L’uomo invisibile (The Invisible Man, 2020)

(Movieplayer)

Mi sono accostato alla visione de L’uomo invisibile, che vede Blumhouse come principale produttore, con la consueta curiosità, cullato dal felice ricordo tanto del romanzo di H.G. Wells (1897, pubblicato a puntate sul Pearson’s Weekly), quanto della sua prima trasposizione cinematografica, 1933, ad opera di R.C. Sherriff per la regia di James Whale, mirabile miscellanea di horror, fantascienza ed ironia, contornato da funzionali e mirabili effetti speciali (John P. Fulton), del tutto idonei a rendere “possibile l’impossibile”, ma anche memore delle delusioni patite nel riscontrare la mesta resa sullo schermo dei vari tentativi profusi dalla Universal di dar vita al progetto Dark Universe: da Van Helsing (Stephen Sommers, 2004) all’esangue Dracula Untold (Gary Shore, 2014), passando per Wolfman (Joe Johnston, 2010) e ripartendo con La mummia, 2017, temerario pastiche a firma di Alex Kurtzman, nell’intento di riportare al cinema “tutti insieme appassionatamente” quei “mostri” che andarono a comporre una personale factory in un periodo che può essere compreso fra gli anni ’20 e gli anni ’50. Al contempo s’intendeva rispondere a colpi di serializzazione sia alle gesta superomistiche visualizzate da Marvel e Dc, sia al MonsterVerse targato Warner Bros.

Elisabeth Moss (Movieplayer)

Fortunatamente mi sono dovuto ricredere, restando piacevolmente sorpreso già dalla sequenza iniziale, del tutto rapito dal sagace impianto narrativo e registico orchestrato da Leigh Whannell, una combinazione del tutto efficace, pur con qualche cedimento qua e là causa una durata forse eccessiva, a far sì che l‘horror si rivesta dei panni della quotidianità più attuale e pressante, allestendo con maestria una sapiente diluizione della suspense centellinando più colpi di scena fino al sorprendente finale, mettendo in scena una storia di gaslighting, ovvero di subdola sudditanza psicologica posta in essere da un uomo violento e dominatore nei confronti di una donna fieramente restia a divenirne succube, intenta a lottare strenuamente per l’affermazione della propria autonomia, individuale, sociale e lavorativa. La narrazione prende il via in quel di San Francisco, all’interno di una tecnologica ed asettica villa adiacente al mare, monitorata in ogni anfratto, esterno ed interno, da un complesso sistema di videocamere. Ne è proprietario il facoltoso scienziato, luminare nel campo dell’ottica nonché scafato uomo d’affari, Adrian Griffin (Oliver Jackson-Cohen), che ora giace dormiente a letto, stordito dal Diazepam somministratogli dalla convivente Cecilia, Cee, Kass (Elisabeth Moss), la quale, ormai stanca di sopportare violenze e sopraffazioni, volte ad impedirle qualsiasi proposito decisionale tramite un assiduo e soffocante controllo, ha deciso di fuggire, potendo contare sulla complicità della sorella Emily (Harriet Dyer).

Aldis Hodge, Moss e Storm Reid (Movieplayer)

Riuscirà nell’intento, nonostante il sopraggiungere di Adrian, trovando poi ospitalità nella casa dell’amico James Lanier (Aldis Hodge), poliziotto, che vive con la figlia adolescente Sidney (Storm Reid). Trascorse circa due settimane, Cecilia fatica a trovare un minimo di serenità, soggiogata dal pensiero che l’uomo possa farsi vivo da un momento all’altro per vendicarsi, arrecando del male a lei come alle persone che le stanno accanto, fino a quando non giungerà, improvvisa, la notizia del suicidio di Adrian, cui si aggiungerà la sorpresa di essere convocata nello studio di Tom (Michael Dorman), fratello del defunto, che le comunicherà come questi gli abbia affidato la gestione di un lascito testamentario, 5 milioni di dollari, a suo favore, sottoposto a determinate condizioni e da elargire in quote mensili su un conto a suo nome. Quindi l’incubo sembrerebbe essere cessato, ma Cecilia inizia ad avvertire improvvisamente una presenza costante intorno a sé, con tanto di inspiegabili accadimenti a suo danno, fino ad arrivare a credere che Adrian non sia affatto morto e abbia scoperto la possibilità di rendersi invisibile…

