Thor, il dio del tuono e del lampo della mitologia norrena, figlio di Odino e di Jörð, dea della terra, viene trasferito nell’universo dei supereroi Marvel nell’agosto del ’62, ad opera di Stan Lee (testi) e Jack Kirby (disegni), mutuando dalle leggende nordiche personaggi e situazioni, adattandoli però man mano allo schema action del fumetto e al “logorio della vita moderna”, sfruttando il contrastante dualismo uomo-dio: Thor, esiliato dal padre dal regno celeste di Asgard sulla terra, New York, vive come un comune mortale, il dottor Donald Blake, almeno sin quando non scoprirà, casualmente, durante una vacanza in Norvegia, un bastone che sbattuto per terra si tramuterà nel Mjolnir, martello dai magici poteri che gli permetterà di riprendere contatto con la sua essenza divina.

Di una trasposizione del fumetto sul grande schermo se ne parlava da tempo, almeno dal 1990, quando Sam Raimi propose un suo soggetto alla Fox, ma solo adesso si è arrivati alla concretizzazione definitiva, affidando la regia a Kennet Branagh e la sceneggiatura al trio Ashley Miller, Zack Stentz e Don Payne.

Il primo, considerando i suoi felici trascorsi (Hamlet, Enrico V, Molto rumore per nulla), avrebbe dovuto dare corpo e sostanza shakespeariana a certi temi presenti nell’opera d’origine (la faida familiare, con il conflitto tra due fratelli dall’opposto carattere, la bramosia di potere, la figura di Odino), i secondi invece si sarebbero dovuti orientare verso la smitizzazione, puntando sull’ironia, della figura di Thor, mettendo da parte il citato dualismo uomo-dio, raffigurandolo come una divinità calata in terra senza poteri e puntando su tale nuova dicotomia con toni scanzonati e “leggeri”.

Ho usato, volutamente, il condizionale perché ciò che sulla carta, pur tra molti dubbi, sembrava promettente o comunque foriero di novità, non rende al meglio sullo schermo, con un forte contrasto tra la rappresentazione del regno celeste di Asgard e quella terrena, in New Mexico, luogo in cui Thor precipita dopo l’espulsione dal regno ad opera del padre.

Nella prima, con gli scontri causati da diverse concezioni del potere, come gestirlo e mantenerlo, tra Odino (Anthony Hopkins) e i suoi due figli, l’arrogante Thor (Chris Hemsworth) e il mellifluo Loki (Tom Hiddleston), Branagh sembra certamente più a suo agio e sfrutta a dovere sia le belle scenografie, insinuandosi nei meandri delle varie sale del palazzo reale, che l’espressività degli attori,

Nella seconda location, invece, tutto diventa meccanico, preordinato, fracassone, vuotamente spettacolare, totalmente privo di senso epico, con molte occasioni poco sfruttate o appena accennate, come l’amore nascente tra Thor e la scienziata Jane Foster (Natalie Portman), risolto con stucchevoli moine e dialoghi improbabili, o il tema del magico martello che si fa, letteralmente e figurativamente, “spada nella roccia” a simboleggiare la presa di coscienza di cosa voglia dire essere re saggio e cosciente eroe.

Nel complesso, come estetica complessiva, musiche, resa delle scene d’azione, sembra d’assistere ad un fantasy degli anni ’80, concepito per di più, almeno questa è stata la mia sensazione, come una sorta di lungo prequel, confermata d’altronde dalla breve sequenza subito dopo i titoli di coda anticipante il seguito che verrà.

Mi associo infine al coro di quanti hanno tuonato, tanto per restare in tema, contro un 3D ancora una volta usato come specchietto per le allodole, che nulla aggiunge alla godibilità complessiva del film, in sostanza un innocuo e luccicante trastullo, tentativo ameno di conciliare il Bardo con l’universo pop, illusione d’autore alla luce di un cospicuo guiderdone.

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