(Movieplayer)

Una volta uscito dalla sala dopo aver visto Odissea di Christopher Nolan, film di cui è regista e sceneggiatore, andando a mediare tra impressioni a caldo e ponderate riflessioni ho sviluppato la considerazione che questo nuovo adattamento del poema di Omero debba essere valutato con la mente sgombra da qualsivoglia preconcetto, relativo all’intoccabilità dei classici in primo luogo. Va tenuto infatti in debito conto che quanto scritto dal poeta greco sia frutto di una sorta di condensazione di vari racconti orali che, nello scorrere temporale, hanno mano a mano adattato vicende già avvolte nel mito alla personale visione dello stato delle cose, anche considerando l’epoca in cui si è vissuti, permeando il narrato di ulteriori significati variamente percepibili da quanti si accostavano alla sua lettura.

Ecco, credo che un autore come Nolan, tra i pochi rimasti ad affidarsi al cinema in quanto tale nel porre la messa in scena al servizio della narrazione e nel livellare quest’ultima sul filo di una del tutto esclusiva poetica stilistica, abbia assunto i panni di un moderno aedo nel narrare le note vicende dell’acheo Ulisse (ma sarebbe meglio chiamarlo Odisseo), interpretato con fare dolente e riflessivo da Matt Damon. Della scaltrezza, spesso arrogante, e della propensione a varcare le Colonne d’Ercole del conoscibile umano illustrata da Dante è rimasto qualche isolato guizzo. Predomina, infatti, nella visione di Nolan il renderlo simbolo, tragicamente attuale, di un’umanità che, pur vivendo “in un tempo di apparente magia“, è ormai orfana del legame originario con quell’entità che sovrasta tutto e tutti nel porci di fronte alla responsabilità delle nostre azioni, riannodato a fini utilitaristici (il cavallo di legno, macchina da guerra in veste di offerta votiva).

Un’umanità che ha optato per la via della violenza e della sopraffazione, ritrovandosi infine smarrita tra i meandri del sangue versato e dei richiami della propria coscienza. Lo stile narrativo dell’opera originaria, l’intersecarsi non del tutto lineare tra passato e presente, si sposa bene con l’incedere del racconto caro al cineasta britannico: dipanare il filo di diversi piani narrativi, assecondando una composizione a mosaico. L’alternarsi dei differenti archi temporali risulta slegato da un ordine cronologico; il legame viene reso dalla soggettività di ogni singolo atto, idoneo ad assumere valenza collettiva relativamente alle sue conseguenze. A fare da trait d’union tra le varie vicende vi è il parallelismo fra due temi portanti.

In primo luogo quello inerente alla “xenia”, la cosiddetta “Legge di Zeus”, che dettava i parametri comportamentali dell’ospitante e dell’ospitato nell’offrire una generosa accoglienza agli stranieri, violata dai Proci guidati da Antinoo (un mellifluo Robert Pattinson, miscuglio di pavidità e machiavellismo). In seconda analisi, non meno importante, vi è il tema riguardante l’idea di “nostos”, il ritorno a casa. È la conseguenza di un viaggio, spesso periglioso, che assume quindi le fattezze spirituali di un percorso formativo, volto al passaggio necessario verso l’età adulta o alla ridefinizione del proprio vissuto, reso rispettivamente dalle figure di Telemaco (Tom Holland) e del padre Ulisse.

L’afflato visivo, reso dalla felice sinergia tra la scenografia delle location naturali e degli interni (Ruth De Jong, Larry Dias, Gene Serdena) e la fotografia di Hoyte van Hoytema, che rimarca le tonalità, appare cupo, in sintonia con gli affanni mentali del protagonista. Gli dei, riprendendo quanto già scritto, sono del tutto assenti, presenti in forma di mnemonico simulacro o, soprattutto, dolorosa nemesi della strage perpetrata a Troia, violento saccheggio e atroce razzia, personificata nella visione di Atena (Zendaya), che invita Ulisse al ricordo e al ritorno, contrariamente alle intenzioni, almeno iniziali, della ninfa Calipso (Charlize Theron).