Michael Dorman (Movieplayer)

Congiunta alla buona resa della fotografia (Stefan Duscio), al montaggio (Andy Canny) e all’insinuante colonna sonora (Benjamin Wallfisch), la regia di Whannell lambisce l’horror e la fantascienza all’interno di un precipuo impianto da thriller con reminiscenze hitchcockiane, idoneo a far sì che anche per noi spettatori sia ben avvertibile l’annientante senso d’angoscia, il sordo tormento interiore, entrambi propri di Cecilia, interpretata con alto tasso immedesimativo da Elisabeth Moss (nei, gesti, nello sguardo, nell’atteggiamento complessivo, alternando momentanea cedevolezza a subitanea volontà vindice nella riaffermazione della propria personalità), una donna mai doma, nonostante le ferite dell’anima, nel lottare per dimostrare a quanti la credono afflitta da una pervicace paranoia, quando non da un’improvvisa insanità mentale, di essere alla prese con un nemico a loro invisibile ma che lei “vede” benissimo, percependone la presenza una volta che faranno ritorno quelle angherie subdole di cui era stata vittima in passato, vere e proprie torture manipolatorie volte ad annientare autonomia valutativa e capacità di giudizio, che, congiunte alla aberrante violenza fisica, rendono offuscata ogni reale percezione mentale, con meschinità e doppiezza a prendere le sembianze del vero orrore d’affrontare.

Harriet Dyer e Moss (Movieplayer)

Ed infatti, riprendendo quanto scritto ad inizio articolo, Whannell con The Invisible Man riporta nuovamente l’horror nell’alveo della quotidianità, puntando più sull’orchestrazione di una determinata atmosfera che sull’esibizione muscolare degli effetti speciali, comunque presenti e sempre funzionali al narrato (ad esempio il respiro fumoso dell’invisibile Adrian alle spalle di Cecilia, fuori di casa, in una fredda giornata), recuperandone così l’impatto catartico e metaforico ed offrendo dalla prima all’ultima sequenza un palpabile senso d’inquietudine, restituendo con circoscritti movimenti di macchina quello sguardo, nascosto ma incipiente, proprio di chi intende assoggettare ogni situazione alla sua logica manipolatrice, vedi quello reso dagli obiettivi delle videocamere nella villa-laboratorio di Griffin, modernamente spettrale nell’attualizzazione del castello diroccato in cui esercitava la sua attività il mad doctor delle pellicole d’epoca, ma anche nel raffigurare l’opprimente costrizione della casa di cura e lo sconvolgimento della calda accoglienza familiare causa l’irrompere del Male, nella sua triste ordinarietà e sconvolgente straordinarietà.

Mi sveglio ogni mattina progettando la mia fuga
Ma che dire dei miei figli?
Chi mi crederà?
Chi mi darà una casa?
Passano gli anni e sto ancora aspettando
Quando finirà questo? Il mio trucco non copre la mia faccia ammaccata
Il mio sorriso non nasconde il mio viso smunto
Eppure nessuno viene in aiuto
Dicono: andrà meglio
Dicono: non parlarne
Dicono: questo era il mio destino
Dicono: una donna deve tollerare
Non arieggiare i panni sporchi, dicono.
Quando finirà questo? Ancora una volta, trascina il mio corpo sul pavimento
Mi soffoca e lo prego di non uccidermi
Ancora una volta, pretende il mio silenzio
Ancora una volta, mi dice che non merito di vivere ne ho avuto abbastanza
non starò zitta io vivrò troverò la libertà
Questo finirà oggi.

(Trovare la libertà, Wadia Samadi)

(Pinterest)

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