Aldo Fabrizi

Roma, 1919, un giorno come tanti, ore 12. All’interno di un liceo, alunni e professori attendono che il solerte bidello Orazio Belli (Aldo Fabrizi) passi tra le aule ad annunciare il consueto finis, ma oggi è in ritardo di ben dieci minuti, giustificato però dal verificarsi di un lieto evento. È infatti nato il suo primogenito, cui intende dare il suo stesso nome, immaginandone però un differente destino lavorativo, un percorso di studi idoneo a farlo divenire professore. Purtroppo la gioia lascerà presto il posto a un profondo dolore: la moglie morirà da lì a poco per i postumi del parto e Orazio si ritroverà a dover crescere il bambino da solo, aiutato inizialmente da una giovane maestra della scuola serale, la signorina Maggi (Pinuccia Nava).

Il nostro, nello scorrere dei mesi, andrà a maturare la decisione di chiederla in moglie, ma le troppe titubanze faranno sì che sia preceduto al riguardo dal professore di ginnastica Ettore Giraldi (Mario Pisu), avviato verso una sicura carriera politica dopo aver aderito a un nuovo partito, destinato a quanto pare a una rapida ascesa. Passano gli anni e il diciassettenne Orazio (Giorgio De Lullo), studente liceale prossimo alla Maturità, vede l’amore verso una coetanea bloccato sul nascere dall’intervento del padre di lei, che gli rammenta la differente condizione sociale. La conseguente crisi, il giovane vorrebbe lasciare gli studi e proseguire l’attività paterna, verrà superata grazie all’intervento del professor Cardelli (Mario Soldati), che lo porterà con sé a Campobasso, sede obbligata d’insegnamento causa divergenze politiche col governo in carica.

Tempo dopo, siamo negli anni Quaranta e l’Italia è intervenuta nel II Conflitto, il sogno dell’ormai anziano bidello sembra aver trovato realizzazione. Il figlio è ora un giovane professore e si ritroverà ad insegnare proprio nel liceo dove vide la luce, grazie anche all’intervento di Sua Eccellenza Giraldi, l’ex professore di ginnastica ora tra i funzionari del Ministero dell’Istruzione, che, spinto dalle figlie, gli eviterà anche la chiamata alle armi…  Diretto da Renato Castellani, autore della sceneggiatura insieme ad Aldo De Benedetti, Aldo Fabrizi, Suso Cecchi D’Amico, Fulvio Palmieri, Fausto Tozzi ed Emilio Cecchi, Mio figlio professore rappresenta nella storia del nostro cinema uno dei primi tentativi, espresso ancora a livello potenziale, volto a sfumare gli stilemi propri del Neorealismo con i toni della commedia sociale-

Nel corso della narrazione, infatti, si sviluppa un doppio binario tra storie individuali e Storia nazionale, relativa quest’ultima a un periodo compreso tra la fine della Prima e l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. La figura del bidello Orazio Belli, resa da Fabrizi con una mirabile miscellanea di bonomia e drammaticità, va infatti a rappresentare ideali e valori inerenti alla piccola borghesia del tempo, avallando il buon proposito di preservarne l’integrità morale nonostante l’incedere di determinati avvenimenti quali l’evidente affermazione del fascismo, mai esplicitamente nominato, con il suo garantire posti al sole nell’ambito lavorativo e sociale per quanti vadano a esternare “meriti sul campo”.

Giorgio De Lullo

Anche quando andrà a cedere, trasportato dall’amore  paterno, alla possibilità di una “spintarella” per far sì che il figlio, del tutto ignaro, eviti la chiamata alle armi e possa insegnare nella città e nell’istituto  natale, non riceverà in fondo alcun vantaggio, perché i nuovi parametri sociali, del tutto in linea con quelli precedenti, imporranno sempre e comunque il sacrificio di ogni affettività, come fa notare Gian Piero Brunetta ne Il cinema neorealista italiano. Da Roma città aperta a I soliti ignoti (Editori Laterza, 2009).

Il giovane Orazio andrà quindi ad acquisire una posizione socio-lavorativa più elevata rispetto a quella del padre, che tanto si è sacrificato per lui, riscattando sì, idealmente, quegli avanzamenti mai goduti dal genitore, ma allo stesso tempo, in nome di quelle convenzioni che continuano contraddittoriamente a sussistere, il vecchio bidello, pur masticando amaro nel constatare borbottando quanto “sia fatto male il mondo”, dovrà farsi da parte per non creare imbarazzo al figlio professore, quest’ultimo ora simbolo di una rinnovata classe piccolo-borghese, protesa a una altrettanto rinnovata idea di futuro.

Qualche affanno della sceneggiatura nell’assemblare in giusta misura la combinazione tra comicità e drammaticità viene felicemente ovviato dalle ottime interpretazioni attoriali e soprattutto da una regia che evidenzia quanto Castellani si stesse ormai avviando verso l’affermazione di una personale poetica di stile nell’adattare, riprendendo quanto su scritto, gli stilemi neorealistici a una narrazione volta anche all’ironia (vedi le sequenze relative al collaudo di un nuovo modello di penna o al sacrificio richiesto alla gallina di casa), circoscrivendo con attenzione per il tramite della macchina da presa ambienti, situazioni, accadimenti

Così il liceo romano viene reso come un metaforico microcosmo delle “italiche faccende”,  offrendo tanto il senso dello scorrere degli anni quanto quello inerente alla relativa immutabilità di determinate condizioni esistenziali, pur nell’apparente cambiamento. Da citare in chiusura la colonna sonora opera di Nino Rota che, come costume del periodo, alterna motivi inediti alla rimodulazione di altri noti, adoperati questi ultimi  per sottolineare i passaggi più emotivamente coinvolgenti (il refrain del brano Come pioveva, 1918, scritto e interpretato da Armando Gill).

Pubblicato su Diari di Cineclub N.145 Gennaio 2026

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

In voga