Nel notare il taglio di episodi come quello di Ulisse accolto alla corte dei Feaci, giunto naufrago sull’isola di Scheria, e la conseguente eliminazione del personaggio di Nausicaa, sono rimasto estasiato dalla spettacolarità di molte sequenze, a partire dall’apparire del mitico equino di legno lasciato semisepolto sul bagnasciuga con il soldato Sinone (Elliot Page) a fare da tramite nell’inganno perpetrato a danno dei Troiani, passando per l’incontro col ciclope Polifemo (Boll Irwin) dai toni orrorifici, al pari di quelli presenti nell’antro della maga Circe (Samantha Morton, meravigliosa), donna che ha conosciuto quale sia la vera natura degli uomini e che non esita a dare loro le sembianze cui sono più assimilabili.

Di forte suggestione visiva è il passaggio tra Scilla e Cariddi, nonché l’incontro con le sirene: noi spettatori siamo resi ignari, al pari dei compagni di viaggio, di quale contenuto possa rendersi portatore il loro canto, così come basta un’inquadratura sul volto di Elena (Lupita Nyong’o) a farci rendere conto delle violenze subite ad opera del consorte Menelao (Jon Bernthal), per far sì che la deturpazione della folgorante bellezza possa ridurre il numero delle navi pronte a salpare per la sua conquista. Splendida anche la raffigurazione dell’Ade, con i morti, anche a causa di Ulisse, a venir fuori letteralmente dalle viscere della Terra (non è l’uomo a scendere negli Inferi, ma, metaforicamente, è l’Inferno a rendersi pressante incombenza nel dolore e nel rimpianto).

Piuttosto convincente anche la resa di Anne Hathaway nell’offrire a Penelope i contorni caratteriali propri di una donna certamente forte e determinata, ma ben consapevole di quanto possa essere svilente l’idea di una sopraffazione maschile (emblematico ed esaustivo un breve dialogo con il figlio Telemaco). La mattanza finale ad opera del redivivo Ulisse appare spogliata di ogni tono epico o eroico: più che dei rabbiosi toni della vendetta, qui si riveste della consapevole necessità di assumersi definitivamente le proprie responsabilità, coinvolgendo solo se stesso fino alla prossimità della morte. Soltanto così si potrà porre fine a un’era di battaglie, rendendo giustizia a quanti siano morti nel perseguire fallaci ideali di lealtà e onore, guidati da comandanti silenti e oscuri manovratori di pedine, lontani dallo sporcare le proprie armi di sangue (la figura di Agamennone, Benny Safdie).

La speranza di un nuovo mondo, tra pace concreta e reale giustizia sociale, verrà così affidata alle giovani generazioni, affinché affrontino inedite battaglie in nome di ideali condivisi. Da ricordare anche l’incedere sonoro opera di Ludwig Göransson, la cura profusa nei costumi (Ellen Mirojnick) e poi l’eccelso lavoro di montaggio (Jennifer Lame), in sincrono con la regia di Nolan, che, come di consueto, lavora per sottrazione, rimarca gli sguardi silenti, i movimenti, le espressioni facciali, fino a rendere protagonisti i dialoghi. L’insieme contribuisce quindi a rendere più che scorrevoli le quasi tre ore di durata, assicurando una costante fluidità in combinazione con il succedersi delle immagini. Anche se a volte non è sempre il cuore l’organo precipuamente coinvolto nell’assistere al sontuoso spettacolo orchestrato, restando in superficie la pura emozionalità, Nolan si dimostra quanto mai geniale nel ricercare la nostra complicità.

Un invito a “stare al gioco”, offrendoci in cambio un’atmosfera realistica e immersiva. L’immedesimazione vera e propria lascia quindi il posto a una profonda riflessione, plasmata sull’agghiacciante silenzio, per chi crede anche divino, quale risposta all’immane barbarie che accomuna vincitori e vinti all’interno di una evidente sconfitta: le fumanti macerie tra le quali si aggira, sempre più attonita e smarrita, un’umanità avvolta tra le spire di un arido materialismo, che porta con sé inspiegabili atrocità le cui inevitabili conseguenze si riverseranno tanto all’interno della collettività quanto nell’ambito della sfera intima di ogni singolo individuo.

Immagine di copertina: una scena da The Odissey (Movieplayer)

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