Pappo e Bucco

Scritto e diretto da Antonio Losito, Pappo e Bucco, che dalla sua presentazione all’Italian Pavilion nell’ambito della 77ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ha fatto incetta di premi (ad esempio, fra i tanti, il Premio Diari di Cineclub al Lunigiana Film Festival o il Premio Città del Cortometraggio al Social World Film Festival), si palesa alla visione come un cortometraggio di rara delicatezza e compostezza visiva, attraversato da un intenso e concreto tocco elegiaco, riuscendo a ritrarre, fra realismo ed umanità, una toccante storia d’amore che solo una società bigotta, propensa a gridare allo scandalo per qualsiasi evento che fuoriesca dalla tanto decantata “normalità” e quanto mai lontana dall’esternare concretamente l’evangelica misericordia, andrebbe a rivestire di una “eccezionalità” clamorosa.

Massimo Dapporto ed Augusto Zucchi

Non a caso, credo, il film si apre con l’arrivo di un prete, Don Saverio (Roberto D’Alessandro), in casa di due persone anziane, Aldo (Massimo Dapporto) ed Elia (Augusto Zucchi), un passato di clown specializzati in spettacoli per bambini, il quale, nel rivolgere l’invito a rompere l’isolamento volontario in aperta campagna, a molti chilometri di distanza dal paese, anche per poter essere più facilmente d’aiuto ad Aldo, oramai malato terminale, sembrerebbe per l’appunto voler ricondurre il loro legame entro l’ambito di un’ordinarietà esistenziale propria di una libera scelta di vita. Aldo ha chiesto al compagno di sempre, nella quotidianità come sulle scene, un estremo atto d’amore, aiutarlo a porre fine ad un’inutile sofferenza, che comunque lo condurrà inevitabilmente al termine dell’esperienza terrena, decisione che Elia prenderà al termine di un faticoso e comprensibile travaglio interiore.

Allestirà dunque un’ultima recita, che li vedrà nuovamente nei rispettivi panni di Pappo e Bucco: un lucido acta est fabula, nella assunta consapevolezza di dover porre fine insieme, così come era iniziato, ad un sodalizio totalizzante di arte e vita, che di certo sarebbe svuotato di ogni significato ove fosse prevista una sia pur breve prosecuzione in solitaria. L’abilità profusa tanto a livello di scrittura che di regia rende quale precipuo pregio un’aura di atemporalità, a sancire quindi l’universalità di una narrazione che prende piede dall’individuale, riuscendo a far sì che la storia si dipani da sé e venga offerta all’interpretazione partecipe degli spettatori in virtù del graduale svelamento di piccoli particolari, per lo più intuibili dai dialoghi e dagli sguardi complici, particolarmente intensi, che Aldo ed Elia si scambiano, valorizzando poi le interpretazioni attoriali.

Dapporto e Zucchi donano realismo e sincera commozione nell’offrire corpo ed anima ai due vecchi clown, rendendone tangibile la differente sofferenza, emotiva e fisica, fino a giungere alla conclamazione, soffusa di nostalgia e liricità, di un definitivo atto d’amore, verso se stessi e la vita nel suo complesso, la quale meriterebbe di essere vissuta nella piena coscienza del suo arrembante rincorrersi di gioie e dolori, rinvenendovi infine il senso che le è proprio attraverso i singoli atti che si porranno in essere in corso d’opera, così da poterne godere, pienamente ed autonomamente, fino all’ultimo istante. Un film sincero, prezioso e necessario.


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