Condivisione e memoria contro l’oblio: L’isola in Via degli uccelli (The Island on Bird Street, 1997)

Varsavia, II guerra mondiale. Un muro separa il ghetto ebraico dal resto della città. Coloro che vi risiedono sono di fatto prigionieri e i nazisti ogni settimana attuano rastrellamenti selettivi. Qui vive l’undicenne Alex (Jordan Kiziuk), insieme al padre Stefan (Patrick Bergin) e al prozio Boruch (Jack Warden); i due si prodigano per far sì che il ragazzino sia preparato ad affrontare ogni pericolo, oltre a fornirgli un nascondiglio sicuro.
Un giorno però i tre vengono prelevati dai soldati tedeschi, Stefan promette al figlio che qualsiasi cosa accada tornerà a prenderlo e lo affida a Boruch, il quale riesce a facilitarne la fuga. Alex, dopo aver rinvenuto un rifugio, nel recarsi presso la sua abitazione la troverà distrutta, ma non si darà per vinto: in compagnia dell’inseparabile topolino Neve e confidando nella promessa paterna metterà in pratica quanto letto nel romanzo Robinson Crusoe. Individuato infatti un opportuno riparo, riuscirà a procacciarsi acqua e cibo affrontando varie insidie, schiverà gli assalti dei “cannibali”e avrà modo di conoscere altri disperati ma anche una sua coetanea…
Sceneggiato da John Goldsmith e Tony Grisoni sulla base dell’omonimo romanzo, in parte autobiografico, di Uri Orlev (in Italia è stato edito da Salani) e diretto dal regista danese Soren Kragh Jacobsen, L’isola in Via degli uccelli, rispettando l’assunto portante del testo originario, visualizza, facendo leva più sul realismo che sulla spettacolarizzazione, un toccante e poetico racconto di formazione.

Jordan Kiziuk (Giffoni Film Festival)

Credo sia un film poco conosciuto nel nostro paese, complice la consueta distribuzione rapida e fugace per opere che esulano dai consueti standard mercantili, ma la cui visione stupisce per l’abilità esternata da  Jacobsen nel far sì che la macchina da presa divenga un tutt’uno con lo sguardo del giovane Alex, interpretato con naturale immedesimazione da Kiziuk; quanto scritto consente un sincero trasporto empatico, in particolare relativamente agli spettatori più giovani. Il ragazzino,  influenzato dalla lettura di Robinson Crusoe, andrà quindi a considerare il ghetto come l’isola raffigurata nel romanzo di Defoe, un vero e proprio mondo a parte rispetto a quella normalità che prosegue al di là del muro e che lui intende perseguire anche nella disagiata situazione che dovrà fronteggiare una volta solo. L’ostinata pervicacia, congiunta ad una fantasia altrettanto forte, gli permetteranno di preservare la propria individualità e continuare a coltivare un’indomita speranza, travalicando l’idea di pura e semplice sopravvivenza. I movimenti della macchina da presa, le ampie carrellate, l’uso della steadycam a rimarcare determinate angolazioni corrispondono dunque, come su scritto, ad ogni azione e reazione di Alex riguardo i vari accadimenti che si troverà ad affrontare, le quali a loro volta trovano un’attenta coordinazione con le musiche di Zbgniew Preisner, mai invasive e sempre funzionali al narrato.

Jack Warden, Kiziuk e Patrick Bergin (Pinterest)

Egualmente  appare naturale e mai artefatta l’evidente simbiosi fra regia, la  fotografia di Ian Wilson e le scenografie di Robert Scherer nel rendere i palazzi cadenti, i sotterranei, le scale pericolanti, i cumuli di macerie, come dei veri e propri anfratti di una piccola isola delimitata da un muro, ovvero l’oceano da attraversare e dal quale un giorno arriverà la nave della salvezza. Jacobsen con la forza delle immagini, egualmente ad Orlev sulla pagina scritta, rende dunque Alex il simbolo di una necessaria sensibilità, la quale consente di continuare ad abbeverarsi alle fonti dell’immaginazione e della cultura, preservando una dignità propriamente umana nel rifiutare di assecondare un preordinato abbrutimento morale, non piegandosi, pur nelle privazioni , ad una barbarie conseguente all’aderire ad un vacuo assolutismo ideologico che considera la diversità non un valore da condividere, bensì una scriminante. Nel corso della narrazione infatti Jacobsen riesce a rendere evidente uno strisciante antisemitismo (la sequenza in cui Alex, uscito dal ghetto, viene individuato da dei ragazzi appena più grandi, pronti a malmenarlo e a denunciarlo), nonché un collaborazionismo, pur non generalizzato, fra chiesa cattolica e nazisti.

(Giffoni Film Festival)

La Storia insegna ma non ha scolari, ammoniva Gramsci e, ieri come oggi, ogni malessere sociale, sovente reso tale dall’impotenza gestionale di quanti avrebbero possibilità di porvi rimedio, richiede un capro espiatorio al quale addossare le proprie colpe, la mancata assunzione delle debite responsabilità. L’isola in Via degli uccelli traccia un forte messaggio di speranza, l’invito a continuare a credere “nell’intima bontà dell’uomo” (Il diario di Anna Frank, Het Achterhuis, 1947), alla luce di un’umana condivisione rivolta alle vittime e di una ritrovata forza di lottare perché certe infamie non si ripetano in futuro, per quanto, opinione personale, certi avvenimenti recenti mi facciano propendere verso il pessimismo.
Al riguardo mi sovviene una scena del film Deconstructing Harry (Harry a pezzi, Woody Allen, 1997), quando il protagonista (Allen) alla domanda se gli importi dell’ Olocausto o se pensa che non sia mai successo risponde:  “Non solo so che abbiamo perso 6 milioni di ebrei, ma quello che mi preoccupa è che i record sono fatti per essere battuti”. A noi dunque il compito di restare umani, così da abbattere le sempre più spesse barriere dei calcolati oblii, costruite mattone su mattone da pressanti  negazionismi e revisionismi, cementando il tutto con la sempre viva tentazione di sentirsi più uguali degli altri, non potendo colmare in altro modo la propria mediocrità per non riuscire a percepire nell’altro, nel “diverso”, una proiezione di sé.

(Amazon)

Ricordare, ogni giorno che ci troviamo a vivere, quello sterminio divenuto  tra i casi più estremi di genocidio fra i tanti perpetrati dalla mente umana, nell’idea di annientare un intero popolo, sino all’ultima persona,  senza eccezione alcuna (comprendendo nel novero anche altri “esseri inferiori”, quali Rom, omosessuali, disabili, Testimoni di Geova, dissidenti politici) non diverrà allora un mero esercizio mnemonico, bensì, andando all’etimologia propria del verbo che indica, come era credenza antica, il cuore quale organo propenso a preservare le rimembranze, un’ umana condivisione rivolta alle vittime dei tanti, troppi, crimini perpetrati contro l’umanità, passati e, purtroppo, tuttora presenti ed incombenti verso un futuro dove l’umanità tutta appare smarrita fra i meandri di un individualismo materiale ed ideologico.
Così facendo andremmo quindi ad abbracciare, simbolicamente ma con un senso concreto e compiuto, un gesto che è proprio della tradizione e cultura ebraica: al pari di  un ebreo che nel rendere visita ad un defunto deposita sulla tomba una pietra, a testimonianza del proprio passaggio, rappresentando così legame e memoria, anche noi potremo lasciare il nostro attestato di un fermo “mai più” .

 

“Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia” (Primo Levi)

(Pinterest)

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