
Giovedì 15 ottobre è stato proiettato al Cinema Vittoria di Locri (RC), in anteprima assoluta, il film L’uomo del gas, sceneggiato e diretto dai fratelli Bernardo, al suo secondo lungometraggio dopo Malanova, storia d’amore e di magia, e Nazareno Migliaccio Spina, al suo esordio dietro la macchina da presa. Prima di entrare nel merito del film, un plauso a tutti gli attori, oltre ai protagonisti, bravi nelle loro interpretazioni ed abili nell’assecondare le inclinazioni dei registi (Martino Stalteri, Daniela D’Agostino, Paola Procopio, Nino Tarzia, Cosimo De Leo, Brigida Giannotta, Filippo Racco, Gessica Ferreri) e alle musiche di Adriano Modica, puntuali nel sottolineare ogni scena del film.
La storia si snoda attraverso la visualizzazione di tre realtà diverse, tramite un agile montaggio parallelo: quella dell’anziano Aldo (Pino Gambardelli), uomo solo la cui vita è scandita da metodici rituali quotidiani, quella della coppia Antonio (Riccardo Fazzolari) e Irene (Manuela Cricelli), che vivono un rapporto già stanco, tra silenzi ed incomprensioni, alla ricerca di un lavoro che non c’è mai, tra bollette da pagare, pochi soldi, appena sufficienti per mangiare, una vagheggiata gita a Gallipoli, ed infine la finzione fattasi realtà espressa da un reality trasmesso dalla televisione (Incontrarsi, riferimento al noto Uomini e donne, che costituisce un “film nel film”, virando sul grottesco), in cui Irene trova un rifugio sicuro, obnubilandosi dalle tristi problematiche quotidiane, fuggendo da una vita che sembra offrirle solo un senso di amara incertezza.
Un’astrazione dal reale che è comunque propria anche di Antonio, che cerca risposte al suo malessere nella frequentazione degli amici, di Aldo, con la sua passione per il ballo latino-americano ed infine degli stessi protagonisti del reality, che in virtù del mezzo televisivo possono vivere in una sorta di mondo a parte, lontano da problemi che non siano quelli legati alle regole dello spettacolo di cui fanno parte. In questo squallido “deserto delle anime”, l’incontro tra Antonio e Aldo, dall’inaspettato risvolto tragico che condurrà ad uno sconcertante finale, dal sapore metaforico, mentre Irene sublimerà oniricamente il suo anelito di una vita diversa, con realtà e finzione che si mescolano tra di loro, unendosi in un illusorio abbraccio.
Pur risultando alla fine come un forte apologo morale, il film non fornisce risposte, né pretende di dare certezze assolute, ma piuttosto stimola lo spettatore a porsi delle domande su una società ormai allo sbando, priva di valori di riferimento, morali e culturali, di cui neanche le vecchie generazioni riescono più a farsi promotrici.
E’ una rappresentazione della realtà senza sconto alcuno quella espressa dai fratelli Migliaccio Spina, con la macchina da presa che indaga in primissimo piano sui volti delle persone, scrutandone gli sguardi ed ogni minima espressione, memori della poetica della ricerca del volto dell’uomo tanto cara al Pier Paolo Pasolini regista, del quale non a caso udiamo riecheggiare ad inizio film la sua lucida profezia sul rischio di “una grande omologazione” a cui avrebbe potuto portare la televisione con la sua massificazione della cultura.
Ma il fittizio mondo dei reality televisivi rappresenta, a mio avviso, più che il simbolo, il sintomo dei malesseri di una società che ha rincorso un progresso prettamente materiale, perdendo di vista la propria identità storica e culturale.





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