offre un ritmo narrativo ora incalzante ora più ponderato nel cadenzare determinate sequenze, fa sì che nella messa in scena vadano ad intersecarsi, al di là della mera cronologia, spazialità e temporalità. Si dà così vita a una vivida e toccante congiunzione tra storia personale e storia collettiva.
Auschwitz, Firenze, Fossoli, Le Murate sono luoghi che diventano protagonisti e si animano di vita propria nei racconti narrati, spesso interrotti dall’emozione, dallo stesso Nedo durante le riprese del documentario Memoria, girato da Gabbai nel 1995, ma anche, anni dopo, attraverso le parole dei suoi tre figli, Enzo, Andrea ed Emanuele, e dei nipoti Uria, Dafna, Talia, Nannerel e Davide, così da rappresentare un vero e proprio itinerario del ricordo: le urla dei generali nazisti, le file di bambini che si tengono per mano, le ultime parole della madre, ma anche la sua passione per il canto, forse l’unico stimolo a sopravvivere alle spregevoli umiliazioni subite nel lager. Non a caso, infatti, è la sua voce ad aprire il documentario, mentre intona O sole mio sullo sfondo del campo di Auschwitz-Birkenau.
I ricordi esternati dei citati familiari diventano mano a mano un’unica voce, intesa a porre in evidenza come la liberazione di coloro che sopravvissero all’orrore non significhi che la Shoah debba considerarsi qualcosa di ormai concluso, relegato ai libri di storia: quanto vissuto da Nedo non è soltanto un dolore che si tramanda di generazione in generazione, ma è una ferita sempre aperta, destinata a non rimarginarsi.
Se ricordare, stando all’etimologia, significa serbare nel cuore, ritenuto anticamente il luogo depositario della memoria, allora quei racconti assumono la valenza essenziale di farsi simbolo nel preservare valori quali la dignità, la libertà, la responsabilità individuale e il rifiuto dell’indifferenza, superando, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, la sfera privata e assumendo la sostanza concreta di un messaggio rivolto alle nuove generazioni: non voltarsi mai dall’altra parte di fronte alle grandi come alle piccole ingiustizie quotidiane.
Ecco, i quarant’anni che Nedo ha dedicato alla testimonianza, portando a conoscenza quanto vissuto sulla propria pelle e ciò che ha visto abbattersi su compagne e compagni di prigionia nelle scuole, in incontri pubblici, interviste, libri, prima che la demenza senile cancellasse ogni cosa, restano come concreto mandato rivolto all’attuale esistente, dove, oggi come allora, ogni diritto acquisito, anche a prezzo di lotte e sacrifici, rischia di svanire sotto la spinta di quanti — governanti, rappresentanti di partito, oscuri “tastieristi” che considerano i social come porto franco da cui veicolare retrivi retaggi — manovrano il pensiero unico sulle fondamenta, sabbiose ma puntellate adeguatamente, di uno squallido egotismo.
Il ricordo, nel significato su descritto, di quel sistematico genocidio, come di ogni altro di cui è funestata la storia passata e, purtroppo, tuttora quella odierna, deve allora divenire responsabilità collettiva nel dare un volto e un nome all’indifferenza per non divenire complici e per lottare, così da impedire, in nome di una recuperata e rinnovata umanità, che venga nuovamente calpestata la dignità propria di essere umani in quanto tali, nella sua universalità diversificante.





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