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Roma, tempi nostri, terrazza del Quirinale. Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) è in compagnia del fidato colonnello dei Corazzieri Massimo Labaro (Orlando Cinque). Si sta concedendo una delle poche sigarette della giornata, anche se, come gli ricorda la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), non dovrebbe proprio fumare, considerando che vive da tempo con un solo polmone. Giurista di lungo corso, un passato da democristiano che ha ispirato e tuttora ispira il suo mandato oramai al termine (si è entrati nel cosiddetto “semestre bianco”), autore di una monumentale trattazione sul Diritto Penale, il Presidente vive nel costante ricordo della moglie Aurora, morta otto anni orsono, tormentandosi tra l’altro per non aver mai appreso il nome dell’uomo con cui la consorte lo tradì.

Dorotea, anche lei giurista, lo assiste in tutto e per tutto, a partire dalla dieta giornaliera, con i pasti, tra quinoa e pesce bollito, a qualificarsi come ipotesi, stando alla salace definizione della cara amica del nostro, Coco Valori (Milvia Marigliano), critica d’arte. L’ausilio prosegue poi con l’attento esame di alcune questioni ancora in sospeso, cui l’austero genitore  riserva non pochi dubbi, quali la firma della legge sull’eutanasia e la considerazione di due delicate domande di grazia, inerenti le persone di Cristiano Arpa (Vasco Mirandola) e Isa Rocca (Linda Messerklinger), in carcere dopo aver ucciso i rispettivi coniugi, adducendo motivi umanitari, per quanto controversi.

Toni Servillo (Movieplayer, foto di Andrea Pirello ©)

Tra pregnanti ricordi, dilemmi etici, dubbi esistenziali, senza neanche il conforto di una preghiera, che lo induce al sonno, De Santis, fatto ritorno alla propria abitazione, concedendosi una passeggiata dopo sette anni, arriverà a rinvenire una risposta a tutto ciò che lo tormenta, nella considerazione di come “la grazia sia la bellezza del dubbio” e comprendendo il senso da attribuire alla domanda che gli ha rivolto Dorotea (“Di chi sono i nostri giorni?”), ora in viaggio verso Montreal, per stare un po’ col fratello, compositore. Scritto e diretto da Paolo Sorrentino, La grazia, titolo di apertura, in Concorso, della 82ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove Servillo ha conseguito la Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione Maschile, si è rivelata alla visione come un’opera dall’impatto visivo tanto ricercato quanto essenziale, del tutto in sintonia con la sobrietà propria del protagonista, resa con trasporto immedesimativo dal citato Servillo.

Il regista partenopeo si è prodigato infatti “a sciacquare i panni in Arno”, prendendo a prestito quanto dichiarato da Alessandro Manzoni per sottolineare la definitiva revisione linguistica de I promessi sposi, ovvero ha ripulito la personale grammatica cinematografica da certi eccessi simbolistici e manieristici presenti nelle sue ultime realizzazioni (Parthenope in particolare, ad avviso dello scrivente). Coadiuvato da una sinergica coesione tra scenografia (Ludovica Ferrario), con la Reggia di Venaria (Torino) a fare le veci del Quirinale, fotografia (Daria D’Antonio) e suono (Emanuele Cecere, Mirko Perri), Sorrentino si prodiga in una sempre riconoscibile composizione d’immagini, alternando avvolgenti piani sequenza ed intensi primi piani, che scorre componendo una sorta di tableau vivant giustapposti, dove però i dialoghi assumono una forte rilevanza nell’aprire e chiudere le sequenze.

Il tutto senza ordine di continuità, fino a giungere alla sequenza subito dopo i titoli di coda, dove una parca cena tra Coco e l’ex Presidente offre al finale un particolare tocco d’”ironia domestica”. Affidandosi anche alle ottime interpretazioni attoriali (detto di Servillo non si può che lodare l’intensità espressiva di Anna Ferzetti e il sarcastico contrappunto offerto dalla Coco ritratta dall’eccelsa Milvia Marigliano), Sorrentino, affrancandosi come su scritto da appesantimenti simbolici, anche se le allegorie sono comunque presenti in forma di adeguato didascalismo, pone ulteriormente in luce l’abilità che gli è propria, quella, riporto la mia primaria sensazione, di grande affabulatore. Va quindi a visualizzare in scena una storia felicemente definita, compiuta, nel cui iter narrativo si staglia nitidamente la rilevanza di determinati valori morali, messi in discussione da un refolo di benvenuta titubanza.

Anna Ferzetti (Movieplayer, foto di Andrea Pirello ©)

Quest’ultima troverà conforto in un senso di responsabilità “d’altri tempi”, lontano anni luce da certe esibizioni muscolari all’ordine del giorno in più di un sistema politico, dando adito a quell’ “amor che move il sole  e le altre stelle” (Dante, Divina Commedia, (Paradiso, XXXIII, v. 145), quale spinta propulsiva della propria come dell’altrui esistenza. La grazia non intende fornire risposte ma semplicemente porre domande, al pari di quel Dio richiamato dal Sommo Pontefice (Rufin Doh Zeyenouin), che sembrerebbe aver dismesso il proprio ruolo nella partita che, nell’animo di De Santis, si gioca tra passato, presente e futuro. Qui infatti andranno ad assumere un ruolo fondamentale per la comprensione dell’oggi e del domani le visioni giovanili, cui il Presidente offre attenta considerazione, pur nella sua rigidità, fondamentalmente esteriore, che gli è valsa il soprannome di “cemento armato”.

L’uomo, l’essere umano in quanto tale e l’istituzione che egli si ritrova a rappresentare, nell’esercizio di precisi poteri (l’articolo 87 della Costituzione viene visualizzato in tutti i suoi commi nel piano sequenza d’apertura), trovano nella figura di De Santis opportuna conciliazione nel nome di una concreta umanità. Quest’ultima risalterà in tutta la sua limpida genuinità una volta che il nostro avrà dismesso la veste presidenziale e si ritroverà in compagnia delle tante rimembranze, rientrando nella propria abitazione. Andrà quindi ad acquisire una ricercata e necessaria assenza di gravità, idonea a riappropriarsi di quell’intima essenza che potrà consentire di prendere la giusta distanza dall’epicentro terreno, così da riavvicinarsi a quel tutto che ci sovrasta nell’ambito del consueto incedere quotidiano, preservando il nostro sempre precario equilibrio su quella fune tesa che è la vita. 

Immagine di copertina: Toni Servillo (Movieplayer)

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