“Ho scelto la mia Calabria come luogo del cinema”, intervista a Matteo Scarfò

Matteo Scarfò

Matteo Scarfò, giovane regista originario di Locri (RC), si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica con lavori come Anna, Teresa e le resistenti, 2010, dedicato ad Anna Magnani e alle donne della Resistenza italiana, che ha ricevuto la Menzione di Merito da parte della giuria del Festival di Salerno ed è stato selezionato anche in Canada dall’Italian Contemporary Film Festival per rappresentare i docufilm italiani nel 2012, e Bomb! Burning Fantasy, dedicato alla figura di Gregory Corso, interpretato da Nick Mancuso.
Ha da poco realizzato un nuovo film, L’ultimo sole della notte, ispirato a due racconti di James Ballard; ho avuto quindi modo d’intervistare Matteo, che ringrazio per la cortese disponibilità, su questo suo nuovo lavoro (primo lungometraggio di finzione) e sulla sua attività cinematografica.

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 Parliamo del tuo recente lavoro, L’ultimo sole della notte, ispirato da due racconti di James Ballard, Il condominio e L’isola di cemento, che rientra nel genere sci-fi, come il tuo cortometraggio d’esordio Fantascienza in pillole,  a sua volta ispirato alle opere dello scrittore Philip K. Dick. Il film è girato in Calabria: quanto le varie location sono state congeniali a riportare l’essenza propria delle opere del citato Ballard, ovvero servirsi di un immaginario legato comunque al contemporaneo per descrivere una certa propensione dell’umanità all’alienazione, una volta smarrita la propria identità più intima e profonda?

Le location sono state fondamentali per rendere la giusta atmosfera del film e non solo perché si tratta in gran parte di un mondo post guerra nucleare.
Il film cerca di mostrare un futuro non troppo lontano, e seguendo l’idea di Ballard ho cercato di mostrare un contesto allo stesso tempo apocalittico e reale, quindi molte cose dovevano essere credibili, realistiche.
Avevo bisogno di luoghi che comunicassero sensazione di fine, solitudine, abbandono e alienazione. I grandi scenari alienanti che si vedono nel film non sono ricreati: ho scelto stazioni di benzina abbandonate, grandi strade non finite, luoghi devastati da calamità naturali e simili. C’è poi un elemento intimista fondamentale nelle storie raccontate: questi luoghi, in cui i personaggi si aggirano, rappresentano in parte ciò che loro sentono dentro, l’interiorità si proietta nello spazio esteriore modificandolo e creando una bolla cupa che chiude le loro esistenze. Non meno importanti sono state le location di interni.
Avevo bisogno del forte contrasto di un fuori abbandonato ma con una forte componente naturale, anche viva, selvaggia, arcaica; e un dentro, il grande condominio dove vivono, tutto cadente e con poca luce naturale.
Il grande condominio è un dio primordiale, un monolite nero che li attrae. È l’intera Zona che li accoglie come un ventre che ottenebra i sensi, annichilisce e spegne lentamente, ma anche dolcemente. Volevo che l’anima dei personaggi rivivesse negli spazi e che a loro volta questi influenzassero quella stessa anima. Un personaggio a un certo punto esclama “La Zona è tutto quello che abbiamo!”.
Lo Stalker di Tarkovskij dice “in ogni momento è proprio come l’abbiamo creata noi, come il nostro stato d’animo…” e ancora “Tutto quello che ho è qui, qui nella Zona! La mia felicità, la mia libertà, la mia dignità: tutto qui! Io porto qui solo quelli come me: infelici, disperati, che non hanno più niente in cui sperare…”.
Ci tengo però a precisare che ho scelto la mia Calabria come luogo del Cinema e non come denuncia sociale. Quello che mi interessa è il Cinema.

 Il tuo percorso artistico ha trovato varie forme d’espressione, oltre al cinema anche la letteratura (il libro di racconti Uomo mangia uomo, 2008), il teatro (Mare di pietra, 2013, solo autore), con incursioni nella video arte, nei video musicali e nella web serie (Roman Holidays: how to become Italian in 5 lessons, girata a scopo promozionale per la Scuola di Italiano Leonardo da Vinci di Roma). Prediligi un linguaggio espressivo in particolare o preferisci di volta in volta sperimentare nuove modalità?

 Penso che ogni narrazione richieda una sua modalità di narrazione e un suo linguaggio. Conta anche il mezzo con cui narriamo e nel mezzo stesso si possono trovare varie forme per esprimersi, penso per esempio all’immagine che poi si è sviluppata in fotografia, in cinema, in pubblicità, in tv, infine sul web.
Però questo non deve farci dimenticare che esiste una grammatica che il Cinema richiede in modo molto rigido per essere tale e non confondersi con altri mezzi. All’inizio di tutto ci sono la storia, i personaggi, gli eventi.
Prima di chiederci come vorremmo raccontarli ci dobbiamo chiedere come li dovremmo raccontare. Voglio dire ognuno ha una propria formazione ed esperienza personale che forma lo stile, ma questo deve venire da solo, e verrà perché se è davvero nostro non sapremmo usare altro, ma mai e poi mai questo stile dovrebbe essere deciso a tavolino per assomigliare a qualcuno o qualcosa o per seguire una moda. Avremmo in tal caso un risultato falso.
Personalmente amo lo stile di racconto classico, ma la sperimentazione si fa anche lasciandosi “contaminare”.

 Realizzare cultura in Italia, ma soprattutto la sua promozione  e valorizzazione,  a volte sembra un’impresa difficile, in ogni sua forma d’espressione. Circoscrivendo la problematica alla nostra regione, la Calabria, e limitandoci alla cinematografia, quali sono le difficoltà che hai eventualmente riscontrato?

 Negli ultimi tempi qualcosa si è mosso, c’è più consapevolezza dell’importanza della cinematografia regionale. Ci sono talenti e persone capaci, ma molte volte per fare i film devono emigrare altrove, per trovare interessamento e fondi. Quando si parla di aiuti pubblici al cinema il discorso si fa sempre contorto, personalmente penso che non si possa sempre aspettare l’aiuto pubblico. Avremmo bisogno di uno sviluppo del settore nella nostra regione che, se adeguatamente supportato, creerebbe le condizioni per una produzione varia e stabile e potrebbe alimentarsi da solo.
E attirerebbe a sua volta finanziatori e figure professionali anche da fuori.
Io ho girato il mio film autofinanziandomi ma ci ho messo molto tempo, e non dovrebbe essere così. Inoltre ho girato in luoghi veramente interessanti per l’occhio cinematografico. Mi chiedo perché non si possa cominciare a creare interesse verso questi luoghi, e il discorso non è solo legato al Cinema.

Intervista pubblicata il 28/12/2017 su “Apostrofi a sud”, blog ideato e coordinato da Maria Teresa D’Agostino con Emanuela Alvaro, Antonio Falcone, Lidia Zitara e contributi di Jacopo Giuca

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