(Lucky Red©)

Teheran, tempi nostri, notte. Un uomo (Ebrahim Azizi) alla guida della propria automobile procede lungo le malandate strade cittadine, sta rientrando a casa insieme alla moglie (Afssaneh Najmabadi), incinta, e alla loro bambina (Delmaz Najafi). All’improvviso un rumore annuncia un possibile investimento: è stato messo sotto un cane, incidente che causerà da lì a poco il fermo dell’auto presso un magazzino, dove il proprietario si darà da fare per una riparazione di fortuna. Nella stessa struttura lavora Vahid (Vahid Mobasseri), il quale, udendo il caratteristico rumore nell’incedere dell’automobilista, proprio di chi ha una gamba protesica, è certo che si tratti del carceriere noto come Eghbal (Gamba di legno), che lo ha sottoposto a varie sevizie e umiliazioni una volta arrestato dopo aver protestato per il mancato pagamento del salario.

Vahid intende vendicarsi, quindi rapisce Eghbal e caricatolo sul suo furgone lo porta in pieno deserto, con l’intenzione di seppellirlo vivo, ma giunto a destinazione viene assalito dai dubbi. Infatti non solo l’uomo nega la sua identità, ma insiste su come le cicatrici presenti sulla gamba siano certo recenti. Il nostro allora, dopo aver parlato con l’amico Salar (Georges Hashemzadeh), chiederà aiuto ad un’altra vittima del carceriere, la fotografa Shiva (Maryam Afshari), intenta a realizzare un servizio fotografico per il matrimonio di Golrock (Hadis Pakbaten ) e Ali (Majid Panahi).

Vahid Mobasseri (Les Films Pelleas ©)

Anche la sposa è stata vittima di Eghbal ed entrambe le donne riconosceranno da alcuni particolari il loro aguzzino, ma sempre nutrendo qualche perplessità, per poi chiedere aiuto all’ ex compagno di Shiva, Hamid (Mohamad Ali Elyasmehr), operaio, pure lui tra gli oppressi dal regime… Vincitore della Palma d’Oro al 78mo Festival di Cannes, Un semplice incidente, scritto e diretto da Jafar Panahi, è un film la cui visione non può che suscitare, nel suo coniugare ironia e dramma, tutta una serie d’interrogativi morali ed esistenziali, quali l’intervento divino, percepibile o meno, nelle umane vicende e, soprattutto, le varie declinazioni possibili cui possono andare incontro i concetti di colpa, misericordia e perdono all’interno di una società soffocata dai miasmi esalati da un regime che impartisce l’obbligo istituzionale di determinati precetti, reprimendo la libertà individuale nel suo insieme, bloccando sul nascere qualsivoglia slancio proteso all’autodeterminazione.

Panahi, sulla base di quanto vissuto in carcere, riporta sullo schermo le sensazioni avvertite al tempo della sua seconda prigionia, ascoltando i compagni di cella, avvertendone la volontà di ergersi contro il sistema, interrogandosi infine se una volta fuori avrebbe prevalso in loro un desiderio personale di vendetta per quanto subito, o piuttosto una reazione collettiva contro i soprusi governativi, dando vita ad una disobbedienza civile di massa. L’essenzialità visiva, alimentata dall’alternanza di inquadrature frontali o ravvicinate con l’impiego della macchina a mano, campi lunghi e simbolici fuoricampo adusi a far intuire il verificarsi di un accadimento, preferendo visualizzarne le conseguenze, fa sì che la città di Teheran assuma sì valenza realistica quale sfondo delle vicende narrate, ma al contempo divenga metaforico proscenio di ogni luogo ove si consumi una repressione dei diritti umani nel loro insieme, a partire da quelli che si potrebbero dare per scontati, come l’esternazione di una voce divergente.

Dall’alto in basso: Majid Panahi, Hadis Pakbaten, Maryam Afshari (Les Films Pelleas ©)

Lo sguardo del regista si fa tutt’uno con l’obiettivo, proteso verso l’esterno, così da  restituire agli spettatori la visione di una realtà quanto mai sfaccettata, nelle forme di un’ “umana commedia” che alterna momenti di straniante ironia (la polizia locale che incassa “offerte” anche tramite POS, la richiesta implicita di mance, in denaro o in natura, dalla caposala di un ospedale, per agevolare certe procedure) a sequenze ad alto tasso di tensione narrativa, con l’inquadratura a riunire spesso i protagonisti incerti sul da farsi, tra recriminazioni e rivendicazioni, in particolare dopo aver messo in atto un’opera di aiuto pregna di umanità, ponendo in essere una presa di distanza da una possibile affiliazione alla disumanità inerente ai comportamenti del proprio carceriere.

Un accadimento che porterà ad un drammatico confronto, quando colpa e perdono andranno a confondere i rispettivi confini. La nitida presa di coscienza propria di Panahi nell’esternare l’impossibilità di fornire una risposta concreta riguardo la fine delle violenze perpetrate dall’uomo contro se stesso è racchiusa nel finale. Vahid udrà nuovamente alle sue spalle il sinistro suono del tipico incedere di Eghbal, lasciando in sospeso il perché della sua presenza ma evidenziando comunque l’insinuarsi dell’oppressione nella quotidianità di ogni individuo, anche nella possibile forma della proiezione mentale di un trauma subito, dal quale l’anima attende invano un qualcosa che possa guarirne lo strazio conseguente ad ogni diritto negato.

Immagine di copertina: Les Films Pelleas ©

2 risposte a “Un semplice incidente”

  1. Penso che qualche responsabilità per il carattere oppressivo del regime iraniano ce l’hanno anche i regimi d’occidente con il loro estenuante embargo che soffoca il potenziale economico del grande popolo iraniano e con l’assedio permanente all’Iran che genera comportamenti paranoici e conseguente autoritarismo violento da parte dell’organizzazione che governa il paese. Questo noi occidentali potremmo anche dirlo invece di sbandierare i chador per le nostre ipocrite rivendicazioni

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    1. Avatar Antonio Falcone
      Antonio Falcone

      Buongiorno Alessandra, concordo, responsabilità che si estendono anche ad identiche situazioni in altri paesi e che hanno origini lontane ma ben precise.
      Grazie, un saluto.

      Antonio

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