
“I love the smell of napalm in the morning” . Probabilmente questa frase è stata citata spesso nelle ultime ore, per ricordare l’attore Robert Duvall, che ci ha lasciato la scorsa domenica, 15 febbraio. La pronunciava nei panni del colonnello Kilgore in Apocalypse Now, 1979, di Francis Ford Coppola, e lo scrivente l’ha sempre considerata come emblematica di uno stile recitativo incline a rimarcare una vivida naturalità nell’offrire adeguata caratterizzazione a figure di uomini dalla psiche complessa, violenti o piegati dalla vita (Tender Mercies, Bruce Beresford, 1983, con cui Duvall vinse l’Oscar come miglior attore protagonista), ma anche propensi a sottili machiavellismi nella gestione del potere, al di là di qualsivoglia remora morale.
Esemplare a tale ultimo riguardo quanto reso nel ruolo di Tom Hagen, consigliori, nonché figlio adottivo, di Don Vito Corleone (Marlon Brando) ne The Godfather, 1972, adattamento dell’omonimo romanzo di Mario Puzo, ancora Coppola alla regia, come nel seguito di due anni successivo. In queste vesti a mio avviso ne veniva ulteriormente esaltata la presenza scenica assicurata da un volto granitico, severo, ma fortemente espressivo. Nato a San Diego nel 1931, Duvall, dopo aver prestato servizio nell’Esercito degli Stati Uniti dal 1953 al 1954 ed essersi diplomato in Storia e Politica, nel 1955 si trasferì a New York. Qui si iscrisse alla The Neighborhood Playhouse School of the Theatre, frequentando i corsi d’arte drammatica.
Iniziò quindi a recitare come attore professionista al Gateway Playhouse, un teatro all’aperto situato a Bellport, Long Island, debuttando nel 1952, in Laughter In The Stars, per poi prodigarsi in vari ruoli sia a Broadway che Off-Broadway. Prese parte anche a qualche serie televisiva, fino ad esordire al cinema nel 1962, in To Kill a Mockingbird (Il buio oltre la siepe, dal romanzo omonimo di Harper Lee, 1960), diretto da Robert Mulligan, dove interpretava Arthur “Boo” Radley, un giovane con disturbi mentali. Da qui in poi Duvall andò a recitare in vari film, facendosi notare in titoli quali, fra gli altri, Captain Newman, M.D (David Miller, 1963), The Chase (Arthur Penn, 1966), Countdown (Robert Altman, 1968), Bullit (Peter Yates, 1968), The Rain People (Coppola, 1969, primo ruolo da protagonista).
La definitiva affermazione avvenne con M*A*S*H di Altman (1970), dove era il maggiore bacchettone Frank Burns, “vizi privati e pubbliche virtù”, e soprattutto col citato The Godfather, ruolo che gli diede la grande notorietà, ottenendo la prima candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista (la seconda sarà per il già menzionato Apocalypse Now). Per tutti gli anni ’70 Duvall recitò quindi in film che ne esaltavano la descritta naturalezza nel dare “corpo e anima” a personaggi violenti (The Killer Elite, Sam Peckinpah, 1975) o moralmente ambigui (Network, Sydney Lumet, 1975).
Dagli anni ’80 fino al 2022, anno della sua ultima apparizione cinematografica (The Pale Blue Eye, Scott Cooper), si susseguirono interpretazioni spesso più sfumate, dai toni sofferti, introspettivi, idonei a porre ulteriormente in luce l’umanità dei personaggi interpretati (True Confessions, Ulu Grosbard, 1981; il già nominato Tender Mercies; Colors, Dennis Hopper, 1988; Falling Down, Joel Schumacher, 1993; Something To Talk About, Lasse Hallström,1995). Da ricordare anche l’attività dietro la macchina da presa, dall’esordio nel 1977, il documentario We’re Not the Jet Set, alla prosecuzione con Angelo, My Love (1983), senza dimenticare il notevole The Apostle (1997) come anche Assassination Tango (2002) e Wild Horses (2015).
Un attore Duvall la cui essenzialità recitativa e l’indubbia presenza scenica, pur espresse in ruoli per lo più da non protagonista, hanno reso indimenticabili i personaggi interpretati, a partire da quelli negativi, ponendo in risalto la loro umanità, per quanto ambigua o contorta, come ha ricordato la moglie Luciana nel messaggio col quale ha comunicato la morte del consorte e di cui pubblico uno stralcio a chiusura dell’articolo: “In ciascuno dei suoi numerosi ruoli, Bob si è dato completamente ai personaggi e alla verità dell’animo umano che incarnavano. Così facendo, lascia a ciascuno di noi qualcosa di duraturo e indimenticabile. Grazie per gli anni di supporto che gli avete dimostrato e per averci concesso il tempo e l’intimità necessari per celebrare i ricordi che lascia dietro di sé”.
Immagine di copertina: Robert Duvall in una scena di Apocalypse Now, 1979, Francis Ford Coppola, Movieplayer





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