Roma, oggi, sponde del Tevere. Elsa (Carolina Sala), 17 anni, studentessa all’ultimo anno di liceo, nel corso di una gara di canottaggio ha un malore e si accascia priva di sensi. Una volta ricoverata in ospedale, confortata dalla madre Katia (Caterina Guzzanti), le viene riferito che occorrerà attendere l’esito delle analisi per poter formulare una diagnosi sicura.

Girando di notte lungo i corridoi della struttura alla ricerca di qualche merendina, Elsa conosce il giovane Edo (Rocco Fasano), che si presenta come un infermiere, intento a narrare delle storie a piccoli degenti, e tra i due si instaura fin da subito una certa complicità.

L’esito degli esami di laboratorio rivelerà che la ragazza è affetta da leucemia mieloide acuta: verrà messa in lista d’attesa per l’indispensabile trapianto del midollo, confidando in un donatore dal servizio pubblico, considerando come la madre sia incompatibile, causa una pur lieve cardiopatia, mentre il padre, Pietro (Fabio Troiano), ha fatto perdere le sue tracce già prima della nascita di Elsa.

A conferire una svolta inedita alla drammatica situazione ci penserà Edo, che in realtà non è un infermiere, ma un paziente, pure lui leucemico, anche se, a suo dire, ha superato la fase acuta, “avevo solo bisogno di un tagliando”, il quale convincerà la ragazza a mettersi in viaggio alla ricerca del misterioso genitore, una volta rinvenute alcune informazioni sul web…

Carolina Sala e Rocco Fasano

Presentato in anteprima nei giorni scorsi alla 53ma edizione del Giffoni Film Festival (20-29 luglio), per poi essere distribuito in sala, ricevendo nel frattempo il patrocinio dell’AIL (Associazione Italiana contro Leucemie, linfomi e mieloma), Noi anni luce vede alla sceneggiatura Isabella Aguilar e Serena Tateo, che hanno tratto dichiaratamente ispirazione dal film australiano Matching Jack (Nadia Tass, 2010), da noi uscito col titolo So che ci sei e presentato nella sezione Alice nella Città della V Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

Dietro la macchina da presa Tiziano Russo, al suo esordio nei lungometraggi, per una realizzazione che alla visione convince soprattutto per il precipuo merito di tentare la strada del realismo, provando a mantenere le distanze dal sentimentalismo ricattatorio o da certa retorica in forma di didascalica lezione morale avvolta nella melassa, mescolando congruamente diversi generi, dal teen drama al cancer movie, passando per il racconto di formazione e il road movie.

Ecco allora andare in scena la visualizzazione della graduale presa di coscienza da parte di un’adolescente, cui Carolina Sala conferisce una concreta intensità anche negli sguardi e nelle movenze, relativamente all’insorgere improvviso di una malattia e della possibilità di farvi fronte accettando qualsivoglia eventualità senza mai arrendersi, coltivando, più che una vacua speranza, la possibilità della condivisione con quanti si trovano a percorrere identico cammino, come l’Edo interpretato, senza particolari guizzi se non avallando una certa naturalità, da Rocco Fasano.

Carolina Sala e Caterina Guzzanti

Non del tutto convincenti, riporto al solito la mia primaria sensazione, le interpretazioni offerte da Guzzanti e Troiano, i cui personaggi soffrono di una caratterizzazione un po’ stereotipata, tra apprensioni materne di prammatica e distacco paterno con un motivo (se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo, cantava De André, La città vecchia, 1965).

Ritengo poi sia possibile notare una certa distanza tra le intenzioni di una scrittura complessivamente valida, pur negli evidenti richiami ad altre pellicole similari, ed una regia che, per quanto attenta a valorizzare le interpretazioni attoriali, rimarcando la caratterialità dei protagonisti, risente alla distanza di un certo affanno relativamente ad una resa compiutamente cinematografica, considerando la reiterazione di stilemi quali l’uso insistito del rallenti o l’invadenza della colonna sonora.

Valutando però il tutto nella considerazione del precipuo pubblico di riferimento, quello dei giovani spettatori, allora credo che, all’ombra dei difetti citati, l’alternanza di delicatezza e realismo, sano romanticismo e un pizzico di benvenuta ironia nel connotare l’ineluttabilità propria di certi inciampi propri del comune incedere terreno, possano andare a creare una meritoria opera di sensibilizzazione riguardo la conoscenza di determinate malattie, nell’opportunità di porvi rimedio, nel nome di una umanità condivisa, idonea a stabilizzare il giusto significato del termine compassione.

Fonte immagini: Ufficio Stampa

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