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Lione, 11 marzo 1973. Come tutte le domeniche, Michel Descombes (Philippe Noiret), professione orologiaio, sta trascorrendo la serata in trattoria con gli amici. Dalla radio giungono le ultime notizie relative ai risultati del secondo turno delle elezioni legislative, che danno per vincente la coalizione di centro destra. Tra commenti salaci, le solite chiacchiere e qualche risata, giunge il momento dei saluti, anche se il nostro s’intrattiene ancora con Antoine (Jacques Denis), confidente di vecchia data. Passeggiano lungo le vie cittadine e si ritrovano a parlare del figlio di Michel, Bernard (Sylvain Rougerie), vent’anni, della sua scelta di abbandonare il liceo e frequentare l’Istituto Tecnico per poi lavorare in fabbrica. Rammenta come, dopo il divorzio dalla moglie, morta da qualche tempo, lo abbia cresciuto praticamente da solo, forse non comprendendone in pieno aspettative e aspirazioni una volta che stava avviandosi verso l’età adulta.

Il mattino dopo, Michel si appresta ad aprire la sua bottega, sita nello stesso stabile dove abita col figlio, nell’antico quartiere di Saint-Paul, quando gli si parano innanzi due agenti di polizia a chiedere informazioni sul suo furgoncino, per poi dare un’occhiata al laboratorio e all’abitazione, invitandolo infine a seguirli al commissariato. Lungo il tragitto l’artigiano avrà modo di notare il proprio mezzo fermo sul ciglio di una strada, luogo dove si recherà poco dopo, accompagnato dal commissario Guilboud (Jean Rochefort), il quale lo informa di come il figlio sia fuggito con la coetanea Liliane Torrini (Christine Pascal), dopo aver ucciso tale Razon, guardia giurata della fabbrica dove i due ragazzi lavorano, e dato fuoco alla sua auto…

L’horloger de Saint-Paul costituisce l’esordio nei lungometraggi del regista Bertrand Tavernier (1941-2021), dopo aver debuttato nel 1963 dirigendo l’episodio Baiser de Judas nel film collettivo Les baisers, cui seguì, ancora all’interno di una pellicola che vedeva coinvolti più autori (La chance et l’amour, 1964), la regia dell’episodio Une chance esplosive e poi la ripresa dell’ attività di critico cinematografico e sceneggiatore. L’opera in esame, inoltre, diede il via  ad una lunga e proficua collaborazione con l’attore Philippe Noiret e con gli sceneggiatori Jean Aurenche e Pierre Bost, che contribuirono insieme al cineasta francese all’adattamento del romanzo di Georges Simenon L’horloger d’Everton, 1954, trasferendo l’azione dal paese degli Stati Uniti del titolo a Lione, città natale di Tavernier, contestualizzandola in un preciso momento storico sociale, con più di un mutamento alle porte.

Cambiamenti, nella morale, nel costume, di ordine politico, che avrebbero posto fine al periodo di benessere economico attraversato dalla Francia a partire dalla Liberazione, in particolare con Presidente Georges Pompidou. Come notarono molti critici dell’epoca, la messa in scena complessiva evidenzia l’inclinazione di Tavernier nel seguire modalità rappresentative del tutto personali, intese a conciliare, con suggestiva efficacia, intrattenimento e incisività figurativa. Da rimarcare, a tale ultimo riguardo, un gusto tutto francese nel raffigurare la vita di provincia, scandita da abitudinarietà e ripetitività, privilegiando toni soffusi ed intimistici, conferendo opportuno risalto alla psicologia dei personaggi. L’obiettivo della macchina da presa appare coincidente, almeno ad avviso dello scrivente, con lo sguardo del regista, sospeso tra stupore e disincanto, probabilmente allineato a quello della bambina che appare ad inizio film, mentre osserva dal finestrino di un treno in corsa un’auto in fiamme, vettura che sarà rilevante nel corso della narrazione.

