
Vietnam, 1966. Daniel Ellsberg (Matthew Rhys), analista militare, assiste ad una cruenta battaglia, dalla quale risulta più che evidente la situazione di estrema difficoltà in cui versano le truppe americane. Ne rende edotti il Segretario alla Difesa, Robert McNamara (Bruce Greenwood), e il Presidente Lyndon Johnson, ma una volta che l’aereo presidenziale fa ritorno negli Stati Uniti, il Segretario esterna tutta una serie di sorrisi ai giornalisti, assicurando loro, in breve tempo, un felice esito del conflitto. Ellsberg, sconvolto da quanto ha visto ed udito, quale lavorante alla Rand Corporation, società specializzata in analisi delle politiche pubbliche, decide di fotocopiare i numerosi documenti secretati relativi ai rapporti fra America e Vietnam, a partire dal 1945, dai quali si evince, tra l’altro, come un intervento militare nel sud-est asiatico si sarebbe presto rivelato disastroso.
Sua intenzione è di metterli a disposizione del New York Times e ciò avverrà nel febbraio del 1971, con il giornale pronto alla pubblicazione nel giugno dello stesso anno; le voci al riguardo si erano già diffuse nell’ambiente giornalistico, suscitando l’interesse di Ben Bradlee (Tom Hanks), caporedattore del Washington Post, testata in procinto di essere quotata in borsa una volta divenutane proprietaria Katharine Graham (Meryl Streep), alla morte del marito, il quale ne aveva preso le redini deceduto il padre di lei.
Pubblicati i documenti, lo scandalo inizia a deflagrare, provocando le ire del Presidente Nixon e la subitanea ingiunzione della Casa Bianca a sospendere ulteriori divulgazioni, per violazione dei segreti di stato, in attesa di una decisione in merito della Corte Suprema.

Toccherà allora al Post, individuata la possibilità di prendere possesso dei Pentagon Papers attraverso Ellsberg, il compito di difendere la libertà di stampa, quel “diritto di pubblicare che si conquista con la pubblicazione”, come sostiene Bradlee rivolgendosi alla redazione, potendo infine contare sul sostegno del proprio editore… Diretto da Steven Spielberg con la consueta abilità da cesellatore d’immagini, suffragando e soppesando con ogni movimento della macchina da presa l’iter narrativo, delineato da un’incisiva sceneggiatura (Liz Hannah e Josh Singer), caratterizzata da pregnanti dialoghi, The Post riesce a mettere in scena, con affabulante scioltezza, una certa empatia tra quanto visualizzato sullo schermo, rappresentazione di una storia vera, e lo sguardo dello spettatore.
É un’opera che mi piace definire necessaria, considerato come riporti alla luce un preciso accadimento storico, che si rende opportuno contraltare alle esigenze attuali di ribadire principi che si vorrebbero ormai consolidati nel vivere sociale e politico di ogni nazione, la libera manifestazione del pensiero da parte di ciascun individuo ed in particolar modo nell’ambito degli organi d’informazione, scevri quest’ultimi da qualsivoglia ingerenza dominante riguardo il proprio operato, certo, ma anche una paritaria, definitiva, considerazione lavorativa della donna rispetto all’uomo, in particolar modo relativamente alle posizioni verticistiche all’interno di un’azienda.

Ecco allora l’eccellente, realistica, interpretazione di Katharine Graham offerta da Meryl Streep (penalizzata però dal doppiaggio italiano) che delinea con misura e garbo il ritratto di una donna consapevole delle proprie capacità ma timorosa di esternarle (emblematica la sequenza, silente, in cui indica al fidato collaboratore un appunto riguardante il discorso che avrebbe voluto tenere nel corso della riunione per la quotazione in borsa del giornale, bloccata dalla tracotante sicumera maschile), vista l’epoca in cui dopo una cena le signore erano solite sorseggiare il caffè in salotto, lasciando agli uomini le discussioni politiche (anche questa sequenza è debitamente visualizzata dal buon vecchio Steven, sottolineando atavica normalità e senso di disagio).
Katharine riuscirà con ritrovata forza a manifestare il proprio pensiero nel momento opportuno, sostenendo le decisioni del caporedattore Bradlee (bravo Hanks nel rimarcarne l’alternanza di ambiguità e senso del dovere) e conferendo un’inedita, decisiva, svolta al giornale, uscendo dal “salotto buono” delle amicizie altolocate ed influenti, inebriata infine dal fragore delle rotative funzionanti a pieno regime.
Spielberg concede dunque congruo spessore alla vicenda in sé, coadiuvato anche da una fotografia (Janusz Kaminski) idonea a riportare i colori dell’epoca (le tonalità sgranate, “sporche”, quasi documentaristiche, del prologo bellico iniziale, quelle più “pastose” degli ambienti bene, la luce rarefatta all’interno della redazione), cui si aggiunge un incalzante, pur se non memorabile, commento sonoro (John Williams) ed un montaggio “classico” (Michael Kahn) anche nel suo apporto simbolico (l’alternanza fra l’attesa delle decisioni dei grandi capi e l’avvio delle rotative, per esempio).
Si viene allora a creare, all’interno di una compiuta coralità, un simbiotico legame tra il cinema d’impegno civile d’impronta classica e il giornalismo più puro e concreto, quello d’inchiesta, ancora lontano dall’apporto velocistico ma a volte superficiale del web e distante altresì da certa informazione “gossipara” (cui viene lanciato qualche strale nel corso della narrazione). Una discesa in trincea a ricercare la notizia direttamente alla fonte e poi sostenerla con forza, nella ferma convinzione di porre un servizio ai lettori prima ancora che al giornale, così come la macchina da presa s’intrufola fra le scrivanie della redazione e ne asseconda l’agitazione.
Offre, tra l’altro, una visione tenebrosa ed incombente, nella loro resa frontale, delle varie sedi del potere, economico e governativo, concedendo poi graduali primi piani ai vari interpreti, assecondandone la rilevanza dei discorsi; la retorica che emerge qua e là si rivela complessivamente funzionale a circoscrivere quell’urgenza di cui si è scritto, narrare di un recente passato per descrivere la nostra attualità, dove la sinergica combinazione tra una stampa veramente libera, non irreggimentata, e l’autodeterminazione del singolo dovrebbero servire da opportuna livella contro quelle puntuali esternazioni di potere proprie di chi, citando Orwell in chiusura, si sente “più uguale degli altri” all’interno di una conclamata eguaglianza fra simili.





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