(Movieplayer)

Grazie alla programmazione di un’arena estiva, sono riuscito a recuperare la visione del film Le città di pianura, che vede Francesco Sossai alla seconda regia di un lungometraggio dopo l’esordio nel 2021 con Altri cannibali, nonché autore della sceneggiatura insieme ad Adriano Candiago. Produzione indipendente, la pellicola è stata presentata lo scorso anno nella sezione Un Certain Regard del 78° Festival di Cannes e ha letteralmente trionfato all’ultima edizione dei David di Donatello. Mano a mano che la narrazione prendeva forma sullo schermo, pur conquistato dalla ruvida granulosità, quasi documentaristica, inerente alla fotografia di Massimiliano Kuveiller, ma anche dall’incedere della colonna sonora di Krano, non riuscivo però a immedesimarmi negli affanni esistenziali dei due protagonisti, gli spiantati cinquantenni Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), intenti a peregrinare nottetempo a bordo di una Jaguar S-Type lungo le strade venete, con la scusa di scolarsi l’ultimo bicchiere di vino o l’ultima birra.

La degna conclusione di un’ennesima serata ad alto tasso alcolico, così da non fare ritorno a casa dove, probabilmente, si troverebbero costretti a fare i conti con le proprie responsabilità. Nel corso dell’ormai consueto itinerario etilico, una notte andranno a incontrare Giulio (Filippo Scotti), studente universitario di Architettura timido e insicuro, col quale nascerà un rapporto di reciproco scambio riguardo alle modalità di fronteggiare “le discese ardite e le risalite” che la vita offre inevitabilmente nel piatto. Giulio sarà inoltre il depositario dei loro racconti, vari ricordi di bevute e mangiate in osteria, in particolare con l’amico Genio (Andrea Pennacchi), loro complice in un commercio illegale di occhiali da sole, scarti di produzione della fabbrica dove lavoravano, che aveva reso piuttosto bene, almeno fino a quando il giro non venne scoperto, costringendo il compare a fuggire in Argentina dopo aver nascosto il malloppo in un posto segreto.

Ma ora è prossimo al ritorno; Carlobianchi e Doriano sono intenzionati a recarsi all’aeroporto per accoglierlo, ma sbaglieranno destinazione e lo incontreranno in seguito, casualmente, per poi seguirlo insieme a Giulio quando si recherà al luogo adibito a nascondiglio del denaro, andando incontro a un’amara sorpresa. Una volta conclusa la proiezione, sullo scorrere dei titoli di coda riflettevo dunque su quanto visto, arrivando alla conclusione che Sossai abbia messo in scena una sorta di malinconica ballata, le cui note sono costituite da un rapsodico fluire di vari ricordi, soffusi di vivida emozionalità. Più che ricercare l’innesco empatico con i protagonisti, quell’avvertita mancanza di cui ho scritto all’inizio dell’articolo, il regista, credo, ha puntato a far sì che il loro sguardo coincidesse con l’obiettivo della cinepresa, restituendoci così una realistica visualizzazione della radicale trasformazione di una terra che, dopo il notevole sviluppo economico avviato intorno agli anni ’70, conobbe la profonda crisi del 2008, economica ma non solo.

Andava dunque a perdersi, non sempre gradualmente, l’identità propria di una civiltà prettamente contadina, le cui primigenie caratteristiche si smarrivano tra le pieghe dell’anonimo e dell’indistinto, non acquisendone quindi di nuove, generando un misto di rassegnazione e dolente disillusione, rese con tangibile veridicità negli atteggiamenti di Carlobianchi e Doriano. Encomiando la naturalezza nel reggere primi e primissimi piani, Romano e Capovilla, con i loro volti consunti da una rassegnata quotidianità, ben raffigurano due residui ectoplasmatici, le cui sagome si stagliano sul fondale di un panorama anch’esso spettrale, una terra che continua a vivere e si anima solo in virtù delle loro rimembranze ma anche dell’atteggiamento espresso da Giulio, un ottimo Filippo Scotti.

La purezza manifestata da quest’ultimo, il suo candore nell’approcciarsi agli accadimenti, ora illuminato dai due inediti mentori, lo rende anch’egli figura avulsa dall’epoca di appartenenza, per quanto incline, in particolare grazie all’amore per l’arte architettonica (la passione per Carlo Scarpa e la visita al Memorial Brion), a guardare alla creatività del passato quale sprone nel prospettare una diversa visione del futuro, forse migliore, per quanto l’avvenire non sia più quello di una volta, citando e adattando un noto detto del poeta e saggista Paul Valéry.

Il film Le città di pianura, andando a concludere, pur con qualche “scossa di assestamento” in fase di avviamento narrativo, cui si aggiunge una parte centrale non del tutto scorrevole, porta in scena una “visione altra” dell’odierna realtà, riprendendo e personalizzando stilemi propri di vari autori, italiani e non. In particolare Sossai mutua efficacemente dal particolare all’universale nell’offrire uno sguardo sull’oggi al tempo stesso realistico, disincantato e poetico, rinvenendo scampoli di umanità sparsi qua e là a rammentarci di quale sostanza siamo tuttora permeati, forse, citando Shakespeare, la stessa di cui sono fatti i sogni, anche quelli conseguenti a una consapevole sbornia.

Immagine di copertina: Movieplayer (Pierpaolo Capovilla, Filippo Scotti, Sergio Romano)

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