Ecco allora che la cittadina francese si rende ulteriore protagonista nell’offrire emblematico palcoscenico a quei mutamenti di cui si è scritto sopra, sostenuta da una fotografia (Pierre-William Glenn, Bal Gondre, Jean-François Gondre, Walter Bal), idonea ad avallare la luminosità naturale, di giorno come di notte, in esterno e in interno. Le certezze in apparenza acquisite relativamente ad un ritrovato benessere o generalmente ad una relativa tranquillità, sembrano ora propense a sgretolarsi come sabbia tra le dita, al pari di quelle inerenti al protagonista, l’orologiaio Descombes, un eccellente Noiret a rendere naturalezza a piene mani nel ritrarre un uomo che vede crollare da un momento all’altro le evidentemente non solide fondamenta di sicumera educativa erette nel corso degli anni, fino a divenire consapevole di un rapporto genitore-figlio tutto da recuperare.

Philippe Noiret e Jean Rochefort (Movieplayer)

Tra le varie sequenze, caratterizzate da essenziali ma efficaci inquadrature, mi è rimasta particolarmente impressa, considerandone la sua portata simbolica ma anche la sua attualità, alla luce di quel che passa oggigiorno sui social media, quella che vede una “sana famiglia borghese” intenta a ritrarsi con la macchina fotografica accanto alla citata vettura incendiata, meta inedita della consueta gita domenicale. Se, come scritto, Noiret è sublime per immediatezza recitativa, non gli è certo da meno un superbo Rochefort nei panni del commissario, che nasconde sotto l’impassibile rigidità propria di un funzionario di pubblica sicurezza un animo da buon amico, propenso alla comprensione empatica. Confida infatti a Descombes i problemi relazionali col proprio figliolo, per quanto quest’ultimo appaia deciso a seguire le orme genitoriali.

Il finale credo possa inserirsi tra quelli che non si dimenticano, nella sua austera efficacia rappresentativa: la macchina da presa riprende la passeggiata in solitaria dell’orologiaio una volta concluso il colloquio con Bernard, oramai in carcere, condannato a vent’anni di reclusione, avendo rifiutato di seguire la tesi sostenuta dal proprio avvocato, omicidio passionale. Liliane è incinta e del nascituro potrà interessarsene anche Michel, insieme ai genitori della ragazza, il nostro ha del tutto sostenuto la tesi del figlio, forse comprendendo quanto quella linea di condotta, pur tra varie sfumature e qualche ambiguità, sia in fondo simile al senso di correttezza morale che gli ha trasmesso e non solo frutto di una certa disattenzione.

Fedele nello spirito e nell’essenza alla scrittura propria di Simenon, L’horloger de Saint-Paul, che venne presentato al 24mo Festival Internazionale del Cinema di Berlino dove conseguì l’ Orso d’Argento – Premio Speciale della Giuria, rivela, anche nella sua portata di opera prima, la personalità per molti versi unica di Tavernier, che ha offerto al cinema “lo sguardo raffinato e non convenzionale di un cinefilo che rifugge ogni tentazione dogmatica, facendo prova di un’apertura di spirito, di una curiosità e di una larghezza di vedute inconsuete”, riportando in chiusura un estratto del commento di Alberto Barbera nell’annunciarne, dieci anni orsono, il conferimento del Leone d’Oro alla Carriera alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Pubblicato su  Diari di Cineclub N. 139-Giugno 2025 Immagine di copertina: Philippe Noiret, Movieplayer

2 risposte a “L’orologiaio di Saint-Paul (L’horloger de Saint-Paul, 1974)”

  1. […] 15 agosto, ore 19.00: L’orologiaio di Saint-Paul – Edizione restaurata (L’horloger de Saint-Paul, Bertrand Tavernier. Interpreti: Philippe […]

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  2. […] 25 euro, biglietto intero 6 euro). Ecco allora in sala Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis, L’horloger de Saint-Paul (L’orologiaio di Saint-Paul,1974) di Bertrand Tavernier, Duel in the Sun (Duello al sole, 1946) […]

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