Nomadland

(Impatto Sonoro)

La casa è dove si trova il cuore, scriveva Plinio il Vecchio, e la casa di Fern (Frances McDormand), ex lavorante, come il marito Bob, deceduto di cancro, in una miniera di gesso ad Empire, Nevada, chiusa per sempre il 31 gennaio 2011 causa riduzione della domanda, riducendo la cittadina ad un agglomerato fantasma (ne veniva annullato persino lo Zip Code, l’equivalente del nostro CAP), è ora sulla strada, su e giù  per le statali  che attraversano l’Ovest americano a bordo di un furgone adibito a camper, il trascorrere dei mesi scandito da vari impieghi, stagionali o temporali,  considerato che, sessantenne, non ha certo perso la voglia di lavorare, anche nella prospettiva dei magri sussidi che le spetterebbero, alla luce delle tante attività che si sono succedute negli anni,  come quella di supplente scolastico. Proprio ad una sua ex alunna, incontrata per caso, tiene a specificare come non si consideri una homeless, bensì una houseless, ovvero non ha più il riparo fisico di un stabile tetto sulla testa peró può ritrovare il calore proprio del classico “focolare domestico” nell’aggregarsi a quelle persone che va ad incontrare lungo il cammino, anche loro segnate da eguali o differenti traversie esistenziali: Linda May, Swankie, Bob Wells, quest’ultimo a capo di una vera e propria comunità di moderni pionieri, messa su così da dar vita ad un vicendevole sostegno, elargendo opportuni consigli relativi a come affrontare eventuali  vicissitudini o risolvere possibili inconvenienti.

Frances McDormand (Movie Nation)

Vi è poi Dave (David Strathairn), anche lui lavorante saltuario e tristi trascorsi familiari che gli pesano sul capo, col quale  stringe una franca amicizia, tale destinata a restare. Fern infatti non intende dar vita a nuovi legami, ha già rifiutato l’ospitalità “definitiva” della sorella cui si era rivolta in un momento di difficoltà, ha ormai preso le distanze da un sistema che sembrava potesse garantirle l’attuazione pratica di quel “diritto alla felicità” sancito nella Costituzione, purché venissero rispettati determinati parametri atti all’inserimento sociale: il matrimonio, la famiglia, la casa, il benessere a portata di mano fra mutui, rate e tassi d’interesse…Fen ora  convive serenamente con se stessa, ha ritrovato una fondante individualità, nel rispetto di ogni elemento naturale e nell’instaurare rapporti sinceri con le persone, basati sulla condivisione ed il rispetto reciproco, all’interno di una complessiva comunione d’intenti. Scritto, diretto e montato da Chloé Zhao, sulla base dell’omonimo libro di Jessica Bruder (Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century, 2017), Nomadland contrariamente alla pagina scritta non intende visualizzare nell’ambito della messa in scena un’inchiesta o un conclamato atto d’accusa nei confronti del capitalismo o dell’illusorietà di un benessere la cui idea è calata dall’alto, in nome di una evoluzione incline a materializzarsi verso la pura e semplice esteriorità.

(MyMovies)

L’autrice infatti, nel giustapporsi dal sapore documentaristico delle immagini ed offrendo una compiuta circolarità narrativa intesa ad individuare nei ricordi del passato più che una zavorra nostalgica un intimo sprone a proseguire lungo l’inedito cammino intrapreso, tende ad esplorare la possibilità,  resa ulteriormente opportuna dalle circostanze, di offrire rilievo alla riscoperta di un’identità primigenia ed ancestrale, la cui forza consiste nel far leva su di un ritrovato individualismo, il quale, nell’affermazione di inedite potenzialità ed ormai slegato da ogni pastoia, volge infine non solo all’affermazione di sé in nome di una concreta autodeterminazione, ma intende celebrare inoltre l’epifania di una rinnovata e vivida umanità, pronta, nuovamente e finalmente, ad individuare nel prossimo nient’altro che la proiezione delle proprie gioie e dei propri dolori. Zhao predilige una certa ponderatezza nel lasciar  scorrere  le immagini alternando campi lunghi e primi piani, sostenuta dall’ intensa e vibrante interpretazione di Frances McDormand nel dare corpo ed anima ad una donna intenta nel suo girovagare, così come Diogene con la lanterna, a conferire un senso inedito alla propria come all’altrui esistenza, assecondando il proprio intimo sentire al di fuori di qualsivoglia convenzione.

(Sentieri Selvaggi)

Prende così vita una suggestiva simbiosi fra paesaggio e persone, a simboleggiare una auspicabile ricongiunzione fra uomo e natura, simbiosi ulteriormente esaltata dalla fotografia di Joshua James Richards e dal commento sonoro di Ludovico Einaudi, per quanto a volte possa risultare invadente nel rimarcare determinati passaggi.  Nomadland, andando a concludere, è un’opera incline a coniugare spontaneità espressiva e ricercatezza formale, all’interno di una messa in scena dall’assunto documentaristico, riprendendo quanto già scritto, ma idonea anche a porre in essere una resa empatica dei personaggi. Un film per certi versi necessario, anche nella considerazione di quanto attualmente stiamo vivendo, un invito a metterci in strada, per un cammino soprattutto interiore: Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi (Marcel Proust). Nomadland ha ottenuto il Leone d’Oro alla 77ma Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia, cui hanno fatto seguito due Golden Globes (Miglior Film Drammatico, Miglior Regia; era stato anche candidato per la Miglior Attrice in un Film Drammatico e la Miglior Sceneggiatura) e tre Oscar (Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista) su sei candidature (le altre tre erano Miglior Sceneggiatura non Originale, Miglior Fotografia e Miglior Montaggio).


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